29/09/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



L'Aja accusa il Vaticano di ostacolare la cattura di un ricercato croato
Scritto per noi da
Davide Scagni 
 
CardinaliLa scorsa settimana Carla Del Ponte, procuratore capo presso il Tribunale dei crimini di guerra nella ex Jugoslavia, ha rilasciato un’intervista al quotidiano inglese Daily Telegraph accusando la Chiesa Cattolica croata di dare rifugio al generale latitante Ante Gotovina. Nell’intervista, la Del Ponte ha affermato che il generale si trova nascosto in un monastero francescano in Croazia e che il Vaticano si rifiuta di collaborare alla sua cattura. Lo scorso luglio la Del Ponte si era recata a Roma presso il Segretario di Stato vaticano, l’arcivescovo Giovanni Lajolo, per ottenere informazioni utili alle indagini, ma Lajolo le avrebbe risposto negando qualsiasi appoggio: il Vaticano non è uno stato nazionale, avrebbe detto l’arcivescovo, dunque non è tenuto ad aiutare le Nazioni Unite a perseguire criminali di guerra. Le dichiarazioni della Del Ponte hanno provocato l’immediata replica della Santa Sede che, in un comunicato-stampa redatto mercoledì dal portavoce Joaquin Navarro-Valls, ha precisato che la Segreteria di stato non è organizzata per collaborare con le Corti internazionali e che le informazioni fornite dall’Aja non sono state ritenute sufficienti a contattare “le autorità ecclesiastiche competenti”. Lo stesso giorno, la conferenza episcopale croata ha bollato le accuse della Del Ponte come espressioni di una mente frustrata dall’insuccesso. Qualunque sia la versione più corretta, la conclusione rimane la stessa: il Vaticano non intende collaborare alle indagini. Per trovare il generale scomparso, il tribunale dell’Aja deve cavarsela da solo.
 
Il generale Ante GotovinaLa leggenda del generale. Che il generale Ante Gotovina, classe 1955, sia un uomo fortunato non è una novità. Arruolatosi appena maggiorenne nella Legione Straniera con il nome di Ivan Grabovac, nel ’79 Gotovina ottiene la cittadinanza francese e intraprende una serie di azioni poco chiare all’interno dell’agenzia di sicurezza “Ko international”. Quindi vola in America Latina, dove guida diverse formazioni paramilitari in Argentina, Guatemala e Colombia con il nome di Toni Moremante. Nel 1986 è condannato a cinque anni di prigione, ma viene prosciolto l’anno successivo. Nel 1990 torna nella sua terra natale, dove inizia una brillante carriera nell’esercito: dal 1992 al 1994 passa da brigadiere a generale; nel ’95 partecipa alla famigerata Operation Storm per espellere i Serbi dalla regione della Krajina, e nel 1996 diventa capo dell’Ispettorato dell’Esercito Croato, fino alle sue dimissioni nel 2000. L’11 aprile 2001, Gotovina ritira un passaporto all’ambasciata francese e fa perdere le sue tracce. Pochi giorni dopo infatti, il 21 maggio, il tribunale internazionale lo indica come responsabile di crimini contro l’umanità e di violazione delle regole militari durante la Operation Storm: l’accusa è di aver ucciso 150 serbi nel 1995, e di aver ordinato l’espulsione di più di 200mila persone dalla Krajina. Gli Usa mettono sulla sua testa una taglia di 2,8 milioni di dollari, ma a questo punto il generale è già entrato nella leggenda. Grandi cartelloni che raffigurano il suo volto vengono appesi sui muri di Zadar, la sua città natale. Molti suoi concittadini, veterani e simpatizzanti di estrema destra lo elevano a eroe, per le sue azioni di guerra e per aver evitato la cattura. Non stupisce che possa trovarsi ancora da quelle parti, protetto dentro le mura di qualche isolato monastero da sacerdoti accondiscendenti.
 
Carla Del PonteChi è senza peccato. D’altra parte, non si tratta di un esempio isolato. C'è anche il caso di padre Athanase Seromba, parroco rwandese responsabile di un massacro di tutsi, fuggito nel ’99 in Italia sotto false spoglie e poi nascostosi per due anni nella sede arcivescovile di Firenze. Anche Seromba – ribattezzato don Atanasio Sumba Pura – seppe farsi benvolere dai suoi fedeli italiani, che nel 2002 aprirono persino un comitato in sua difesa. Eppure, come descrivono le accuse redatte a suo tempo proprio da Carla Del Ponte, Seromba nel ’94 accolse 2 mila tutsi nella sua parrocchia di Nynage, a Kibungo, solo per fare demolire la chiesa e seppellirceli dentro. Ora il suo caso, come quello di tanti altri religiosi cattolici coinvolti nel genocidio, è al vaglio del tribunale internazionale della Tanzania, e la Santa Sede attende imperturbabile il verdetto.
La fuga di padre Seromba è stata scongiurata per puro caso, grazie a un'inchiesta del quotidiano inglese Sunday Times, ma non è certo solo il Vaticano a suscitare la rabbia del tribunale internazionale. Giovedì il tribunale dell’Aja ha annunciato di aver accolto la richiesta della Del Ponte di riunire in un unico maxi-processo gli otto militari serbo-bosniaci coinvolti nel massacro di Srebrenica che sono attualmente nelle mani della corte. Cinque di loro, Vujadin Popovic, Ljubisa Beara, Drago Nikolic, Ljubomir Borovcanin e Vinko Pandurevic, sono accusati di genocidio, oltre che di crimini di guerra e contro l’umanità; gli altri, Radivoje Miletic, Milan Gvero e Milorad Trbic, dovranno rispondere solo delle ultime due incriminazioni. Un nono imputato, Zdrasko Tolimir, è ancora latitante ma ha garantito una resa imminente. All’appello mancano però i due più importanti responsabili del massacro: Radovan Karadzic e Ratko Mladic, ricercati dalla polizia di tutto il mondo. Oltre, naturalmente, al generale protetto dall'alto Ante Gotovina.
Categoria: Guerra, Popoli, Religione
Luogo: Croazia