29/09/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Dopo Katrina, i grandi media tornano a rassicurare l'opinione pubblica
scritto per noi da
Matteo Colombi
 
A New Orleans molti hanno perso tuttoLo squarcio incontrollabile causato da Katrina nella avvolgente tela delle ‘verità’ che la stampa tende a tessere in acquiescenza del governo, delle forze armate, del sistema di potere aziendale è già in via di rattoppo. Dopo un lampo di critica feroce, per lo più giunta dalla gente disperata, in diretta dinanzi alle telecamere, la stampa si è già riempita di piccole storie di eroismo che nascondono ed offuscano la crisi sociale. Il muro di gomma, l’ottundente ottimismo, rimane incrinato perché ormai si è incrinato qualcosa nell’opinione pubblica. Ma l’esprit de corps della stampa si è già fatto sentire. Vi è un sentimento di obbedienza che è fatto di un misto di bassi scambi e chiara identificazione con la legittimità dei potenti in quanto potenti. L’Iraq brucia, ma si fa finta di niente. Si fa finta che questa sia una situazione normale, anche se lo scoramento è appena sotto la superficie. Time ha titolato: ‘siamo ancora in tempo per vincere la guerra?’. Tutto sommato la questione non è quale fosse il motivo per la guerra, ma se la guerra come atto esistenziale, come modo d’essere, riesca ancora a trarre linfa vitale per continuare a perpetuarsi.
 
I potenti di questa America fanno le scelte centrali, in termini di vita e di morte, sia a livello domestico che all’estero. Ma pur sempre per condurre le loro politiche devono basarsi sulla mobilitazione di risorse che non gli appartengono di diritto. Hanno bisogno di consenso e di apatia al contempo, hanno bisogno di soldi, di saperi, di competenze diffuse nel corpo sociale. Per ora si è riannodata la tela delle edulcorazioni della stampa, a cui si aggiungono le campagne pubblicitarie dell’industria del gas e del petrolio (che invocano, reclamano e dichiarano di incarnare un’America unita), e quelle della Croce Rossa americana (che ci dice che esiste un paese al mondo in cui non importa da dove vieni, di che colore sei, quanto diverso sei, anche a Sette stati di distanza sei il benvenuto nel momento del bisogno; perché questo paese è l’America).
 
Le critiche all'organizzazione dei soccorsi sono venute da più partiLa virtù dei singoli è il grimaldello per i vizi collettivi. I Repubblicani non vogliono dare ai poveri e ai diseredati dei vari uragani; ma finanzieranno la ‘ricostruzione’ del Sud come quella dell’Iraq, fiutando il grande affare. La solidarietà invece è una cosa da appaltare ad altri, e lasciare al terzo settore. L’abbandono cronico viene reimpacchettato come amore universale. Non che sia posticcia l’ambizione della Croce Rossa americana, ma suonano falsi i suoi declami dinanzi alle orripilanti inequità con cui si sono svolti i soccorsi ai rifugiati di Katrina, suonano falsi dinanzi ai vocali e vociferanti distinguo razziali e di classe che abbiamo tutti potuto vedere. La solidarietà non può essere marketing, o virtù personale, è un dovere di comunità.
 
La stampa intanto riannoda i fili del discorso, ricuce il mito americano sbatacchiato e forato dalla forza dell’uragano e degli insorti iracheni, che non si fermano presso l’ufficio stampa del presidente, delle corporation, o delle forze armate prima di dire e fare. A Washington vi è stata una manifestazione di centinaia di migliaia di persone contro la guerra in Iraq tra il 24 settembre. Un numero considerevole se si tengono conto le distanze fisiche da percorrere, e la totale mancanza di sostegno partitico. Eppure, come fa notare Fair, organizzazione che monitora la stampa, uno strano fenomeno sta accadendo: la scomparsa (mediatica) delle proteste anti-guerra.
 
La manifestazione pacifista di sabato 24, la più grande degli ultimi anni, è stata snobbata dai grandi mediaFair esamina varie testate, mostrando come le massiccie manifestazioni hanno ricevuto scarsa attenzione, o peggio, subito distorsioni. Secondo la banca dati Lexis-Nexis solo Nbc Nighlty News, tra i Tg serali, ha menzionato la manifestazione di Sabato, con 87 parole soltanto. La Cnn, che ha disposizione 24 ore per raccontare notizie, ha similarmente relegato al margine la manifestazione. L’anchorman della Cnn, Aaron Brown ha spiegato:
 
“C’è stata un enorme manifestazione di 100mila persone a Washington, che protestavano la guerra in Iraq oggi, e a volte mi sembra di aver udito le proteste di ognuno dei centomila perché non hanno ricevuto alcuna attenzione, ed è vero, non hanno avuto alcun reportage. Molti di loro vedono in ciò un complotto. Vi assicuro che non esiste, ma che semplicemente la storia nazionale oggi e la conversazione nazionale oggi è l’uragano che mette milioni e milioni di persone a rischio, ed è semplicemente una coincidenza sfortunata, e so che ciò non soddisferà tutti, ma questa è la verità”. Evidentemente Aaron Brown, e chi per lui, decide qual è ‘la conversazione nazionale’, tale conversazione non nasce in un foro democratico, né si sviluppa in modo democratico. Sia ben chiaro che delle ore televisive dedicate all’uragano, ben poche hanno avuto a che fare con la questione sociale e la questione delle strategie dello sviluppo già messe in evidenza da Katrina.
Categoria: Guerra, Politica
Luogo: Stati Uniti
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