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Eliminare dall’Africa la malattia del sonno come problema di salute
pubblica entro il 2015; far crollare il numero di infezioni a una ogni
10mila abitanti a rischio, quando in diversi Paesi la percentuale di persone
infettate varia dal 20 al 50% (una su due). Queste le mete da
raggiungere attraverso una strategia lanciata a Maputo, in
Mozambico, a fine agosto, dall’Organizzazione mondiale della sanità
(Who Regional Committee for Africa). Esclusiva dell’Africa, la
malattia del sonno o tripanosomiasi umana africana rappresenta un
rischio per 60 milioni di abitanti in 35 Paesi: la possibilità di avere
una diagnosi e un trattamento esiste per meno di 4 milioni di loro.
Trasmessa dalla puntura della mosca tse tse, si valuta che 300-500mila
persone siano infettate dal tripanosoma: in mancanza di cura, l’esito è
mortale.
Pochi strumenti a disposizione. Bernard Pecoul, direttore della Drugs
for Neglected Diseases initiative (DNDi), organizzazione che si propone
di ricercare e sviluppare nuovi farmaci per le malattie dimenticate, è
più cauto sulle previsioni e racconta a PeaceReporter: “Sono stato a
Kinshasa a un incontro che ha visto riunite molte persone coinvolte nei
programmi contro la tripanosomiasi in Angola, Repubblica Democratica
del Congo, Uganda e Sudan: nessuno di loro è oggi ottimista né dice che
la malattia può essere controllata con gli strumenti attualmente a
nostra disposizione”. Per la malattia del sonno, infatti, i farmaci ci
sarebbero, anche per l'Africa: “Il costo non è un
ostacolo grazie alle donazioni delle aziende farmaceutiche. I
trattamenti esistenti sono a disposizione”, spiega Pecoul. Non ci
sarebbero difficoltà nell’approvvigionamento dei farmaci dunque,
gli ostacoli sono altri: la mancanza di efficacia di una delle cure
disponibili, tanto da “fallire in oltre il 30-50% dei casi in alcune
zone”, come pure la tossicità, che può arrivare a “uccidere un paziente
su 20”. E ancora, la complessità degli schemi terapeutici da seguire
con un’altra molecola: “Bisogna organizzare quattro infusioni ogni
giorno, giorno e notte, per due settimane. Questo è molto difficile in
diverse regioni dove vivono le persone da curare” continua Pecoul.
Il ritorno in Uganda. Intanto la malattia continua a fare vittime, e
anche nei Paesi dove si pensava di avere la situazione sotto controllo,
ci si ritrova punto e a capo. “In
Uganda cinque anni fa la malattia era praticamente sotto controllo
grazie a diversi anni di interventi da parte di Medici Senza
Frontiere”, racconta Pecoul. “Dopo che l’organizzazione ha lasciato il
Paese nel 2001, il programma avviato non è più stato seguito agli
stessi livelli e oggi la malattia rappresenta un importante rischio
contro cui l’Uganda si deve confrontare”. Il Paese è stato oggetto
anche di uno studio appena pubblicato sulla rivista medica The
Lancet,
dove viene sottolineata la situazione a rischio in cui si trova, con
un’alta prevalenza del parassita negli animali domestici. Questi
ultimi rappresentano un serbatoio dell’infezione: da loro la mosca si
infetta e può poi trasmettere la malattia all’uomo. Trascurare gli
animali significa dunque aumentare il rischio di diffusione
dell’epidemia.
Sembra infatti che gli animali abbiano giocato un ruolo importante in
Uganda, come spiegato sempre su The Lancet da Deborah Kioy e Nina
Mattock, del Programma speciale di ricerca sulla malattie tropicali
dell’Organizzazione mondiale della sanità (Who-Tdr). A seguito dei progetti volti
a favorire gli
allevamenti, per incoraggiare la persone a tornare nelle terre
abbandonate durante le tensioni politiche interne negli anni ottanta, è
stato introdotto bestiame in zone dove è presente la mosca tse tse:
questo ha contribuito a diffondere la malattia fra gli abitanti.
Nuove combinazioni e nuovi farmaci. “C’è bisogno di sviluppare nuovi
strumenti diagnostici (inclusi test che permettano la diagnosi precoce
e la valutazione dello stadio di malattia) e nuovi farmaci per il
trattamento, oltre che migliorare gli strumenti di controllo della
trasmissione dell’infezione” sottolineano gli esperti dell’Organizzazione mondiale
della sanità. Si
trova d’accordo Benard Pecoul, che spiega le strade scelto dalla DNDi:
“Seguiamo due differenti strategie. Da un lato stiamo cercando di
migliorare la situazione usando i farmaci esistenti. Al momento stiamo
seguendo uno studio in Congo che prevede la combinazione di due farmaci
già esistenti: uno noto per la tripanosomiasi ma usato con uno schema
più semplice, che non prevede multiple infusioni giornaliere; il
secondo, invece, noto per il suo utilizzo nella malattia di Chagas.
Stiamo dunque cercando di migliorare i risultati ottenibili con le
medicine esistenti, ma siamo convinti che non sia sufficiente. Come
altra strada, quindi, stiamo provando a selezionare nuove molecole, per
trovare una terapia completamente nuova”. Sono tante le vite in gioco
da salvare, in Paesi dove gli interventi medici sono ostacolati da
situazioni di guerra civile, in cui non è facile avere la certezza sul
numero di infezioni, in cui i malati sono difficili da raggiungere:
dalla Repubblica Democratica del Congo all’Angola o alla Costa
d’Avorio, altra zona dove la tripanosomiasi era sotto controllo e ora,
con la guerra civile, sono comparsi nuovi casi. “E’ difficile essere
sicuri delle cifre, sono una stima. La valutazione attuale parla di
300mila casi e almeno 50mila morti ogni anno” conclude Pecoul.
Cinquantamila morti di cui nessuno, o solo qualcuno, parla.
Valeria Confalonieri