
Lo squarcio incontrollabile causato da Katrina nella avvolgente tela delle ‘verità’
che la stampa tende a tessere in acquiescenza del governo, delle forze armate,
del sistema di potere aziendale è già in via di rattoppo. Dopo un lampo di critica
feroce, per lo più giunta dalla gente disperata, in diretta dinanzi alle telecamere,
la stampa si è già riempita di piccole storie di eroismo che nascondono ed offuscano
la crisi sociale. Il muro di gomma, l’ottundente ottimismo, rimane incrinato perché
ormai si è incrinato qualcosa nell’opinione pubblica. Ma l’
esprit de corps della stampa si è già fatto sentire. Vi è un sentimento di obbedienza che è fatto
di un misto di bassi scambi e chiara identificazione con la legittimità dei potenti
in quanto potenti. L’Iraq brucia, ma si fa finta di niente. Si fa finta che questa
sia una situazione normale, anche se lo scoramento è appena sotto la superficie.
Time ha titolato: ‘siamo ancora in tempo per vincere la guerra?’. Tutto sommato la
questione non è quale fosse il motivo per la guerra, ma se la guerra come atto
esistenziale, come modo d’essere, riesca ancora a trarre linfa vitale per continuare
a perpetuarsi.
I potenti di questa America fanno le scelte centrali, in termini di vita e di
morte, sia a livello domestico che all’estero. Ma pur sempre per condurre le loro
politiche devono basarsi sulla mobilitazione di risorse che non gli appartengono
di diritto. Hanno bisogno di consenso e di apatia al contempo, hanno bisogno di
soldi, di saperi, di competenze diffuse nel corpo sociale. Per ora si è riannodata
la tela delle edulcorazioni della stampa, a cui si aggiungono le campagne pubblicitarie
dell’industria del gas e del petrolio (che invocano, reclamano e dichiarano di
incarnare un’America unita), e quelle della Croce Rossa americana (che ci dice
che esiste un paese al mondo in cui non importa da dove vieni, di che colore sei,
quanto diverso sei, anche a Sette stati di distanza sei il benvenuto nel momento
del bisogno; perché questo paese è l’America).

La virtù dei singoli è il grimaldello per i vizi collettivi. I Repubblicani non
vogliono dare ai poveri e ai diseredati dei vari uragani; ma finanzieranno la
‘ricostruzione’ del Sud come quella dell’Iraq, fiutando il grande affare. La solidarietà
invece è una cosa da appaltare ad altri, e lasciare al terzo settore. L’abbandono
cronico viene reimpacchettato come amore universale. Non che sia posticcia l’ambizione
della Croce Rossa americana, ma suonano falsi i suoi declami dinanzi alle orripilanti
inequità con cui si sono svolti i soccorsi ai rifugiati di Katrina, suonano falsi
dinanzi ai vocali e vociferanti distinguo razziali e di classe che abbiamo tutti
potuto vedere. La solidarietà non può essere marketing, o virtù personale, è un
dovere di comunità.
La stampa intanto riannoda i fili del discorso, ricuce il mito americano sbatacchiato
e forato dalla forza dell’uragano e degli insorti iracheni, che non si fermano
presso l’ufficio stampa del presidente, delle corporation, o delle forze armate
prima di dire e fare. A Washington vi è stata una manifestazione di centinaia
di migliaia di persone contro la guerra in Iraq tra il 24 settembre. Un numero
considerevole se si tengono conto le distanze fisiche da percorrere, e la totale
mancanza di sostegno partitico. Eppure, come fa notare
Fair, organizzazione che monitora la stampa, uno strano fenomeno sta accadendo: la
scomparsa (mediatica) delle proteste anti-guerra.

Fair esamina varie testate, mostrando come le massiccie manifestazioni hanno
ricevuto scarsa attenzione, o peggio, subito distorsioni. Secondo la banca dati
Lexis-Nexis solo Nbc Nighlty News, tra i Tg serali, ha menzionato la manifestazione
di Sabato, con 87 parole soltanto. La Cnn, che ha disposizione 24 ore per raccontare
notizie, ha similarmente relegato al margine la manifestazione. L’anchorman della
Cnn, Aaron Brown ha spiegato:
“C’è stata un enorme manifestazione di 100mila persone a Washington, che protestavano
la guerra in Iraq oggi, e a volte mi sembra di aver udito le proteste di ognuno
dei centomila perché non hanno ricevuto alcuna attenzione, ed è vero, non hanno
avuto alcun reportage. Molti di loro vedono in ciò un complotto. Vi assicuro che
non esiste, ma che semplicemente la storia nazionale oggi e la conversazione nazionale
oggi è l’uragano che mette milioni e milioni di persone a rischio, ed è semplicemente
una coincidenza sfortunata, e so che ciò non soddisferà tutti, ma questa è la
verità”. Evidentemente Aaron Brown, e chi per lui, decide qual è ‘la conversazione
nazionale’, tale conversazione non nasce in un foro democratico, né si sviluppa
in modo democratico. Sia ben chiaro che delle ore televisive dedicate all’uragano,
ben poche hanno avuto a che fare con la questione sociale e la questione delle
strategie dello sviluppo già messe in evidenza da Katrina.