01/10/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Nuove violenze nel Kurdistan turco, nonostante la tregua del Pkk
Scritto per noi da
Emiliano Bottacco

 
Leggere i bollettini degli scontri avvenuti a settembre nel Kurdistan turco fa uno strano effetto a chi vi si è recato di persona con un viaggio di cooperazione neanche due mesi fa. E tuttavia le notizie di scontri e arresti di massa in numerose città kurde non stupiscono più di tanto.
 
Militarizzazione capillare. Che negli ultimi mesi la situazione stesse peggiorando ce lo ripetevano ogni giorno le persone che abbiamo incontrato: dai sindaci del Dehap (il partito democratico filokurdo) ai membri delle associazioni dei diritti umani, dalle Madri per la Pace ai giovani Scudi Umani. Da mesi l’esercito turco ha ricominciato le azioni violente nei confronti della popolazione kurda, portando il Pkk (oggi Kongra Gel) a riprendere la guerriglia sulle montagne, ma questo è cronaca. Quello che abbiamo visto coi nostri occhi è una zona praticamente a rischio di guerra civile. Il territorio era completamente militarizzato e i nostri spostamenti sono stati spesso ostacolati dai soldati. Durante il viaggio da Diyarbakir, il capoluogo del Kurdistan turco, a Dersim (toponimo turco: Tunceli, cioè "pugno di ferro") abbiamo visto come le montagne che sovrastano la strada fossero costellate di torrette militari e siamo stati fermati tre volte ai checkpoint per il controllo passaporti. E’ evidente che erano espedienti per rallentarci, ci tenevano fermi anche un’ora con la motivazione che "non  erano informati della nostra presenza". Difficile crederlo, dal momento che eravamo costantemente seguiti e controllati dai canonici spioni, che arrivavano a filmarci nella hall dell’albergo senza nemmeno preoccuparsi di nascondere la telecamera. 
Ci sono alcuni episodi in particolare che possono dare un’idea della situazione che abbiamo trovato. Il primo riguarda il Munzur Festival, annuale raduno di musica e folklore kurdo che doveva tenersi a Dersim e quest’anno vietato dalle autorità militari. Sulle montagne circostanti un soldato era ancora prigioniero della guerriglia e in città la tensione era altissima. Il soldato è stato liberato la settimana successiva e ha affermato di non aver subito torture, ma, quando arrivammo a Dersim, il 29 luglio, i blindati militari giravano ancora per le strade. Quando poi, il giorno successivo, abbiamo partecipato a una manifestazione di protesta indetta dalla Federazione delle Associazioni della Valle del Munzur ci siamo trovati davanti blindati con cannoncini ad acqua e poliziotti dei corpi speciali armati di fucili mitragliatori. Per fortuna non ci sono stati scontri, forse anche per la presenza di ventiquattro osservatori italiani, ma è chiaro che non ci si trovava in una situazione normale. La sera prendendo un taxi insieme ad alcuni dei miei compagni di viaggio abbiamo notato una lucina accesa al centro del tettuccio. Uno di noi l'ha spenta perché gli dava fastidio agli occhi, ma, in prossimità di una garitta della polizia, il tassista si è affrettato a riaccenderla in modo che il poliziotto potesse vedere chi si trovava dentro l’auto. No, decisamente questa non era una situazione normale.
 
Un paese tutt'altro che normale. L’altro episodio riguarda la città di Cizre, vicino al confine irakeno, dove il 2 agosto il medico della nostra delegazione si è visto negare da agenti in borghese il permesso di visitare un ospedale. Peccato che fosse accompagnato dal sindaco della città, che voleva proporci un progetto sanitario. Peccato soprattutto che il sindaco appartenesse al già citato Dehap, bestia nera di Ankara che accusa il partito di essere connivente con la guerriglia. E’ una situazione normale quella in cui i servizi di sicurezza impediscono a un sindaco e ad alcuni osservatori stranieri di visitare un ospedale per poi farli addirittura pedinare mentre raggiungono il resto della delegazione? 
No, quello che ho visto dal 28 luglio al 7 agosto non è un paese normale, né tantomeno il benessere a misura occidentale che sfila ogni giorno a Istanbul. Quella che c’è attualmente nel Kurdistan turco è una situazione altamente esplosiva che l’Europa non può permettersi di sottovalutare. Ora il Kongra Gel ha dichiarato una nuova tregua e sembra che il premier turco Erdogan sia disponibile al dialogo con i kurdi. Forse sono spiragli, ma forse c’è una forza ben più potente in Turchia che si chiama esercito e che non sembra avere nessuna intenzione di arrivare a una soluzione pacifica del problema. 
Categoria: Diritti, Popoli
Luogo: Turchia