Scritto per noi da
Cristina Cerbara*
Quando si pensa alla poesia irachena contemporanea non si possono evitare i
riferimenti alla poesia dall'esilio. Secondo una stima realizzata dall’Associated Press è difficile quantificare il numero di poeti iracheni che vivono attualmente
in esilio, tuttavia nel 1997 sono stati stimati in diverse centinaia. Nella produzione
letteraria irachena la poesia ha sempre assunto un ruolo di primo piano. Si tratta
di una tradizione che risale addirittura alle antiche civiltà mesopotamiche e,
ad ogni modo, comune all’intera civiltà medio-orientale. Si parla ovviamente delle
prime espressioni artistiche, non già patrimonio di una singola regione, ma dell’intera
storia umana.

L’epopea di Ghilgamesh, poema epico scritto in caratteri cuneiformi, ad esempio,
racconta delle gesta del re Uruk e viene fatta risalire al III millennio a.C.
Il racconto si dipana in vicende che attraverseranno e contamineranno intere civiltà,
dai testi biblici alla mitologia greca fino a far giungere la propria eco alle
suggestioni epiche wagneriane. Erede diretta di tale patrimonio artistico resta
comunque l’odierna Mesopotamia dove si continua a scrivere copiosamente. Sono
sempre stati e continuano ad essere numerosi gli Iracheni che si cimentano a comporre
versi, specialmente durante l’adolescenza. Negli ultimi decenni diverse raccolte
di poesie sono state regolarmente pubblicate a Baghdad dove molti giovani poeti
e poetesse si sono serviti del verso, usato non di rado in forma ermetica o simbolica,
per esprimere il proprio sentimento di volta in volta elegiaco, nostalgico, malinconico
o, più spesso, di rivolta nei confronti di una realtà complessa e spesso avversa.
Per difendere la preziosa libertà d'espressione un’altra schiera di poeti ha
invece scelto, o è stata costretta a lasciare il Paese. La diaspora dei poeti
iracheni nel corso degli ultimi 30 anni si è intensificata a tal punto da far
temere un loro assorbimento in altri ambienti e di conseguenza una loro scomparsa.
I poeti iracheni in esilio, tramite la loro personale esperienza, tramandano un
racconto alternativo alla recente cronaca giornalistica riguardo le molteplici
sofferenze che hanno martoriato l’Iraq negli ultimi anni. Costretti a lasciare
la loro terra madre, molti si sono rifugiati nei diversi Paesi arabi; altri, probabilmente
i più numerosi, hanno scelto l’Occidente: Stati Uniti, Australia, Europa e tra
questi troviamo Adnān al-Ṣā’igh.
Adnān al-Ṣā’igh. Nato a Kufa, nel 1955 ha lasciato l’Iraq nell’estate del 1993 dopo che la sua
posizione fu gravemente compromessa a causa di una sua opera teatrale tratta,
a sua volta, dalla sua poesia
Inno di Uruk (nushīdu ’urūk). Da allora si è spostato continuamente in diversi Paesi fino ad approdare definitivamente
in Svezia. Con lui il rapporto tra poesia e politica diventa piuttosto articolato
ed assume sfumature nuove, spesso estranee ai poeti delle precedenti generazioni.
Come
al-Ṣā’igh stesso ha affermato, la poesia politica rappresenta la morte del poeta. La poesia
autentica, invece, è quella che rende quest’arte immortale. La poesia di
al-Ṣā’igh è una poesia in prosa, una poesia moderna che accoglie la contaminazione di altri
generi di scrittura. Le diverse guerre e tutte le vicende legate al periodo della
repressione esercitata dal governo di Saddam Hussein hanno condizionato fortemente
lo stile adottato dagli scrittori e poeti iracheni. In questo contesto la prosa
è diventata un elemento fondamentale della scrittura creativa contemporanea ed
è stata scelta dal poeta perché molto più adatta a comprendere le ramificazioni
della vita.
al-Ṣā’igh si è dichiarato tanto contro la dittatura quanto contro l’occupazione straniera,
a favore invece di un
Irāq che guarda alla libertà, alla bellezza e all’umanità, immaginandolo come una
fenice che brucia e rinasce dalle proprie ceneri.
Le poesie selezionate di
Adnān al-Ṣā’igh sono poesie di esilio, scritte negli anni ’90 in cui il poeta esprime il proprio
risentimento e la propria frustrazione di vivere fisicamente separato dalla propria
terra. Accenna ad una immagine sfuggente di un ritorno in Patria. Talvolta il
poeta sembra travolto dal senso di rassegnazione al fatto che la sua terra non
continui a vivere così come egli la conosceva, identificandola in una sorta di
paradiso perduto (
Iraq). Attinge al simbolismo e al panorama allusivo che ha caratterizzato la lunga
storia dell’Iraq (sumera, assira, babilonese, arabo - islamica). Sembra prevedere
la sorte del governo dittatoriale almeno dieci anni prima, descrivendo sorprendentemente
i dettagli della fine di un tiranno, mediante una sequenza di immagini crude e
violente (
Inno di Uruk). Questi suoi componimenti sono pervasi da un tono di volta in volta nostalgico
e rabbioso e comunque sempre venato di una malinconica resipiscenza (
Traversata per l’esilio).
al-Ṣā’igh, come molti altri poeti e scrittori oggi ancora in esilio, cerca di esprimere
non solo il senso di smarrimento e l’angoscia personale ma anche, e in maniera
molto più forte, le esperienze traumatizzanti e il trattamento inumano subiti
dall’
Irāq e dai suoi cittadini negli ultimi decenni.
Iraq