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“Di mattina venivo picchiato da due uomini e di sera da una guardia. Mi colpivano
con un bastone di legno o la canna del fucile, e mi
prendevano a calci. Le torture durarono per tre giorni e tre notti e ci venne
fatto anche l’elettro shock”. Con questa durissima testimonianza inizia il rapporto
sulle torture in Indonesia di Human rights watch . A parlare è uno dei 35 prigionieri di una guerra dimenticata, il sedicenne
Sopyani della martoriata provincia dell’Aceh, appendice settentrionale dell’Arcipelago.
Qui dal 1976 si scontrano l’esercito governativo e i guerriglieri del Movimento
per l’Aceh libero (Gam).
Sopyani sta scontando una condanna di tre anni in una prigione di Giava. L’accusa
è di “tradimento”- “makar” in indonesiano - un termine assai vago con cui vengono
detenuti decine di abitanti dell’Aceh.. I prigionieri sono dietro le sbarre perché
sospettati di aver appoggiato il Gam, benché paradossalmente questo non costituisca
un crimine secondo la legge indonesiana. L’inchiesta di Hrw non vuole stabilire
l’innocenza o la colpevolezza di queste persone, ma segnalare i frequenti casi
di tortura, arresti arbitrari e processi non equi a danno degli acenesi. “L’uso
di maltrattamenti compromette la validità di ogni confessione ottenuta dai prigionieri”,
si legge nel rapporto.
La situazione in Aceh è peggiorata dal 19 maggio 2003, quando il governo centrale
impose la legge marziale e decretò lo stato d’emergenza, attribuendo all’esercito
il pieno controllo della regione e l’autorità di detenere i sospetti fino a settanta
giorni. Dopo un anno, nel maggio scorso, lo stato d’emergenza militare è stato
sostituito da quello d’emergenza civile che ha trasferito alla polizia pieni poteri, ma le cose non sono cambiate. In sedici mesi sono stati compiuti
duemila arresti e oggi l’accesoo alla provincia è vietato a giornalisti, ong e
osservatori stranieri.
I carcerati sono tutti uomini e tra loro ci sono anche alcuni minorenni e due
bambini. Un ragazzo, che aveva diciassette anni quando fu imprigionato, racconta:
“Fui arrestato da soldati della Marina a mezzanotte del 28 giugno 2003. Dieci
marine entrarono in casa mia e bloccarono la porta. Mi bendarono e mi portarono in
un luogo sconosciuto. Mi risvegliai nella loro base militare e di notte venni
torturato. Mi interrogarono su un incendio doloso e su altri fatti riguardanti
il Gam. Dissi che non sapevo nulla, ma continuarono ad accusarmi di essere un
ribelle. Abusarono di me, avevo lividi su tutto il corpo e persi conoscenza. Non
mi davano la possibilità di spiegare, dovevo rispondere solo ‘si’ o ‘no’. Cercavo
di parlare, ma loro continuavano a colpirmi, fino a quando confessai”.
E pensare che il Kopassus, la forza speciale indonesiana accusata di diversi maltrattamenti, aveva condannato
gli abusi da parte dei militari statunitensi nella prigione irachena di Abu Ghraib:
“E’ ironico che torture e violenze sessuali siano state commesse dall’esercito
di un Paese che si dice sempre guardiano dei diritti umani nel mondo”, aveva detto
un portavoce dell’unità militare. “Mi legarono le mani e coprirono gli occhi”,
dice un uomo prelevato dal suo villaggio nel giugno 2003. “Mi colpirono ripetutamente
su tutto il corpo, mi fecero l’elettroshock e abusarono di me. Le persone che
mi picchiarono erano circa cinquanta. Indossavano l’uniforme ed erano dell’unità
Kopassus ”.
Le isole indonesiane, dunque, come Guantanamo. Dopo l’imposizione della legge
marziale, il governo annunciò di voler usare Nasi Island, al largo della costa
acenese, come centro di detenzione dei membri del Gam. “In realtà – scrive Hrw
– l’Indonesia ha una lunga storia di utilizzo di centinaia di isole come prigioni.
Nell’isola di Buru finirono i prigionieri politici dopo il colpo di stato del
dittatore Suharto (1965). Atauro fu colonia penale per i timorensi, dopo che l’Indonesia
invase Timor Est nel ’75.” Nel genn io 2004, però, molti detenuti acenesi sono stati trasferiti a Giava su decisione
del ministero degli Esteri per sovraffollamento delle prigioni in Aceh.
Nessun prigioniero ha finora avuto diritto a una difesa legale e a un processo
equo. Il sistema giudiziario indonesiano è tra i più corrotti al mondo. Spesso
i detenuti riescono a ottenere il rilascio solo pagando tangenti agli uomini della
sicurezza. In questo clima di paura sono già decine di migliaia i civili che hanno
lasciato le loro case, anche se l’Esercito ne ha già rispediti in Aceh una gran
parte. “Anche il Gam – si legge nell’ultimo rapporto di Amnesty - si è reso responsabile
di abusi dei diritti umani, tra cui rapimenti. Si ritiene che circa 150 persone
siano state rapite dai guerriglieri dopo maggio, compresi funzionari governativi
locali e giornalisti”.
Hrw spera nel nuovo Esecutivo e chiede al neo-premier eletto a settembre, l’ex
generale Susilo Yudhoyono, di porre fine alle torture e di avviare indagini trasparenti.
Attualmente in Aceh 45mila soldati indonesiani combattono, con l’appoggio degli
Stati Uniti, contro circa 5mila guerriglieri. In 26 anni di guerra sono morte
oltre 10mila persone. Alla base della massiccia offensiva del governo vi è l’importanza
economica dell’Aceh. Il protocollo d’intesa, firmato a Ginevra nel dicembre 2002
e poi fallito, prevedeva infatti la formazione di un governo autonomo nella provincia
e il trasferimento a quest’ultimo del 70 per cento delle risorse di gas naturale.
La penisola indonesiana ha anche un ruolo strategico: attraverso i suoi porti
passano i traffici che vanno dall’Oceano Indiano a Singapore.
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