Argentina, riparte il processo ai 'represores'. Luis Puenzo
racconta come si vive una dittatura
scritto per noi
da Gianluca Ursini
Luis Puenzo, regista argentino, 59 anni. La sua ultima opera
‘La puta y la ballena’ ha registrato successi di botteghino sia nel Paese natale che al di qua dell’oceano
Atlantico, in Spagna. Fu il primo latinoamericano a vedere insignito di un ‘Oscar
per il miglior film straniero’ una sua opera: accadde nel 1985 con ‘
Historia Oficial’, la vicenda di una professoressa che si accorge solo alla fine della dittatura
di aver vissuto fianco a fianco con un ‘
represor’ della ‘
Guerra Sucia’ (la 'Guerra Sporca' che la polizia segreta combattè contro gli oppositori del
regime militare); la protagonista, interpretata dalla pluripremiata Norma Aleandro,
scopre anche che la propria figlia adottiva è stata tolta (
‘espropriada’) ai suoi legittimi genitori, due
desaparecidos. Una opera dura, che ha fatto riflettere il mondo intero su come di quel Paese
fino a quel momento fosse stata imposta una visione di

facciata – una ‘
Historia oficial’ – a cui non corrispondeva la realtà che i militari avevano nascosto per 7
anni, dal 1976 al 1983. Dopo quella pellicola, fra le sue firme più conosciute
la personale versione de ‘La Peste’ del 1993, con William Hurt e Robert Duvall.
Tra i grandi rimpianti artistici che confida durante l’intervista rimane un progetto
con un produttore italiano ancora irrealizzato, sulla vita di un anarchico italo-argentino
autore di numerosi attentati dinamitardi nella Buenos Aires di fine '800.
PeaceReporter lo aveva incontrato tempo fa nella sua casa di produzione di Palermo Viejo,
nella capitale argentina, per commentare una serie di novità positive sugli anni
della repressione politica, dalla promessa di creare un Museo della memoria, alla
decisione della Corte suprema argentina di annullare le leggi di amnistia per
i militari colpevoli dei crimini di genocidio.
Momento fausto. Adesso le sue parole assumono una valenza diversa, mentre

mercoledì 28 settembre viene aggiornata a Roma l’udienza preliminare del secondo
processo italiano a carico di militari, per la sparizione e l’omicidio di tre
italo argentini. Sulla barra degli accusati grandi ufficiali, come l’ammiraglio
argentino Emilio Massera, dell’’
angel de la muerte’ Alfredo Astiz e di Jorge ‘
El Tigre’ Acosta, più altri tre esecutori di secondo piano, che avrebbero pianificato
la morte di Giovanni e Susanna Pegoraro e di Angela Aieta. Un primo processo a
carico di 7 militari per la sparizione di otto italoargentini si è concluso in
Cassazione nell’aprile 2004, con due ergastoli e sei condanne a 24 anni di carcere.
Cosa ne pensa della promessa di creare un nuovo Museo della Memoria
nella Esma, dove vennero torturati gran parte dei 30mila desaparecidos?
“La decisione del presidente Nestor Kirchner di aprire un museo della Memoria
sulla “Guerra Sucia” combattuta in questo Paese dal ’76 all’83 è coraggiosa e
valida, ma prima di giudicare dobbiamo aspettare per vedere se avrà un seguito
pratico; se dovesse rimanere soltanto un gesto simbolico, per mostrare la verità
agli argentini, allora rimarrebbe pura demagogia”.
Cosa c’è da aspettare, per esempio?
“Perché questa scelta sia valida serve sia il primo passo per riaprire i processi
a carico di chi ha voluto quella guerra occulta e la ha praticata; è stato fondamentale
dichiarare incostituzionale la “Ley de Obedencia debida”, la legge sull’Obbedienza dovuta con la quale il governo di Raul Alfonsin nel
1986 mise una pietra sopra i soprusi dei repressori di secondo piano, stabilendo
che avevano solo eseguito degli ordini e non potevano far altrimenti, e quella
del 'Punto Final' sua omologa”. (sentenza definitivadella Corte suprema il 15 giugno scorso,
ndr)
Dopodiché?
“Per completare il quadro di giustizia su quegli anni, non può mancare un processo
agli economisti, cosa mancata finora,perché i veri artefici della guerra civile
che ha segnato quel periodo sono coloro che hanno deciso le politiche economiche
che negli anni successivi ci hanno affossato”.
Le parole di Puenzo sembrano segnate dalla crisi che ha sprofondato il Paese
nella miseria dal dicembre 2000: una crisi che per lui comincia già negli anni
’80: “Le pessime condizioni economiche in cui viviamo ora datano alle politiche
decise dai ministri dell’economia di vari Paesi latinoamericani nel decennio 1970:
per capire le dittature e le repressioni bisogna risalire a quelle scelte neoliberiste..
contro quelle politiche si stava scatenando il dissenso nel nostro Paese, così
come in Cile, e per difendere quelle politiche i militari presero il potere e
scatenarono la repressione. Nonostante tutto questo, a tutt’oggi nessun economista,
nessun ministro per l’economia è mai stato indagato. Se andiamo a vedere bene,
erano tutti colleghi d’Università e avevano lo stesso credo economico, quello
ultraliberista della ‘Scuola di Chicago’: basta riguardarsi i loro cv per avere
una mappa molto chiara dei loro piani e della rete che avevano creato in Sud America”.
Ma creare un Museo della Memoria e rivangare vicende di oltre 30 anni fa annullando
le leggi di amnistia dei militari, che utilità pratica può avere?
“L’importanza di un Museo si può capire solo se si tiene a mente che gli Argentini
di quel periodo non hanno nessuna memoria e non vogliono assolutamente ricordare…
chi ha vissuto quegli anni sa come fosse impossibile non vedere quel che stava
succedendo, ma la maggioranza della nostra popolazione voleva credere che quel
che stava capitando non era una cosa che riguardava loro, ma gli altri, quelli
che “si vanno a cercare i guai” o che si “mettono in politica” ..
Impossibile, dice.. Era così comune che un amico o conoscente scomparisse?
“Era una cosa che capitava nella vita di tutti i giorni, ti poteva perfino succedere
che vedessi una Ford Falcon (l’autovettura prediletta dai represores) fermarsi in mezzo alla strada davanti un ragazzo qualsiasi, vedere tre ceffi
scendere al volo e caricare il malcapitato in macchina; oppure poteva succedere
in ufficio: dal sabato al lunedì scompariva un tuo collega del lavoro e nessuno
ne sapeva più nulla; il nostro compito allora, per gli amici e chi ci teneva davvero
ai desaparecidos, era procurare loro un buon avvocato e tentare di “blanquearlo”, ossia di regolarizzarli, letteralmente “portarli al bianco dal nero (temine
usato dagli economisti per l’economia sotterranea) in modo che comparissero come
arrestati ufficialmente in qualche caserma, altrimenti i militari potevano dire
tranquillamente di non saper nulla della scomparsa di Tizio o Caio”..
Una tragedia che colpiva tutti..
“Bisogna anche tenere a mente che non erano solo gli attivisti di sinistra a
diventare “desaparecidos”, ma chiunque si impegnasse attivamente in politica, anche i militanti delle
Organizzazioni di volontariato o i peronisti, membri di un partito che contava
anche elementi di destra tra le sue correnti: (la loro organizzazione giovanile più
attenta alla giustizia socuiale, i 'montoneros' , vennero spazzati via dalla repressione, ndr) il solo fatto di essere giovane,
e soprattutto, colpa grave, uno studente, rendeva bersagli possibili della repressione”.
Come fa ad essere così sicuro che gli argentini volessero dimenticare?
“L’esempio lampante del come i miei connazionali volessero rimuovere quel periodo
nero, viene dal mio film premiato con l’oscar,
Historia Oficial: quando uscì nelle sale nel 1985 riscosse uno scarso successo, ma dopo che cominciò
ad ottenere i primi successi in Europa con il premio “Migliore attrice” a Cannes
alla protagonista, Sandrine Bonnaire, potemmo riportarlo nelle sale e iniziò a
incassare abbastanza, ma la consacrazione con settimane di coda ai botteghini
la abbiamo avuta soltanto quanto il film vinse nell’86 il Golden Globe e poi
l’Oscar in

America.. la maggioranza degli argentini ha un atteggiamento verso la repressione
che hanno anche alcuni Europei verso l’Olocausto: è un ricordo scomodo che fa
male e si cerca di lasciarselo dietro, come tutte le cose spiacevoli, semplicemente
di dimenticarlo; è per questo che sono contento che qualcuno nella mia Nazione
senta il bisogno di ricordare..”