scritto per noi da
Alex Franquelli

“Non m’interessa, non so molto di quella storia e forse anche se sapessi qualcosa
non lo verrei a dire ad un giornalista”. A volte le parole sono inutili appendici
di un’immagine graffiante come la voce del mio interlocutore. La sua barba è un
omaggio alla libertà, spiega, e un inno alla diversità. “Le cicatrici che vedi
sulle mie braccia sono la ‘pace israeliana’ e i suoi tank che spianavano la casa
dei miei genitori. Di questo ti voglio parlare”. Una, due, cinque risposte diverse
ma simili nei loro dinieghi affrettati, un dolore che giustifica un moto nero
di pensieri che hanno tutti la stessa forma: la paura.
Parlare con gli alti rappresentanti della comunità islamica del Regno Unito è
diventato l’hobby della stampa da queste parti. Le domande dirette ai commessi
di cornershops, agli infermieri ed ai barbieri un po’ meno e me ne rendo conto quando la loro
gentilezza diventa un deciso “No, thanks” educatamente gridato in faccia al dialogo multietnico. Portare a termine delle
interviste con dei “no, grazie” puó voler dire che chi ha tentato ha pure miseramente
fallito. Ma può non essere così. Se da una parte infatti solo due degli otto intervistati
hanno scelto di rendere pubblico il loro pensiero, è pur vero che nelle non-risposte
c’è la chiave per comprendere quanto le minacce a giornali e siti internet di
matrice islamica abbiano diviso in due l’opinione pubblica britannico-musulmana.

Rashid ha il suo negozio a Marble Arch e mi accoglie col sorriso fin quando capisce
che voglio fargli domande dirette, non di circostanza. “Vedi, le bombe hanno fatto
male a noi come a ‘voi’ e la situazione è ben più complessa di quello che la stampa
riesca a dire. Come musulmano britannico sono confuso, stordito e tra due fuochi
che mi vogliono in silenzio, asservito ed allo stesso tempo mi chiamano a sé”.
Gli chiedo se si riferisca a pressioni interne alla comunità e non mi risponde.
Cambia discorso chiedendomi se mi divertirei sapendo che i miei vicini, nonché
miei connazionali, hanno paura di me per via di qualcosa che detesti anche tu
come loro. “L’odio lo vedi negli sguardi e mai nelle parole di chi ti sta accanto.
Sono nato a Londra, amo la mia città e non farei del male ad anima viva ma da
qualche tempo la sento meno mia, più distante”.
La conversazione termina quando gli ultimi clienti della sera portano via la
sua attenzione e mi saluta chiedendomi di tornare tra qualche settimana. Una manciata
di isolati più giù Abdul, il proprietario di un internet shop e musulmano nativo
di Leeds, mi accoglie cordiale. Ricambio e gli domando quali siano state le reazioni
all’interno della comunitá religiosa e praticante. “A tre giorni dal primo attacco
più di 70 reati motivati dall’odio religioso erano stati perpetrati ai danni di
miei correligionari, addirittura un tempio Sikh in Kent è stato dato alle fiamme.
L’aggettivo ‘musulmano’ è ora sinonimo di ‘terrorista’, il resto della popolazione
ci domanda se siamo ‘pro o contro’ e l’errore è già nel porsela, la questione”.
Gli chiedo se qualche colpa la possa avere il governo e la sua risposta mi lascia
perplesso: “Il Muslim Council of Britain (l’organismo più autorevole della comunità musulmana del Paese) aveva chiesto
alle alte cariche del Governo di tenere segreti i sospetti che a perpetrare gli
attentati fossero stati dei terroristi di matrice islamica ma essi non hanno seguito
il consiglio e noi ci siamo ritrovati nell’occhio del ciclone. In seguito gruppi
islamici di ogni tipo hanno condannato gli attentati e chiesto maggiore coesione
e un aiuto concreto nella ricerca degli assassini, e posso assicurare che se questi
sono stati catturati dopo soli pochi giorni, ciò è avvenuto solo grazie alla collaborazione
dei fratelli musulmani con la giustizia.”

Gli domando quanta paura ci sia nel suo discorso. “Parecchia. I media continuano
ad usare il termine ‘terrorismo islamico’ e non ne capiamo il motivo ma nessuno
rende noti gesti come quelli dell’
Hizb ut-Tahrir (un’organizzazione religiosa radicale di Luton) i cui rappresentanti hanno
stampato e distribuito volantini per giorni chiedendo alla comunità islamica di
collaborare e dichiarando ancora una volta che l’islam è contro la violenza nei
confronti di civili indifesi”. Ricordo questo avvenimento ed obbietto dicendo
che, comunque, la stessa organizzazione non ha mai esplicitamente condannato gli
attentati ed ha avanzato dei dubbi che a perpetrare gli stessi fossero stati fondamentalisti
islamici. “Forse, ma la
Muslim Association of Britain ha apertamente preso le distanze dalle bombe del 7 e 21 luglio pur avendo, secondo
i media, forti connessioni con Hamas. Non ti pare abbastanza?”.
Il timore a volte si nasconde anche nelle domande retoriche e così ne faccio
una io: te la senti di condannare quello che è successo e di dire che la presunta
ragione dei terroristi non giustifica il mezzo usato? “Il mio nome comparirá su
quest’intervista?”, risponde lui. Certo ma non credo ti si potrebbe identificare
facilmente, ribatto. “Grazie ma preferisco non rispondere lo stesso”. Lo sguardo
si volge verso l’ingresso del negozio, la sua mano destra stringe la mia con la
stessa gentilezza di quando sono arrivato e con la sinistra apre la piccola porta
a vetri. “Ti ringrazio per essere venuto e spero che le cose cambino in fretta
perché altrimenti qui non so come finisce. Che Allah ci prenda con sé. Tutti.”