scritto per noi da
Paolo Lezziero
“Un
diario a molte voci”, riporta annotazioni e vivaci o tragiche impressioni dei
primi dodici coraggiosi pacifisti italiani e canadesi che si
opposero come scudi umani all’imminente guerra delle “democrazie” americana e
inglese
in Iraq, nel febbraio 2003, facendo un
viaggio da Roma a Bagdad. Opporre i petti a una guerra già decisa, non
contro il nemico, come la retorica del Risorgimento, ma come forma di protesta
e contenimento psicologico. Altro scelte non c’erano, di fronte alla
determinazione di Bush e Blair contro il cattivo Saddam che aveva nascosto armi
e voleva tenersi il suo petrolio.
“Scudi
umani a Bagdad”, edito da Manifestolibri ,2005, è il volume che illustra le diverse esperienze
vissute in Iraq da centinaia di persone
provenienti da tutto il mondo, di altre
culture ma simili nella
determinazione di fermare la guerra
incombente.
Chi erano? Gente comune, insegnanti, medici, imprenditori, agronomi, genitori,
nonni e ragazzi, perché “è importante parlare, ma è fondamentale fare e
ognuno, se vuole, può fare qualcosa”.
“
Sono andata in Iraq perché sono una nonna, scrive Roberta S.Taman, canadese.
Volevo che i miei figli e i miei nipoti sapessero che, in circostanze serie
come quelle di una guerra, il governo ha il dovere di comportarsi in modo serio
e i cittadini hanno il dovere di garantirsi che sia così. ..Non siamo privi di
potere davanti ad azioni che noi riteniamo ingiuste.”
A
Bagdad gli italiani, che provengono da Milano, da Anzio, da Mantova, da Trieste,
da Torino, trovano centinaia di volontari di altri paesi. Maria, che, dice di
sé, è una studentessa qualsiasi, scopre che Bagdad è popolata di tantissimi
bambini, che sanno già, malgrado la poca esperienza vissuta, che cos’è una guerra
e
le malformazioni dovute agli effetti dell’uranio impoverito, perché “il male
delle guerre passate non passa inosservato, un male che si chiama cancro,
leucemia, organi smisurati, cuori grandi per accogliere tanto male.”

Marino
Andolina, un pediatra che cura e si porta anche all’ospedale di Trieste i
bambini iracheni ammalati di leucemia, con esperienze di guerra nei Balcani, in
Armenia, in Afghanistan, in Libano, parla della
“noia dell’attesa della prima azione di guerra". In posizione
confortevole all’Hotel Al Safeer coccolati dal signor Baghdadi, responsabile
governativo, che pareva volesse viziarci come studentelli in gita scolastica (
o come agnelli da ingrassare prima del sacrificio?), questo aumentava il senso
di frustrazione”. E di paura. “ Uno si annoia per giorni e poi un colpo di cui
non sente neanche il rumore gli stacca la testa.”
C’è
poi la figura di Osvaldo Vidi, un sessantenne dalla zazzera bianca, la cui vita
prima di partire per Bagdad “ iniziava e finiva sotto i portici di via Po, a
Torino, dove gestiva un banchetto di libri nuovi e usati per studenti senza
quattrini. Oggi è un militante a tempo pieno, in trincea per l’emancipazione
degli oppressi.”
E
Ignacio, giovane sociologo spagnolo che lavora in Brasile, “ il suo furore nei confronti della
guerra imminente era pari alle secche riflessioni che lasciavano poco
spazio alle repliche.”
Sono
tanti gli episodi riassunti e tanti i personaggi straordinari che partono
all’avventura senza calcoli e speranze di tornaconti personali. E’ gente
generosa che vuol dare un esempio di “non” accettazione supina e vigliacca.
Iniziata
la guerra, caduto lo scopo della loro presenza cominciano i “ritorni” da
un’avventura che ha arricchito interiormente ognuno di loro, rendendoli ancora
più determinati contro ogni conflitto in armi, constata la situazione reale di
un paese già povero e pieno di fame e di malattie dopo anni di embargo
americano.

Il
primo è quello descritto da Rodolfo Tucci, la grande manifestazione per la pace
era passata da tre giorni…” e il nostro teatrino, avuta la sua piccola( e
inutile) ribalta, aveva spento i riflettori lasciando tutti in una attesa
inquietante.” E lascia Bagdad, con tristezza, mentre altri “scudi” stanno
arrivando…”perché il lavoro, ( a casa) qualcuno lo deve pur fare, i soldi sono
sempre meno perché qui non ci sono bancomat, e la nostra missione non ha
sponsor…”
E i
ritorni ormai si susseguono: quello di Marino e di Enrico, e i “ Ricordi” di
Alfredo Benedetti, “emozionato quando mette piede in Mesopotamia, ricordo dei
miei studi elementari,…quando vivevo la storia come racconto fantastico, molto
ben narrato dal “ mio maestro”.
Naturalmente,
come tutti gli avvenimenti che fanno risonanza, arriva la Tv. E loro, che hanno
rischiato, diventano” Le comparse “, come scrive Mario Andolina, perché
come“medico triestino, scudo umano, espulso da Bagdad”, faceva audience. Questo
fa gioco ai giornali di destra, “ cattivi iracheni, buono italiano”. Questi
cattivi servizi però si rivelarono utili
alla causa, perché facevano uscire la storia del medico ma anche tutte le altre
e la situazione dell’Iraq in guerra.” Qual è il ricordo che conserva della sua
missione?”, gli domandano quasi sempre: “ Gli occhi di un bambino iracheno che supplicava il nostro
aiuto”. E quando ad una trasmissione di
Rai 3 gestita da cattolici, sul tema degli aiuti umanitari, alla domanda “
tornerà in Iraq?”, “ mai, risponde Andolina, oggi un intervento umanitario
rappresenterebbe una foglia di fico sulla politica guerrafondaia dell’Italia.
Mandare volontari giustificherebbe l’invio di Carabinieri per proteggerli.” Come
Nassirya ha poi confermato.