26/09/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



In Africa migliaia di persone ogni anno muoiono per la tripanosomiasi
Tripanosomiasi umana africana o malattia del sonno. Copyright WHO TDR.Eliminare dall’Africa la malattia del sonno come problema di salute pubblica entro il 2015; far crollare il numero di infezioni a una ogni 10mila abitanti a rischio, quando in diversi Paesi la percentuale di persone infettate varia dal 20 al 50% (una su due). Queste le mete da raggiungere  attraverso una strategia lanciata a Maputo, in Mozambico, a fine agosto, dall’Organizzazione mondiale della sanità (Who Regional Committee for Africa). Esclusiva dell’Africa, la malattia del sonno o tripanosomiasi umana africana rappresenta un rischio per 60 milioni di abitanti in 35 Paesi: la possibilità di avere una diagnosi e un trattamento esiste per meno di 4 milioni di loro. Trasmessa dalla puntura della mosca tse tse, si valuta che 300-500mila persone siano infettate dal tripanosoma: in mancanza di cura, l’esito è mortale.

Un operatore sanitario somministra la terapia. Copyright WHO TDR. Pochi strumenti a disposizione. Bernard Pecoul, direttore della Drugs for Neglected Diseases initiative (DNDi), organizzazione che si propone di ricercare e sviluppare nuovi farmaci per le malattie dimenticate, è più cauto sulle previsioni e racconta a PeaceReporter: “Sono stato a Kinshasa a un incontro che ha visto riunite molte persone coinvolte nei programmi contro la tripanosomiasi in Angola, Repubblica Democratica del Congo, Uganda e Sudan: nessuno di loro è oggi ottimista né dice che la malattia può essere controllata con gli strumenti attualmente a nostra disposizione”. Per la malattia del sonno, infatti, i farmaci ci sarebbero, anche per l'Africa: “Il costo non è un ostacolo grazie alle donazioni delle aziende farmaceutiche. I trattamenti esistenti sono a disposizione”, spiega Pecoul. Non ci sarebbero difficoltà nell’approvvigionamento dei farmaci dunque, gli ostacoli sono altri: la mancanza di efficacia di una delle cure disponibili, tanto da “fallire in oltre il 30-50% dei casi in alcune zone”, come pure la tossicità, che può arrivare a “uccidere un paziente su 20”. E ancora, la complessità degli schemi terapeutici da seguire con un’altra molecola: “Bisogna organizzare quattro infusioni ogni giorno, giorno e notte, per due settimane. Questo è molto difficile in diverse regioni dove vivono le persone da curare” continua Pecoul.

Due pazienti ricoverate. Copyright WHO TDR. Il ritorno in Uganda. Intanto la malattia continua a fare vittime, e anche nei Paesi dove si pensava di avere la situazione sotto controllo, ci si ritrova punto e a capo. “In Uganda cinque anni fa la malattia era praticamente sotto controllo grazie a diversi anni di interventi da parte di Medici Senza Frontiere”, racconta Pecoul. “Dopo che l’organizzazione ha lasciato il Paese nel 2001, il programma avviato  non è più stato seguito agli stessi livelli e oggi la malattia rappresenta un importante rischio contro cui l’Uganda si deve confrontare”. Il Paese è stato oggetto anche di uno studio appena pubblicato sulla rivista  medica The Lancet, dove viene sottolineata la situazione a rischio in cui si trova, con un’alta prevalenza del parassita negli animali domestici. Questi ultimi rappresentano un serbatoio dell’infezione: da loro la mosca si infetta e può poi trasmettere la malattia all’uomo. Trascurare gli animali significa dunque aumentare il rischio di diffusione dell’epidemia. Sembra infatti che gli animali abbiano giocato un ruolo importante in Uganda,  come spiegato sempre su The Lancet da Deborah Kioy e Nina Mattock, del Programma speciale di ricerca sulla malattie tropicali dell’Organizzazione mondiale della sanità (Who-Tdr). A seguito dei progetti volti a favorire gli allevamenti, per incoraggiare la persone a tornare nelle terre abbandonate durante le tensioni politiche interne negli anni ottanta, è stato introdotto bestiame in zone dove è presente la mosca tse tse: questo ha contribuito a diffondere la malattia fra gli abitanti.

Terapia infusionale per la malattia del sonno. Copyright WHO TDR. Nuove combinazioni e nuovi farmaci. “C’è bisogno di sviluppare nuovi strumenti diagnostici (inclusi test che permettano la diagnosi precoce e la valutazione dello stadio di malattia) e nuovi farmaci per il trattamento, oltre che migliorare gli strumenti di controllo della trasmissione dell’infezione” sottolineano gli esperti dell’Organizzazione mondiale della sanità. Si trova d’accordo Benard Pecoul, che spiega le strade scelto dalla DNDi: “Seguiamo due differenti strategie. Da un lato stiamo cercando di migliorare la situazione usando i farmaci esistenti. Al momento stiamo seguendo uno studio in Congo che prevede la combinazione di due farmaci già esistenti: uno noto per la tripanosomiasi ma usato con uno schema più semplice, che non prevede multiple infusioni giornaliere; il secondo, invece, noto per il suo utilizzo nella malattia di Chagas. Stiamo dunque cercando di migliorare i risultati ottenibili con le medicine esistenti, ma siamo convinti che non sia sufficiente. Come altra strada, quindi, stiamo provando a selezionare nuove molecole, per trovare una terapia completamente nuova”. Sono tante le vite in gioco da salvare, in Paesi dove gli interventi medici sono ostacolati da situazioni di guerra civile, in cui non è facile avere la certezza sul numero di infezioni, in cui i malati sono difficili da raggiungere: dalla Repubblica Democratica del Congo all’Angola o alla Costa d’Avorio, altra zona dove la tripanosomiasi era sotto controllo e ora, con la guerra civile, sono comparsi nuovi casi. “E’ difficile essere sicuri delle cifre, sono una stima. La valutazione attuale parla di 300mila casi e almeno 50mila morti ogni anno” conclude Pecoul. Cinquantamila morti di cui nessuno, o solo qualcuno, parla.

 

Valeria Confalonieri

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