Scritto per noi da
Davide Scagni

La scorsa settimana Carla Del Ponte, procuratore capo presso il Tribunale dei
crimini di guerra nella ex Jugoslavia, ha rilasciato un’intervista al quotidiano
inglese
Daily Telegraph accusando la Chiesa Cattolica croata di dare rifugio al generale latitante Ante
Gotovina. Nell’intervista, la Del Ponte ha affermato che il generale si trova
nascosto in un monastero francescano in Croazia e che il Vaticano si rifiuta di
collaborare alla sua cattura. Lo scorso luglio la Del Ponte si era recata a Roma
presso il Segretario di Stato vaticano, l’arcivescovo Giovanni Lajolo, per ottenere
informazioni utili alle indagini, ma Lajolo le avrebbe risposto negando qualsiasi
appoggio: il Vaticano non è uno stato nazionale, avrebbe detto l’arcivescovo,
dunque non è tenuto ad aiutare le Nazioni Unite a perseguire criminali di guerra.
Le dichiarazioni della Del Ponte hanno provocato l’immediata replica della Santa
Sede che, in un comunicato-stampa redatto mercoledì dal portavoce Joaquin Navarro-Valls,
ha precisato che la Segreteria di stato non è organizzata per collaborare con
le Corti internazionali e che le informazioni fornite dall’Aja non sono state
ritenute sufficienti a contattare “le autorità ecclesiastiche competenti”. Lo
stesso giorno, la conferenza episcopale croata ha bollato le accuse della Del
Ponte come espressioni di una mente frustrata dall’insuccesso. Qualunque sia la
versione più corretta, la conclusione rimane la stessa: il Vaticano non intende
collaborare alle indagini. Per trovare il generale scomparso, il tribunale dell’Aja
deve cavarsela da solo.
La leggenda del generale. Che il generale Ante Gotovina, classe 1955, sia un uomo fortunato non è una
novità. Arruolatosi appena maggiorenne nella Legione Straniera con il nome di
Ivan Grabovac, nel ’79 Gotovina ottiene la cittadinanza francese e intraprende
una serie di azioni poco chiare all’interno dell’agenzia di sicurezza “Ko international”.
Quindi vola in America Latina, dove guida diverse formazioni paramilitari in Argentina,
Guatemala e Colombia con il nome di Toni Moremante. Nel 1986 è condannato a cinque
anni di prigione, ma viene prosciolto l’anno successivo. Nel 1990 torna nella
sua terra natale, dove inizia una brillante carriera nell’esercito: dal 1992 al
1994 passa da brigadiere a generale; nel ’95 partecipa alla famigerata
Operation Storm per espellere i Serbi dalla regione della Krajina, e nel 1996 diventa capo dell’Ispettorato
dell’Esercito Croato, fino alle sue dimissioni nel 2000. L’11 aprile 2001, Gotovina
ritira un passaporto all’ambasciata francese e fa perdere le sue tracce. Pochi
giorni dopo infatti, il 21 maggio, il tribunale internazionale lo indica come
responsabile di crimini contro l’umanità e di violazione delle regole militari
durante la
Operation Storm: l’accusa è di aver ucciso 150 serbi nel 1995, e di aver ordinato l’espulsione
di più di 200mila persone dalla Krajina. Gli Usa mettono sulla sua testa una taglia
di 2,8 milioni di dollari, ma a questo punto il generale è già entrato nella leggenda.
Grandi cartelloni che raffigurano il suo volto vengono appesi sui muri di Zadar,
la sua città natale. Molti suoi concittadini, veterani e simpatizzanti di estrema
destra lo elevano a eroe, per le sue azioni di guerra e per aver evitato la cattura.
Non stupisce che possa trovarsi ancora da quelle parti, protetto dentro le mura
di qualche isolato monastero da sacerdoti accondiscendenti.
Chi è senza peccato. D’altra parte, non si tratta di un esempio isolato. C'è anche il caso di padre
Athanase Seromba, parroco rwandese responsabile di un massacro di
tutsi, fuggito nel ’99 in Italia sotto false spoglie e poi nascostosi per due anni
nella sede arcivescovile di Firenze. Anche Seromba – ribattezzato don Atanasio
Sumba Pura – seppe farsi benvolere dai suoi fedeli italiani, che nel 2002 aprirono
persino un comitato in sua difesa. Eppure, come descrivono le accuse redatte a
suo tempo proprio da Carla Del Ponte, Seromba nel ’94 accolse 2 mila tutsi nella
sua parrocchia di Nynage, a Kibungo, solo per fare demolire la chiesa e seppellirceli
dentro. Ora il suo caso, come quello di tanti altri religiosi cattolici coinvolti
nel genocidio, è al vaglio del tribunale internazionale della Tanzania, e la Santa
Sede attende imperturbabile il verdetto.
La fuga di padre Seromba è stata scongiurata per puro caso, grazie a un'inchiesta
del quotidiano inglese Sunday Times, ma non è certo solo il Vaticano a suscitare la rabbia del tribunale internazionale.
Giovedì il tribunale dell’Aja ha annunciato di aver accolto la richiesta della
Del Ponte di riunire in un unico maxi-processo gli otto militari serbo-bosniaci
coinvolti nel massacro di Srebrenica che sono attualmente nelle mani della corte.
Cinque di loro, Vujadin Popovic, Ljubisa Beara, Drago Nikolic, Ljubomir Borovcanin
e Vinko Pandurevic, sono accusati di genocidio, oltre che di crimini di guerra
e contro l’umanità; gli altri, Radivoje Miletic, Milan Gvero e Milorad Trbic,
dovranno rispondere solo delle ultime due incriminazioni. Un nono imputato, Zdrasko
Tolimir, è ancora latitante ma ha garantito una resa imminente. All’appello mancano
però i due più importanti responsabili del massacro: Radovan Karadzic e Ratko
Mladic, ricercati dalla polizia di tutto il mondo. Oltre, naturalmente, al generale
protetto dall'alto Ante Gotovina.