Le isole tailandesi di Phi Phi, ex paradiso del turismo, a otto mesi dallo tsunami
Scritto per noi
da Fabio Pulito
Per
chi c’è stato prima del 26 dicembre scorso le isole di Phi Phi, al largo
della costa sud-ovest della Thailandia, sono il posto adatto per farsi un'idea
precisa sugli effetti dello tsunami e sulle difficoltà connesse al processo di
ricostruzione. Molto più della vicina Phuket, dove le tracce del maremoto sono
evidenti ma sono, per l'appunto, solo delle tracce: qualche edificio in
costruzione, altri evidentemente rinnovati, qualche detrito ammucchiato in un
angolo e un odore fetido che esce dai tombini in prossimità della spiaggia. A
Phi Phi invece, a più di otto mesi dall'evento, ci si rende conto delle reali
dimensioni della catastrofe.
Paradiso perduto. Koh Phi Phi è il nome di
una coppia di isole del Mar delle Andamane, situate al largo della costa di
Krabi, nella Thailandia sud-occidentale. Phi Phi Ley, dal profilo squadrato e
dall'aspetto vagamente tetro, è la minore delle due, è praticamente disabitata
e alcuni anni fa fu il teatro di un famoso film americano con l'attore Leonardo
Di Caprio, girato nella paradisiaca spiaggia di Maya beach.
L'altra
isola, Phi Phi Don, ha la forma di due polmoni di dimensioni diverse, collegati
da uno stretto istmo che separa le due baie principali. La prima baia, Ton Sai,
si apre a sud-est verso Koh Lanta e se vista dall'alto appare punteggiata dai
colori sgargianti delle barche dei sub e da quelli sobri delle imbarcazioni che
effettuano i servizi di collegamento con Krabi e Phuket. La baia di Loh Dalum
si affaccia in direzione opposta, verso Phuket; è quasi completamente racchiusa
dall'abbraccio delle alture dell'isola e offre un romantico punto di
osservazione di un rinomato tramonto tropicale. Tra le due baie e fino ai piedi
delle colline si sviluppa il paesino di Ton Sai, che raccoglie la maggior parte
delle strutture turistiche dell'arcipelago.
Sull'onda
della fama portata dal film e dalla sua fotografia di spiagge da sogno, dalla
seconda metà degli anni novanta un numero sempre più elevato di turisti è
arrivato sull'isola, con i picchi stagionali più alti proprio nella settimana
che va da Natale a Capodanno. Per accogliere, nutrire e intrattenere i
visitatori Ton Sai si è andato riempiendo di alloggi di ogni livello,
ristoranti, scuole di sub, agenzie turistiche, bar e negozi. Non sono pochi i
viaggiatori che credendo di arrivare in un intoccato paradiso tropicale sono
rimasti allibiti trovandosi di fronte sportelli bancomat, minimarket aperti 24
ore e collegamenti internet via satellite.
I segni del maremoto. Prima dell'arrivo alla baia
di Ton Sai, già dalla barca si nota che la prima fila di edifici è stata
seriamente danneggiata o distrutta. Dopo essere sbarcati ed aver attraversato
il molo ci si trova davanti al primo scheletro di un caduto celebre: l'edificio
del
Seven/Eleven, riconoscibile soltanto per l'insegna luminosa e per
qualche scaffale vuoto tra i detriti racchiusi da tre pareti diroccate; la
facciata di vetro invece non esiste più.
Percorrendo
le strade del centro ci si imbatte in edifici ricostruiti, altri distrutti e
rimpiazzati da strutture provvisorie, e soltanto alcuni rimasti apparentemente
intatti. Qua e là si intravedono cumuli di detriti e pezzi di metallo divelto
nascosti alla meno peggio. Fa una certa impressione vedere gli sportelli
bancomat - il simbolo dello sviluppo sull'isola - impolverati e fuori uso, a
volte con un rozzo Out of order scarabocchiato su un pezzo di carta
appiccicato sullo schermo morto, spesso invece privi anche di quel messaggio
lapidario.
Tuttavia
ciò che aspetta il visitatore che si sposta verso la baia di Loh Dalum è ancora
peggio. Da un certo punto in poi le poche costruzioni che stanno in piedi sono
tutte nuove, il resto è soltanto un immenso cumulo di macerie. Continuando a
passeggiare verso il mare, arrivati a circa duecento metri dall'acqua, lo
spettacolo è agghiacciante. Il dedalo di stradine costeggiato da semplici
costruzioni - spesso in legno - che ospitavano alberghi economici,
ristorantini, e negozietti è ora un desolante spiazzo aperto, perlopiù
ricoperto di rottami. Si fa fatica ad orientarsi, i vecchi punti di riferimento
non esistono più. La spiaggia sembra essere ridiventata quel che deve essere
stata alcuni anni fa, quando il boom
del turismo doveva ancora iniziare e Koh Phi Phi era abitata da qualche decina
di pescatori. Di due dei resort più eleganti restano soltanto un paio di
costruzioni in muratura, peraltro in condizioni malmesse. Del bel ristorante
italiano, della coppia di "Chiringuito del tramonto" e dei
bungalow in legno, paglia e bambù non resta letteralmente niente, nemmeno
qualche moncone di legno o delle tracce sull'erba. Le palme sono spelacchiate
e
gli alberi in gran parte mutilati. A riva è ormeggiata una grande chiatta su
cui alcuni operai thailandesi lavorano tra sacchi di detriti e cumuli di
sabbia.
La
fila di sdraio e i tavolini di un bar in mezzo a quel deserto non migliorano
affatto la situazione, ma la rendono anzi ancor più triste, soprattutto una
lavagnetta su cui qualcuno ha scritto "PP Princess bar menu": PP
Princess era il nome di uno dei resort spazzati via, questo banchetto che
vende bibite è tutto ciò che ne resta.
Otto mesi fa. Lo tsunami generato al
largo di Sumatra è arrivato a Phi Phi verso le 10:30 del mattino del 26 dicembre
2004, tre quarti d'ora dopo aver raggiunto l'isola di Phuket. Phi Phi Don è
stata investita da due ondate successive, ognuna delle quali ha colpito
entrambe le baie. Poco prima dell'arrivo della prima cresta il mare si è
ritirato all'improvviso di parecchi metri, lasciando le barche incagliate e i
pesci a dimenarsi sul fondo asciutto. Numerosi turisti e residenti incuriositi
si sono avvicinati per osservare il corallo esposto all'aria aperta o per
afferrare i pesci in agonia. La prima onda si è abbattuta sulla costa ad una
velocità di 50 km/h o più, con altezze di 6,5 metri alla baia di Loh Dalum e di
3 metri a Ton Sai. Le ondate provenienti dalle due baie si sono incontrate
lungo una linea che taglia in due il paese, poi quella maggiore proveniente da
nord-ovest ha spinto l'altra all'indietro. Il mare si è quindi ritirato
nuovamente e il processo si è ripetuto per una seconda volta. L'acqua ha
attraversato l'isola da parte a parte anche in altri due punti sul
"polmone” nord-orientale: tra due baie minori - La Naa e Bakhao - e a Laem
Thong, un villaggio di pescatori nomadi.
Il
bilancio dei danni è molto serio: il 70 per cento delle costruzioni è stato
distrutto o danneggiato, ottocento sono i corpi senza vita ritrovati e
milleduecento i dispersi, più di cento i bambini rimasti orfani. Tra le vittime
non ci sarebbero membri della comunità dei pescatori gipsy. Sono infatti
riusciti a mettersi in salvo per tempo, dopo aver riconosciuto alcuni segni
premonitori dello tsunami in fenomeni osservati in mare o nei sogni di alcuni
"sensitivi".
Lavori di ricostruzione. Il processo di
ricostruzione è in corso: muratori e falegnami lavorano sui siti degli edifici
distrutti, operai thailandesi e volontari, in gran parte stranieri, ripuliscono
la spiaggia dai detriti.
Chi
è riuscito a ricostruire in fretta e chi non ha subito danni si gode gli
introiti della macchina del turismo che ha ricominciato a funzionare. In molti
espongono insegne con messaggi volti a sensibilizzare i passanti. Ad un centro
di massaggi si legge: "Le donne che lavorano qui devono mantenere le loro
famiglie colpite dallo tsunami, aiutatele e viziatevi al tempo stesso". Un
venditore di bigiotteria scrive: "Lo tsunami ha distrutto il nostro
negozio e non abbiamo i soldi per comprare nuova merce. Siamo cinque in
famiglia, di cui tre bambini. Non abbiamo niente! Aiutateci".
Le
cifre tuttavia non sono ancora ritornate ai livelli di quelle precedenti il
disastro. Alcune settimane fa la CNN intervistava il proprietario di un'azienda
che fornisce il servizio di collegamento con la terraferma. Fino all'anno
scorso le sue barche erano quasi sempre piene e in alta stagione doveva
noleggiare le imbarcazioni di altri operatori. Ora le barche sono semivuote e
l'azienda è spesso costretta a operare in perdita.
Rilancio del turismo e malaffari. C’è anche chi in questo
scenario di distruzione riesce comunque a trovare un lato positivo. Una turista
canadese mi fa sapere che in fondo non le dispiace essere stata qui proprio
ora, quando molte delle strutture spazzate via dall’acqua non sono ancora state
ricostruite e gran parte dell’isola presenta in un certo senso la sua faccia
naturale.
Non
mancano inoltre storie di complotti e tesi cospiratorie. Circola una voce
secondo la quale alcuni poteri economici, con il sostegno di qualche
personaggio del mondo politico, starebbero pianificando di convertire Phi Phi
in una meta per turisti di alta categoria, con la costruzione di costose
strutture di lusso. A causa della resistenza opposta da alcuni dei residenti
questi personaggi si starebbero impegnando per ostacolare il processo di
ricostruzione e di rilancio del turismo. E' una storia simile a quella che
circolava tempo fa a proposito di altre isole del paese. L’unico esempio che si
raccoglie a sostegno di questa tesi riguarda lo smantellamento dei rifiuti che
venivano regolarmente trasportati sulla terraferma e che da qualche tempo
sarebbero invece lasciati a marcire sull’isola. I cumuli di spazzatura a Koh
Phi Phi sono in effetti grandi e maleodoranti, ma risulta alquanto difficile
considerarli una prova schiacciate a favore delle accuse di malaffari. Se ne
possono infatti trovare di simili in tutte le altre isole del sud-est asiatico,
comprese quelle che non sono state colpite dallo tsunami.
Un futuro incerto. Saliti a bordo della barca
per Phuket e osservando da lontano gli operai che si muovono sugli edifici in
costruzione
come api attorno a un alveare, si ha l’impressione che in tempi relativamente
brevi l’isola ritornerà a essere quella di prima, essendosi data pure una mano
di vernice nuova. Alcune attività avranno cambiato proprietario, i
sopravvissuti e i nuovi arrivati avranno perso alcuni mesi di profitti, ma il
flusso di turisti, che già aumenta di settimana in settimana, ritornerà forse
agli
antichi splendori.
A
ricordare le vittime resteranno un giardinetto intitolato ai caduti, le targhe
esposte da qualche esercente, e un paio di murales dipinti da un turista.