Ana, sieropositiva e senza soldi per le medicine. Ecco l'effetto del Tlc sul Nicaragua
di Javier Sancho Más

Sono arrivato tardi all'appuntamento nella sala d’attesa del
medico. Ma non è lui che devo incontrare, bensì quella donna seduta
su una panca di fianco alla porta chiusa
dell'ambulatorio.
Ha
la schiena incollata alla parete e la testa alta. Mi guarda con i suoi occhi
enormi e
si alza senza piegare la schiena, dalle sue labbra spunta solo un gesto di
dolore per lo sforzo.
Mi stringe la mano. "Io sono Ana, lei dev'essere la persona che mi vuole
intervistare", mi dice a bassa voce, ma senza titubare.
Mi chiede
di non rivelare
il suo nome, né troppi dati. Quindi, è lei stessa a farmi la prima domanda.
"Che cosa le fa paura?"
Storie di vita vera. Ana vive in un quartiere chiamato Guasmo, di
una città, di un paese che potrebbe essere uno qualsiasi dell'America Latina.
Strade senza asfalto,
negozietti da tutte le parti, farmacie con alcune medicine generiche per le
cose più semplici e, di sera, tutto chiuso.
Ad alcuni chilometri da Guasmo si trova la
prima comunità rurale. Là è dove Ana va tutti i giorni per insegnare in una scuola
elementare.
"Ho paura prima di tutto per i miei
figli, non voglio che esponendomi io, siano poi loro a soffrire. Devono
lavorare
e non è
giusto che io sia la causa di… ". Ana non può continuare a parlare, non
le arriva
la voce e il suo corpo debole non sa resistere alla benché minima
emozione senza che il dolore le bagni il viso tramutato in lacrime.
Teme
anche che nella scuola dicano che per colpa sua i bambini e le bambine
possano
infettarsi. "Capisce? Là la gente pensa di rischiare il contagio anche
solo condividendo
il
bagno".
Ana ha saputo di avere l'Aids dopo che suo marito è morto proprio per
questa malattia.
Fino a quel momento non lo avrebbe mai
potuto nemmeno immaginare.
Quando lo ha saputo, le è entrata l'enorme disperazione di ritrovarsi in quello
stato con tre figli
e il suo povero stipendio da maestra. La sua prima reazione è stata di non dirlo
a
nessuno. Poi ha preso coraggio, incominciando dalla sua famiglia. Qualche fratello
ha avuto una certa
compassione e la va ancora a trovare,
"ma non succede mai che mi invitino ad andare a casa loro, con le loro
mogli e i loro figli. Eppure prima mia cognata veniva addirittura a trovarmi".
La cura impossibile. Ana ha iniziato il trattamento antiretrovirale mesi fa. Le
hanno raccontato
di molte persone che vivono decentemente
pur avendo l’ Hiv. Ma
il ministero della Sanità, nonostante il finanziamento del Fondo
Globale, ha smesso di passarle i farmaci. Quando lei e gli altri
sieropositivi hanno domandato comprensione "il ministero stesso ha
chiesto a sua volta comprensione agli
ammalati dicendo che si tratta di un farmaco caro e difficile da
ottenere con un budget così limitato”. Molti pazienti, dopo avere
ascoltato il "torni un altro giorno", sono dovuti andarsene a casa,
alcuni in regioni molto lontane da quell'ospedale di Managua, l'unico
del paese dove si dovrebbero garantire le
medicine.
Un viaggio così lungo per sentirsi dire solo
cose che tolgono la voglia e la speranza. Ma Ana sa che ci sono medicine molto
più economiche e ugualmente efficaci, lo sa perché c'è una Organizzazione non
governativa (Ong) che le utilizza in molti paesi. Sa anche che nel suo paese
non ce ne sono semplicemente perché, durante alcune trattative, si è negoziato
tutto, anche la sua vita, si sono presi impegni sotto lo sguardo degli Stati Uniti
per un
Trattato di libero commercio che blocca la possibilità di utilizzare medicine
generiche per alcuni anni; anni che Ana non può permettersi di
aspettare. Quindi come può tollerare che il ministero della Sanità
rimanga senza medicine?
Ana non capisce nemmeno come sia possibile
che, nonostante il finanziamento del Fondo Globale e la spesa riservata alla formazione
del personale sanitario affinché
impari a trattare con i pazienti sieropositivi, si continui ad avere ancora casi
vergognosi di discriminazione.
Sul posto di lavoro succede la stessa cosa. Se
vivessimo in un altro mondo, Ana potrebbe andare a scuola senza paura.
Conosce
le precauzioni da prendere e nella scuola sono già venuti a parlare di
prevenzione, ma lei non può dire di essere ammalata, nessuno lì
deve sapere che quell'insegnante magra e sempre con la
schiena dritta ha il virus. Eppure
non sarebbe un dramma se l’aids non fosse una sorta di tabù legato al
sesso e
quindi scandaloso. Non sarebbe un dramma se nelle
negoziazioni del Cafta non ci fossimo privati della possibilità di
avere
medicinali generici per le nuove terapie.
La voce della disperazione. Chi può inserire in una negoziazione
commerciale la questione dell'accesso alle medicine? Chi può dare un prezzo a
un diritto tanto sacro? Chi può accettare che si sia negoziato un diritto in cambio
di
interessi pur
commercialmente vantaggiosi, ma che attentano alla salute e alla possibilità di
curarsi?
Perché alla fine potranno farlo solo coloro che saranno in grado di pagarsi la
cura, solo chi avrà i soldi. Peccato
che dunque rimarrà esclusa la maggioranza dei nicaraguesi.
Basterebbe solo questo per rifiutare il Trattato di libero
commercio con gli Usa, perlomeno fino a che non darà la precedenza alla
dignità della gente.
Ana, con voce soffocata, chiede solo di non essere lasciata
senza medicine,
proprio ora che sta imparando a convivere con il virus, proprio ora che a tratti
sta
recuperando la speranza. È la voce
dei milioni di disperati, come lei.
Nessuno lo vuole riconoscere, ma è noto che stanno aumentando
i casi di Aids e
di tubercolosi
associata all'hiv e ad altre malattie, ma si continuano a vedere scene come
quella vista poco fa in un ospedale di Managua, dove la gente viene mandata via
a mani vuote. Ma cosa pretende il ministero? Perché mettere a rischio questi pazienti?
Dove sono i milioni del Fondo Globale? Chi e che cosa c'é dietro a questa mancanza
di
umanità, di etica? Perché il Ministero non dice niente? Perché nessuno si
scandalizza? Di che cosa abbiamo paura?
Se solo... Ana alla fine mi dice che quello che più le fa male non è la
malattia, bensì il sentirsi tradita.
Prima dal marito, a cui è rimasta fedele per tutta la vita per poi
accorgersi di essere stata ingannata e per di più infettata: "Se
l'avessi saputo anche solo un minuto prima di stare con lui...", dice
quasi senza voce. In secondo luogo dallo stato, che l’ha lasciata
sola, ammalata e disperata.
Quello che più fa male è sapere che in una
negoziazione commerciale hanno negoziato la salute di tutti per avvantaggiare
le imprese farmaceutiche nordamericane e che tutto questo non potrà nemmeno
essere rivisto.
Non è una questione di Cafta sì o Cafta no, ma di non accettare
condizioni inaccettabili. Forzare il Nicaragua ad accettare
un "o tutto o niente" non è giusto. E al Nicaragua quello che più
farà male non saranno le malattie (benché la causa di molte morti è la
mancanza di medicine) ma il sentirsi traditi. Se almeno chi siede sulle
comode poltrone della
Asamblea Nacional sapesse di questo dolore un minuto prima di votare
per il
Cafta.