Domani, 29 settembre 2005, il popolo
algerino andrà alle urne. Di solito si vota per i proprio futuro, ma sembra che
in Algeria si esprima un voto diverso: un voto sul passato. Da quando è finita
la guerra civile, che tanti morti è costata al Paese, l’Algeria cerca di
ricominciare a vivere. Ma troppo forte resta la lacerazione di una giustizia
che non è riuscita a punire i colpevoli. L’artefice, nel bene e nel male, della
rinascita algerina dopo la ‘guerra sporca’ è stato Abdelaziz Bouteflika, il
Presidente della Repubblica. Da quando è salito al potere la sua linea rispetto
ai crimini commessi durante la guerra, sia quelli dei militari sia quelli dei
fondamentalisti, è sempre stata quella della pietra sopra. Prima l’amnistia e
adesso il referendum. L’obiettivo è quello di chiudere i conti con il passato,
consegnando alla storia i massacri e all’oblio i loro responsabili. Più che un
voto su questo però, sembra essere lo stesso operato del Presidente sotto
esame: ha vinto ed è stato confermato come Presidente dell’Algeria perché era
l’uomo
della pacificazione. Visti gli scarsi risultati, con centinaia di morti negli
scontri tra militari e fondamentalisti, adesso prova la carta definitiva:
chiudere con il passato. Ma chi è Bouteflika? Ecco la sua storia raccontata da
un giornalista algerino.
Scritto per noi da
Karim Metref
Si chiama Abdelaziz Bouteflika. È nato nella città
marocchina di Oujda, a pochi chilometri da Tlemcen, città d’origine della sua
famiglia. Una famiglia agiata di commercianti, che ha dato a lui l’opportunità
rara a quell’epoca per i figli del popolo di proseguire gli studi fino
all’università, in Marocco, dove frequenta i primi anni nella facoltà di
filosofia, prima di interrompere il suo percorso universitario per raggiungere
l’organizzazione politica del Fronte di Liberazione Nazionale, nei campi
profughi di Oujda. Appena ventenne, entra subito a far parte di quella classe
di giovani ambiziosi che hanno utilizzato il
Malg (antenato dei servizi
segreti algerini) e le truppe dell’Esercito di Liberazione Nazionale (ALN),
stazionate in Marocco e in Tunisia, nei campi profughi, per il loro uso
personale. Questi uomini entrano in Algeria il giorno stesso della
proclamazione dell’indipendenza, il 5 luglio 1962.
I massacri francesi. Arrivarono su macchine nuove di
zecca e su mezzi blindati, alla testa di un “Esercito delle Frontiere” ben
nutrito, ben attrezzato e composto da giovani sani e ben addestrati. Sanno di
avere il sostegno di tutti i regimi arabi dell’epoca, con Nasser in testa.
Prenderanno il potere,
manu militari ma quasi senza rumore, dalle mani
tremanti di un esercito interno stremato da sette anni di guerra spietata
contro uno delle prime potenze militari del mondo. Si sa benissimo che la guerra
d’Algeria non fu una vittoria
militare. La Francia ha operato un vero e proprio macello. Più di un milione di
morti, di cui la maggioranza civili. L’Esercito di Liberazione Nazionale
(quello dell’interno), già verso il 1960, era quasi decimato. Mentre da una
parte abbozzava i primi negoziati segreti con i rappresentanti politici del
Fronte di Liberazione Nazionale, il governo francese già dalla fine degli anni
Cinquanta intraprende una serie di operazioni vigorose. Il ministro francese
della Difesa dell'epoca André Morice, lancia sulle frontiere la costruzione di
una barriera fisica composta da varie linee di filo spinato elettrificato
su un terreno imbottito di mine antiuomo
per isolare l’Algeria dal Marocco e dalla Tunisia, la cosidetta
Ligne Morice,
impedendo così l’arrivo di armi, munizioni e altre attrezzature nelle campagne
algerine. Le montagne della Cabila e dell’Aures, le più frequentate dai
partigiani, sono messe sotto torchio, operazioni militari di grande dimensione
come quella chiamata
Opération Jumelle mettono a dura prova la
resistenza dei ribelli. Infine, i p
arà di Massu impiegano meno di due
anni per sradicare la famosa guerriglia urbana di Ben Mhidi Yacef Saadi, più
nota come la battaglia di Algeri.
La fine di un'epoca. Alla fine le pressioni
internazionali, l’opinione pubblica internazionale e anche quella francese
stanca dalla guerra, spingono il governo di Parigi alla negoziazione. Il
risultato è il referendum di autodeterminazione del 1961 in cui trionfa
l’indipendenza di quella che fu, come l’India per i britannici, il gioiello
della corona imperiale francese.
Bouteflika divenne ben presto uno dei più giovani ministri
degli Esteri dell’epoca. Aveva soltanto 25 anni quando è stato investito della
carica nel settembre 1962, sotto il primo presidente della Repubblica Algerina
Democratica e Popolare, Ahmed Ben Bella. Bouteflika restò nei circoli del
potere fino alla morte del secondo presidente della storia dell’Algeria, Houari Boumedienne, nel 1979. Dal 1979 fino
al 1999, per 20 anni, “Boutef” si fa dimenticare. Viaggia molto. Approfitta
delle relazioni costruite durante la sua carriera diplomatica (ma anche dei
fondi sottratti al ministero, secondo alcuni) per fare affari ed arricchirsi.
Quando si ripresenta sulla scena politica, nel 1998, il
paese è distrutto da 7 anni di guerra civile. La lotta al terrorismo, rimasta
per anni compito esclusivo di un pugno di generali detti “sradicatori” (cioè
fautori del pugno di ferro, della politica del “tutto-militare”, non
soltanto nei confronti dei gruppi armati ma dell’islamismo militante in genere)
è un vero disastro.
Il risultato lo conosciamo. Centinaia di migliaia di
vittime. Il terrore si espande su tutto il territorio. Il paese è messo in
ginocchio. I settori produttivi girano a meno del 20 per cento delle loro
capacità. Le terre agricole sono abbandonate. L’edilizia è quasi ferma, in un
paese dove la crisi degli alloggi è già gravissima…
La necessità di cambiare. Diventa chiaro che bisogna
trovare delle soluzioni politiche, che la repressione selvaggia e, ancora
peggio, le manipolazioni sanguinarie dell’epoca dei massacri non fanno altro
che sprofondare il paese sempre più nel caos.
Larghi reparti del potere e dell’esercito cominciano a
organizzarsi. Si cerca una persona che abbia ancora un po’ di credibilità per
ripartire e per gestire il futuro dell'Algeria.
L’allora presidente Lamine Zeroual non era un politico. Era
un semplice ufficiale dell’esercito in pensione, chiamato alla presidenza del
paese proprio perché dilettante, mai coinvolto nelle lotte dei vari clan che
attraversano ancora oggi l’apparato dello Stato e ne controllano le
istituzioni, neutrale in qualche modo. Ma Zeroual non è l’uomo della
situazione. Non può dare una svolta decisiva al Paese. È troppo debole nei
confronti dei generali.
Ci voleva una “grossa cilindrata”. Uno abbastanza agguerrito
e nel tempo stesso rimasto da parte durante le ultime lotte tra “sradicatori”
e
“riconciliatori”. Di certo non un altro ingenuo come Mohamed Boudiaf, ucciso in
diretta televisiva, mentre rivolgeva un discorso alla nazione, per aver voluto
toccare, con i suoi metodi goffi, gli interessi dei generali. È per tutto
questo che “Boutef” (come viene subito soprannominato dalla stampa), all’epoca,
fu l’uomo giusto al posto giusto.
L'uomo della provvidenza. Stranamente, la schiera di
generali che detenevano il potere in Algeria da più di 20 anni, erano tutti
ex-ufficiali dell’esercito francese, durante la guerra di liberazione. Appena
abbozzati i negoziati per l’autodeterminazione dell’Algeria, nel 1958, si
verificano varie diserzioni di giovani
sottoufficiali algerini (spesso da poco elevati al rango di luogotenenti). La
chiamano la promozione
Lacoste, del nome del governatore francese di
Algeri, Robert Lacoste, accanito sostenitore de “
l’Algérie française”.
Queste giovani “teste calde”, però, non vanno a raggiungere i partigiani per
farsi massacrare sulle montagne. Vanno a mettersi in salvo, in Tunisia e in
Marocco, nell’ “Esercito delle frontiere”, laddove si giocava veramente il
futuro del Paese.
Durante i quattro decenni che hanno seguito l’indipendenza,
loro, si sono mossi lentamente ma con metodo, tutti insieme, tenendosi gli uni
gli altri come dei veri scalatori, sempre verso l’alto della piramide. Fino ad
arrivare negli anni Novanta a essere i veri padroni del Paese.
Il regno dei generali serve quindi anche a mantenere
l’Algeria in quello che i potenti hanno definito, durante la divisione del
mondo a Yalta, come “l’area d’influenza” della Francia. Solo che dalla caduta
del muro di Berlino e dalla conseguente fine della Guerra Fredda, non c’è più
nessuna ragione di rispettare gli accordi di Yalta. E poi era già da anni che
i
nuovi padroni del mondo guardavano con l’acquolina in bocca questo pezzo di
ricca terra africana zuppo di petrolio e di minerali pregiati.
Il regno di Boutef. Tra l'Occidente e Abdelaziz Bouteflika,
anche se quest'ultimo fu ministro nel governo “anti-imperialista” di
Boumedienne, durante gli anni di viaggi e di affari, soprattutto nei paesi del
Golfo, filo-occidentali, si sono create buone relazioni. Hanno imparato ad
apprezzarsi a vicenda. Sono gli Stati Uniti il suo sponsor principale quando
arriva ad Algeri per annunciare la sua candidatura a Presidente della
Repubblica. È l’ambasciatore americano che tutta l’opposizione va a trovare per
chiedere garanzie per la regolarità del processo elettorale. Ciò nonostante, le
elezioni non saranno regolari… ma questa è un’altra storia. Il primo mandato di
“Boutef” era dedicato quasi esclusivamente al rafforzamento del suo potere. E
non fu una partita facile. Ha dovuto fare fronte ad un attacco frontale da
parte di alcuni generali e della stampa a loro fedele. Il rapimento dei 30
turisti svizzeri e tedeschi era un segno chiaro della DRS, l’organismo che ha
fatto da capo d’orchestra nella manipolazione dei gruppi armati durante “La
sporca Guerra”. Il quotidiano Le Matin, con dietro il potente generale Mohamed
Lamari, allora capo dello stato maggiore, faceva una vera e propria guerra
all’immagine del presidente. Svelava tutti i giorni degli scandali in cui era
coinvolto lui o alcuni dei suoi più stretti collaboratori. Il direttore del
giornale pubblica, in Francia, un libro che diventa subito un best seller dal
titolo “Bouteflika, un impostura algerina”. Buona parte del Fronte di
Liberazione Nazionale, il partito storico al quale è sempre appartenuto il Presidente,
si è schierato in massa per lo sfidante: Ali Benfliss. La Cabilia era a fuoco
e
a sangue per più di due anni. Tutto sembrava andare contro Boutef. Ma la storia
provò il contrario. Il secondo mandato è conquistato con più del 80 per cento
delle preferenze. Un risultato che non riflette la popolarità del presidente,
ma riflette benissimo il peso che ha il candidato del sistema e la sua mano
messa sui servizi di sicurezza e sull’apparato amministrativo. Oggi, Benfliss,
insieme al partito FLN, è rientrato nei ranghi; il
Generale Lamari è stato dimissionato, gli altri generali sono corsi a baciare
la mano del presidente rieletto. Il giornale Le Matin è chiuso e il suo
direttore Benchicou marcisce in prigione senza che nessuno se ne preoccupi,
mentre il “piccolo Boutef” regna su tutto senza condivisione. O quasi.