26/09/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Nell’oasi di Palmira, storia e tradizioni beduine sopravvivono col turismo
Dal nostro inviato
Naoki Tomasini 
 
Una Fotogallery su Palmira
 
Foto: Naoki Tomasini
La città di Palmira è il più famoso tra i tesori della Siria. Anticamente nota come Tadmor, un tempo era una tappa imprescindibile per le rotte commerciali. Palmira è l’unica oasi lungo la via che collega l’Eufrate al Mediterraneo e la sua storia è stata segnata dall’essere un punto di contatto tra oriente e occidente, tra impero romano e Persia. Palmira oggi è una piccola cittadina araba vicino all’oasi che ancora verdeggia in mezzo alla distesa brulla nel deserto del Jazira, a metà strada tra Damasco e Baghdad. La sua importanza commerciale è solo un lontano ricordo, fa parte della memoria collettiva che le tribù della regione si tramandano oralmente da secoli. Ma il tempo della ricchezza passata sopravvive nei paradigmi popolari, così come la gloria della sua più celebre regina: Zenobia, che secondo lo storico romano Cornelio Capitolino era la donna più bella d’Oriente. Zenobia era la moglie di Odenato, esarca e capo di una delle quattro tribù beduine della regione, ma superò il marito in gloria, saggezza e potere, titolandosi Augusta e conquistando l’Egitto, buona parte della Siria, della Palestina e dell’Arabia. Zenobia si diceva discendente di Cleopatra e come lei venne detronizzata da un imperatore romano, Aureliano, che la portò a Roma come trofeo. La sua morte è ancora oggi circondata dal mistero.
 
Souvenir. Zenobia è anche l’appellativo con cui oggi si sentono vezzeggiare le turiste che, mentre visitano le rovine della città, non possono fare a meno di parlare con i molti beduini che, per necessità o realismo, si sono convertiti al turismo. In mezzo ad una selva di colonne spezzate dal tempo, che sono ancora disposte in modo da rivelare le piante delle strade, degli edifici, delle porte e la direttrice dell’imponente acquedotto sopraelevato, vagano ogni giorno questi discendenti dei fieri beduini di un tempo. Con le loro merci stereotipate fanno la spola tra i gruppi di visitatori, alcuni a cavallo di cammelli, altri di motociclette addobbate come fossero cammelli. Altri ancora sono impiegati nella gestione delle numerose strutture alberghiere, quasi esclusivamente di proprietà straniera, dove lavorano come dipendenti. Il nomadismo è dunque un ricordo, qualcosa che sopravvive nelle loro identità, tradizioni e abitudini, come la famosa e sbandierata ospitalità, che accomuna le tribù beduine dal Sinai fino alla penisola arabica. Le piccole tribù della regione che non sono compromesse con il turismo sono considerate semi nomadiche, si dedicano alla pastorizia, ma il vicino confine iracheno e, più in generale, gli assetti nazionali del Medio Oriente post coloniale, hanno reso gli spostamenti ciclici e limitati nello spazio.
 
Foto: Naoki TomasiniIl sale dalla Fao. Fowsi è un beduino, e per questo sa guidare un furgone nel deserto anche nel buio di una notte senza luna. Sa riconoscere le piste e i segnali dove a stento un occhio non allenato saprebbe distinguere uno wadi, l’alveo di un corso d’acqua asciugato. L’ha imparato dal padre contrabbandiere, che quand’era un ragazzino se lo portava appresso mentre attraversava -di notte e con i fari spenti- il deserto che separa le rovine romane di Palmira dai mercati di Baghdad. Anche Fowsi si guadagna da vivere con il turismo, trasporta le comitive da un sito archeologico a un altro, dagli alberghi all’oasi o al suq, oggi ci trasporta fino all’accampamento di una famiglia di beduini, distante diversi chilometri nel deserto, in mezzo al nulla. Il suo furgone è attrezzato anche per viaggiare sulle piste dure di questo tratto di deserto, a sud del Jazira e dell’Eufrate. Mentre Fawsi guida, parla a raffica. Attraverso i finestrini, vanamente serrati per fermare il vento carico di sottilissima polvere, indica la distesa di sabbia dura tutto attorno: “Milh, mi dice,” sale. E Fao. Sono le parole che ricorrono nel suo argomentare in dialetto beduino. “Queste sono zone che un tempo erano coltivate -ci traducono- finchè la Fao ha deciso di iniziare una serie di investimenti sullo sviluppo della zona attorno a Palmira e ha designato queste distese alla produzione di sale.” Il progetto non ha trovato seguito e le saline, che un tempo erano coltivate, oggi sono delle pallide spianate ricoperte da una sabbia molto salina, che impedisce la riconversione all’agricoltura.
 
Bedunini e Zingari. La famiglia che ci ospita discende dagli zingari, una particolare comunità beduina che traccia le proprie radici al di là del confine con l’Iraq. Li si riconosce dallo stile gitano nell’abbigliamento, in particolare da quello delle donne. La famiglia allargata conta una quindicina di elementi: tre coppie con figli. Il capotribù siede in mezzo all’assemblea improvvisata per onorare il visitatore, ma la conversazione è ostacolata dalla presenza di un televisore che, collegato con una parabola satellitare posta fuori dalla tenda in pelle, rompe l’isolamento e il senso di atemporalità che si prova nei deserti. Così, mentre una voce yankee commenta le imprese dei wrestler americani, i fratelli del capotribù mi raccontano le loro aspirazioni matrimoniali e descrivono il proprio mondo misurando le distanze in giornate di cammello. Ad esempio: da Damasco a Palmira sono circa cinque ore di auto, ma per loro sono undici giorni di cammello.
  Foto: Naoki Tomasini
Acqua solforosa. Cerco di capire come facciano a sopravvivere, attorno al gruppo di tende non ci sono coltivazioni e il bestiame mi pare limitato a poche capre che, ogni mattina all’alba, vengono portate verso i pascoli –se così si possono chiamare delle distese di sassi e radi arbusti- dalle donne. Ancora le donne si occupano di tutte le faccende legate alla manutenzione della tenda e ovviamente anche del cibo. Quando infine domando agli uomini quale sia la fonte del loro sostentamento, questi mi conducono un centinaio di metri più in là, dove tra pietre e arbusti, serpeggia un tubo di ferro ossidato. La loro fonte di sostentamento è proprio una fonte! Solo che non si tratta di acqua potabile, è una sorgente di acqua solforosa, calda e puzzolente eppure così preziosa. Loro la impiegano quasi soltanto per lavarsi, ma il governo sta studiando il modo di usarla per l’irrigazione, per restituire fertilità alla terra e cambiare il futuro economico della zona. Il piano sembra molto ambizioso e di realizzazione tutt’altro che rapida, ma a loro la cosa non sembra importare, “Siamo diventati stanziali perché ci è stato proposto di fare la guardia a questa sorgente, la maggior parte dei progetti di sviluppo per queste zone ha fallito, ma fintanto che le autorità ci pagheranno per restare qui, resteremo.” Sono pochi soldi, l’equivalente di una cinquantina di euro, ma sono sufficienti a garantire la sopravvivenza di una tribù abituata da secoli alle rigide leggi del deserto.  
Categoria: Risorse, Migranti
Luogo: Siria
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