Scritto per noi
da Giovanna Vitriano
Qualche mese fa, nel corso di un'intervista televisiva, il consulente agli idrocarburi
dell'ex presidente Carlos Mesa, Francesco Zaratti, di chiare origini italiane,
ha dichiarato: "Vivo da 32 anni in Boliva ma non è la prima volta che ci troviamo
in situazioni così critiche (il riferimento è alle mobilitazioni in Sucre dello
scorso giugno, ndr). Quello che ho imparato è che qui in Bolivia si arriva sempre sul bordo del
precipizio, e chi è al bordo del precipizio fa un mezzo giro indietro per riflettere.
Finché non c'è una situazione veramente disperata, nessuno cede per trovare una
soluzione".
Modus operandi. Sono sue parole testuali, pronunciate anche in italiano, quindi senza nessun
difetto di traduzione. In poche parole e per essere chiari, i boliviani amano far teatro, amano fare
marce e manifestazioni, non ci pensano due volte a far confusione nelle strade
del paese, tanto poi finisce tutto con un dietro front.
Crediamo che non sia proprio così. Perché le forme di dissenso in Bolivia costano
care, qualunque sia la prescelta per la causa in corso. Ci sono i blocchi e le
manifestazioni, ci sono le marce e gli scioperi della fame,
tutte attività che hanno una loro ragion d'essere e un loro prezzo, in genere
altissimo.
In marcia per protesta. Ultimamente si parla delle marce. Le marce in Bolivia non somigliano nemmeno
lontanamente a quelle che facciamo in questa parte di mondo (tipo la Perugia-Assisi):
sono centinaia di chilometri fatti a piedi sotto il sole accecante delle Ande,
che ti brucia il volto e ti lascia segni indelebili, vivendo in strada giorni
e notti (e lì la notte fa freddo) senza alcun comfort, niente tende o sacchi a
pelo, niente scorte di acqua potabile o assistenza della Protezione Civile. C'è
gente che muore durante le marce, che muore di stenti.
Manifestazioni e scioperi. Poi ci sono le manifestazioni. Centinaia di migliaia di persone che inondano
le strade principali di La Paz. I contadini abbandonando i campi, i commercianti chiudono
i negozi, esponendosi ai lacrimogeni e ai proiettili di gomma (di solito, però,
sono veri), affrontando la certezza di arresti di massa.
Poi, gli scioperi della fame. Pur non essendo una pratica molto diffusa (da quelle
parti il rapporto con il cibo è già precario di per sé, e uno sciopero della fame,
nella pratica, non è poi questa gran novità), negli ultimi anni ha registrato un minimo incremento:
si suppone che sia per l'attenzione ottenuta dai mass-media. Un po' come è avvenuto
nell'isola di Haiti dove i ribelli hanno iniziato la stagione dei sequestri per
ottenere attenzione e di conseguenza risultati, come avviene in Iraq. Ma non è
certo la forma di lotta preferita, non tanto quanto quella del blocco stradale.
In Bolivia è indubbiamente il mezzo più semplice ed efficace per ottenere attenzione.
Due le grandi strade boliviane, la Transandina e la Oruro-Santa Cruz.
Blocchi stradali. E' sufficiente creare un blocco stradale all'incrocio tra le due 'arterie' per
paralizzare tutta la Bolivia. I blocchi stradali
si ottengono facendo esplodere dinamite, creando così delle voragini che rendono
intransitabile la zona. La dinamite, poi, è l'arma delle manifestazioni perché
a buon prezzo (la Bolivia è ricca di salnitro): durante i cortei, oppure dai blocchi
stradali, per affrontare le forze di polizia in genere si fanno esplodere i cazabobos, più potenti dei petardi e un po' meno dei candelotti di dinamite. Tutto questo
spiegamento di energie, tutto questo danno all'economia (di cui il turismo è parte
molto importante), non è certo risolvibile con le indicazioni di Zaratti, cioè
con un temperamento molto
passionale e basta. Dietro ogni mobilitazione ci sono gruppi di potere, che siano
chiari o oscuri poco importa, che hanno richieste e che cercano di giocare le
proprie carte, barando o bluffando se è il caso.
Negli ultimi anni le cause ufficiali
delle manifestazioni sono sempre le stesse: la nazionalizzazione degli idrocarburi,
la convocazione dell'Assemblea Costituente, la soluzione al problema delle terre,
il diritto all'acqua. Ora, sia che dietro uno sciopero ci siano i potenti autonomisti
della Media Luna, sia che ci siano i sindacati, ciò che accade nella realtà non cambia: la gente
di Bolivia è per le strade a urlare le proprie richieste, fino a questo momento
tutte disattese. Loro gridano più forte che possono, sta a noi aver voglia di
sentirli.