Il lavoro del Pam in Corea del Nord. Intervista a Gerald Bourke
Milioni di persone da sfamare nonostante i limiti imposti da uno dei regimi più
chiusi al mondo. Questo l’obiettivo che il Programma alimentare mondiale (Pam)
insegue da ormai dieci anni, dopo che la Corea del Nord è stata colpita da gravi
carestie. Parla il portavoce dell’agenzia Onu, Gerald Bourke, che spiega: “Pyongyang
non ci ha chiesto giorni fa di lasciare il Paese, ma di cambiare le nostre attività”.
Ecco come.
Può descriverci l’intervento umanitario del Pam in Corea del Nord?
Al momento il Programma alimentare mondiale (Pam) sta cercando di sfamare 6 milioni
e mezzo di persone su una popolazione totale di 23milioni e mezzo. I beneficiari
dei nostri aiuti sono soprattutto bambini piccoli, donne incinta e in allattamento
e anziani. Distribuiamo cibo ad asili, istituti per l’infanzia, scuole, comunità
e anche a fabbriche.
Qualche giorno fa il governo nord-coreano ha detto che non riceverà più aiuti
dalle Nazioni Unite e dalle Ong. Dovrete lasciare il Paese?
No. Il governo nord-coreano non ci ha chiesto di andarcene, ma di passare dalle
missioni di emergenza a quelle di sviluppo entro la fine di quest’anno. Stiamo
quindi cercando di rispettare queste condizioni, chiedendo ai donatori fino a
che punto sono disposti a supportarci in queste attività. Una volta appurato ciò,
dovremo discutere con il governo le modalità di attuazione delle missioni e dimostrargli
che noi stiamo già svolgendo attività di sviluppo.
Che differenza c’è tra l’assistenza d’emergenza e quella per lo sviluppo?
L’assistenza d’emergenza risponde a bisogni immediati, urgenti. Quella per lo
sviluppo, invece, ha obiettivi a lungo termine ed è un investimento per il futuro.
Condivide la nuova richiesta di Pyongyang?
Il Paese ha bisogno di un’assistenza per lo sviluppo che noi – come dicevo prima
- abbiamo già messo in atto. Per esempio, miglioriamo e ricostruiamo le infrastrutture,
sosteniamo le aziende alimentari, potenziamo i programmi per la nutrizione delle
donne incinta e dei bambini. Investiamo nelle risorse umane che rappresentano
il futuro del Paese.
Lo scorso novembre il Pam pubblicò un rapporto in cui si diceva che alla Corea
del Nord mancavano 500mila tonnellate di cibo e che 6 milioni di persone rischiavano
la fame. Esiste ancora questo divario?
Sì, anche se minore. Finora, infatti, siamo riusciti a recuperare solo 300mila
tonnellate di cibo. Forse arriveranno altri rifornimenti, ma è certo che entro
la fine dell’anno non riusciremo a colmare l’intero fabbisogno.
Quanti nord-coreani, dunque, hanno ancora bisogno di cibo?
E’ molto difficile fornire un numero preciso, sia per la differenza degli alimenti
che arrivano a destinazione sia per quella delle categorie di persone che li ricevono.
Non riusciamo a sfamare tutti con gli stessi alimenti e la situazione varia di
mese in mese. Quest’anno il Pam ha cercato di raggiungere 6 milioni e mezzo di
persone, ma poiché non siamo riusciti a recuperare tutte le risorse di cui avevamo
bisogno, 2 milioni e mezzo di nord-coreani sono rimasti senza il nostro aiuto.
Voi avete accesso solo ad alcune regioni. Esistono quindi altre persone a rischio
fame?
Probabilmente sì. I 6 milioni e mezzo di nord-coreani di cui parlavo vivono nelle
160 province cui abbiamo accesso. Ne restano scoperte altre 43 dove si trova il
15 per cento della popolazione.
Perché il governo non vi lascia entrare in queste province?
Sarebbe meglio chiederlo al governo stesso! Quest’ultimo, comunque, dice per
motivi di sicurezza.
Quali altre difficoltà avete incontrato nel vostro intervento?
Innanzitutto è stato difficile recuperare cibo sufficiente per realizzare una
missione che dura da tanti anni. Si tratta di una grande sfida, perché dobbiamo
continuamente trovare i fondi per comprare il cibo. Non è sempre possibile, inoltre,
monitorare liberamente la situazione.
C’è qualche legame tra la questione umanitaria e quella nucleare?
Alcuni Paesi donatori - Stati Uniti, Corea del Sud, Giappone - sono gli stessi
coinvolti nelle trattative sul nucleare, ma tendono a separare nettamente le due
questioni.
Il futuro della Corea del Nord è nelle mani dei Paesi donatori?
In gran parte sì. Ogni organizzazione umanitaria che lavora nel Paese ha un suo
fondo, ma gran parte dei soldi continuano a provenire dai governi dei Paesi donatori.