04/10/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Storia di un fotoreporter italiano che in Uganda combatte il nemico più temibile. L’Aids
Il dispensario di LuweroPiero Pomponi è un fotoreporter affermato, che collabora con numerose testate nazionali e internazionali e che nella sua vita ha fotografato e ripreso tante guerre in America Latina e Africa. E è proprio per la sua lunga esperienza che possiamo credergli quando riferisce a PeaceReporter che “quella contro l’Aids è la guerra più lunga e dura da combattere”. Una frase non da poco, specie se riferita a un paese che vive ormai da 19 anni una guerra civile devastante che insanguina i distretti settentrionali al confine con il Sudan.
 
La fondazione. Meno di 10 anni fa in Uganda il 18% della popolazione era affetto da Hiv. Nonostante i grossi progressi registrati nell’ultimo decennio, rimane ancora molto da fare per debellare una piaga che ogni anno miete migliaia di vittime nel paese. E Piero, nonostante i suoi mille impegni, ha deciso di dare il suo contributo per aiutare questo martoriato paese a uscire dal tunnel: assieme a suor Ernestina Akullu ha fondato a Luwero la Good Samaritan Foundation, che mantiene un ospedale-dispensario gestito per il momento solo da suore e levatrici, ma che ha grandi progetti per il futuro. “Siamo nati nel 2004, da un’idea di suor Ernestina e mia - ci dice Piero - . Al momento gestiamo un dispensario che ha circa 200 posti letto e operiamo nella regione attorno a Luwero, a circa 80 km da Kampala, ma abbiamo in mente di allargare appena possibile il raggio della nostra assistenza anche ai distretti settentrionali dove infuria la guerra civile e, se possibile, anche al Sudan meridionale. Al momento serviamo un’area di 25.000 persone grande più o meno come il Lazio.”
 
L'attività. Ma come opera concretamente la Fondazione? “Il nostro primo obiettivo è quello di assistere i malati di Aids degenti nel dispensario,” – continua Piero – “ma operiamo anche nei confronti del resto della popolazione, attraverso controlli e “screening” periodici. E quando ci imbattiamo in qualcuno infetto, non lo abbandoniamo a se stesso ma gli forniamo tutta una serie di supporti psicologici prima di comunicarglielo, per far sì che possa affrontare al meglio la nuova realtà.”
 
Un bambino riceve cure nell'ambulatorioLe sfide future. Ben presto però Piero e suor Ernestina si sono resi conto che le esigenze della popolazione andavano oltre la semplice ma fondamentale assistenza ai malati di Aids. Così si sono dovuti attrezzare facendo di necessità virtù, creando nuovi reparti come quelli di ginecologia o pediatria. “Nella struttura nascono 5 o 6 bambini al giorno” – ci dice orgoglioso Piero – “e anche se per ora le strutture sono quello che sono, puntiamo a costruire una sala operatoria entro l’inizio del prossimo anno.” Un obiettivo ambizioso, che dovrà essere preceduto da alcuni passi intermedi. “Abbiamo intenzione di trasformarci presto in una Ong ugandese, e di impiegare prevalentemente personale locale. Troppe volte abbiamo avuto esperienza di Ong che anche per lo scarso raccordo con la popolazione del luogo o per poca esperienza non sono state efficaci. E’ una strada che non vogliamo assolutamente seguire.”
 
Opinione pubblica. Per mandare avanti il progetto però occorre sensibilizzare anche l’opinione pubblica. Proprio per questo Piero Pomponi ha deciso di coinvolgere nomi noti del mondo dell’informazione e della medicina italiana: spiccano quelli di Massimo Scerrati, direttore del reparto di neurochirurgia all’ospedale “Le Torrette” di Ancona e della neuropsichiatra Rosa Maria Vitale, oltre a quello di Cristina Poli, giornalista del Tg2. Ma Piero spera di coinvolgere altri nomi del mondo dell’informazione, cosciente che i giornalisti possono essere il tramite giusto per far conoscere il suo progetto all’opinione pubblica.
 
La farmacia del dispensarioPresa di coscienza. “Ho già invitato qui a Luwero alcuni miei amici giornalisti:” – spiega Piero – “i primi giorni li porto a vedere le bellezze naturali del paese, il lago Vittoria, le sorgenti del Nilo, ma alla fine metto in programma anche una visita al dispensario. Spesso per loro è uno shock vedere queste persone in fin di vita, ma sono convinto che questo sia l’unico modo per far entrare in contatto anche il mondo occidentale con la tragedia che questa gente vive ogni giorno. E’ un metodo un po’ machiavellico se vogliamo, ma almeno permette di prendere realmente coscienza di cosa succede qui.” Nella speranza che il mondo si interessi finalmente di questa tragedia dimenticata. 

Matteo Fagotto

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