Scritto per noi da
Emiliano Bottacco
Leggere i bollettini degli scontri avvenuti a settembre nel Kurdistan turco fa
uno strano effetto a chi vi si è recato di persona con un viaggio di cooperazione
neanche due mesi fa. E tuttavia le notizie di scontri e arresti di massa in numerose
città kurde non stupiscono più di tanto.

Militarizzazione capillare. Che negli ultimi mesi la situazione stesse peggiorando ce lo ripetevano ogni
giorno le persone che abbiamo incontrato: dai sindaci del Dehap (il partito democratico
filokurdo) ai membri delle associazioni dei diritti umani, dalle Madri per la
Pace ai giovani Scudi Umani. Da mesi l’esercito turco ha ricominciato le azioni
violente nei confronti della popolazione kurda, portando il Pkk (oggi Kongra Gel)
a riprendere la guerriglia sulle montagne, ma questo è cronaca. Quello che abbiamo
visto coi nostri occhi è una zona praticamente a rischio di guerra civile. Il
territorio era completamente militarizzato e i nostri spostamenti sono stati spesso
ostacolati dai soldati. Durante il viaggio da Diyarbakir, il capoluogo del Kurdistan
turco, a Dersim (toponimo turco: Tunceli, cioè "pugno di ferro") abbiamo visto
come le montagne che sovrastano la strada fossero costellate di torrette militari
e siamo stati fermati tre volte ai checkpoint per il controllo passaporti. E’ evidente che erano espedienti per rallentarci,
ci tenevano fermi anche un’ora con la motivazione che "non erano informati della
nostra presenza". Difficile crederlo, dal momento che eravamo costantemente seguiti
e controllati dai canonici spioni, che arrivavano a filmarci nella hall dell’albergo
senza nemmeno preoccuparsi di nascondere la telecamera.

Ci sono alcuni episodi in particolare che possono dare un’idea della situazione
che abbiamo trovato. Il primo riguarda il Munzur Festival, annuale raduno di musica
e folklore kurdo che doveva tenersi a Dersim e quest’anno vietato dalle autorità
militari. Sulle montagne circostanti un soldato era ancora prigioniero della guerriglia
e in città la tensione era altissima. Il soldato è stato liberato la settimana
successiva e ha affermato di non aver subito torture, ma, quando arrivammo a Dersim,
il 29 luglio, i blindati militari giravano ancora per le strade. Quando poi, il
giorno successivo, abbiamo partecipato a una manifestazione di protesta indetta
dalla Federazione delle Associazioni della Valle del Munzur ci siamo trovati davanti
blindati con cannoncini ad acqua e poliziotti dei corpi speciali armati di fucili
mitragliatori. Per fortuna non ci sono stati scontri, forse anche per la presenza
di ventiquattro osservatori italiani, ma è chiaro che non ci si trovava in una
situazione normale. La sera prendendo un taxi insieme ad alcuni dei miei compagni
di viaggio abbiamo notato una lucina accesa al centro del tettuccio. Uno di noi
l'ha spenta perché gli dava fastidio agli occhi, ma, in prossimità di una garitta
della polizia, il tassista si è affrettato a riaccenderla in modo che il poliziotto
potesse vedere chi si trovava dentro l’auto. No, decisamente questa non era una
situazione normale.

Un paese tutt'altro che normale. L’altro episodio riguarda la città di Cizre, vicino al confine irakeno, dove
il 2 agosto il medico della nostra delegazione si è visto negare da agenti in
borghese il permesso di visitare un ospedale. Peccato che fosse accompagnato dal
sindaco della città, che voleva proporci un progetto sanitario. Peccato soprattutto
che il sindaco appartenesse al già citato Dehap, bestia nera di Ankara che accusa
il partito di essere connivente con la guerriglia. E’ una situazione normale quella
in cui i servizi di sicurezza impediscono a un sindaco e ad alcuni osservatori
stranieri di visitare un ospedale per poi farli addirittura pedinare mentre raggiungono
il resto della delegazione?
No, quello che ho visto dal 28 luglio al 7 agosto non è un paese normale, né
tantomeno il benessere a misura occidentale che sfila ogni giorno a Istanbul.
Quella che c’è attualmente nel Kurdistan turco è una situazione altamente esplosiva
che l’Europa non può permettersi di sottovalutare. Ora il Kongra Gel ha dichiarato
una nuova tregua e sembra che il premier turco Erdogan sia disponibile al dialogo
con i kurdi. Forse sono spiragli, ma forse c’è una forza ben più potente in Turchia
che si chiama esercito e che non sembra avere nessuna intenzione di arrivare a
una soluzione pacifica del problema.