Dal nostro inviato
Naoki Tomasini

La città di Palmira è il più famoso tra i tesori della
Siria. Anticamente nota come Tadmor, un tempo era una tappa imprescindibile per
le rotte commerciali. Palmira è l’unica oasi lungo la via che collega l’Eufrate
al Mediterraneo e la sua storia è stata segnata dall’essere un punto di
contatto tra oriente e occidente, tra impero romano e Persia. Palmira oggi è
una piccola cittadina araba vicino all’oasi che ancora verdeggia in mezzo alla
distesa brulla nel deserto del Jazira, a metà strada tra Damasco e Baghdad. La
sua importanza commerciale è solo un lontano ricordo, fa parte della memoria
collettiva che le tribù della regione si tramandano oralmente da secoli. Ma il
tempo della ricchezza passata sopravvive nei paradigmi popolari, così come la
gloria della sua più celebre regina: Zenobia, che secondo lo storico romano
Cornelio Capitolino era la donna più bella d’Oriente. Zenobia era la moglie di
Odenato, esarca e capo di una delle quattro tribù beduine della regione, ma
superò il marito in gloria, saggezza e potere, titolandosi Augusta e
conquistando l’Egitto, buona parte della Siria, della Palestina e dell’Arabia.
Zenobia si diceva discendente di Cleopatra e come lei venne detronizzata da un
imperatore romano, Aureliano, che la portò a Roma come trofeo. La sua morte è
ancora oggi circondata dal mistero.
Souvenir. Zenobia è anche l’appellativo con cui oggi
si sentono vezzeggiare le turiste che, mentre visitano le rovine
della città, non possono fare a meno di parlare con i molti beduini che,
per necessità o realismo, si sono convertiti al turismo. In mezzo ad una selva
di colonne spezzate dal tempo, che sono ancora disposte in modo da rivelare le
piante delle strade, degli edifici, delle porte e la direttrice dell’imponente
acquedotto sopraelevato, vagano ogni giorno questi discendenti dei fieri
beduini di un tempo. Con le loro merci stereotipate fanno la spola tra i gruppi
di visitatori, alcuni a cavallo di cammelli, altri di motociclette addobbate
come fossero cammelli. Altri ancora sono impiegati nella gestione delle
numerose strutture alberghiere, quasi esclusivamente di proprietà straniera,
dove lavorano come dipendenti. Il nomadismo è dunque un ricordo, qualcosa che
sopravvive nelle loro identità, tradizioni e abitudini, come la famosa e
sbandierata ospitalità, che accomuna le tribù beduine dal Sinai fino alla
penisola arabica. Le piccole tribù della regione che non sono compromesse con
il turismo sono considerate semi nomadiche, si dedicano alla pastorizia, ma il
vicino confine iracheno e, più in generale, gli assetti nazionali del Medio
Oriente post coloniale, hanno reso gli spostamenti ciclici e limitati nello
spazio.
Il sale dalla Fao. Fowsi è un beduino, e per questo
sa guidare un furgone nel deserto anche nel buio di una notte senza luna. Sa
riconoscere le piste e i segnali dove a stento un occhio non allenato saprebbe
distinguere uno wadi, l’alveo di un corso d’acqua asciugato. L’ha imparato dal
padre contrabbandiere, che quand’era un ragazzino se lo portava appresso mentre
attraversava -di notte e con i fari spenti- il deserto che separa le rovine
romane di Palmira dai mercati di Baghdad. Anche Fowsi si guadagna da vivere con
il turismo, trasporta le comitive da un sito archeologico a un altro, dagli
alberghi all’oasi o al suq, oggi ci trasporta fino all’accampamento di una
famiglia di beduini, distante diversi chilometri nel deserto, in mezzo al
nulla. Il suo furgone è attrezzato anche per viaggiare sulle piste dure di
questo tratto di deserto, a sud del Jazira e dell’Eufrate. Mentre Fawsi guida,
parla a raffica. Attraverso i finestrini, vanamente serrati per fermare il
vento carico di sottilissima polvere, indica la distesa di sabbia dura tutto
attorno: “Milh, mi dice,” sale. E Fao. Sono le parole che ricorrono nel suo
argomentare in dialetto beduino. “Queste sono zone che un tempo erano coltivate
-ci traducono- finchè la Fao ha deciso di iniziare una serie di investimenti sullo
sviluppo della zona attorno a Palmira e ha designato queste distese alla
produzione di sale.” Il progetto non ha trovato seguito e le saline, che un
tempo erano coltivate, oggi sono delle pallide spianate ricoperte da una sabbia
molto salina, che impedisce la riconversione all’agricoltura.
Bedunini e Zingari. La famiglia che ci ospita
discende dagli zingari, una particolare comunità beduina che traccia le proprie
radici al di là del confine con l’Iraq. Li si riconosce dallo stile gitano
nell’abbigliamento, in particolare da quello delle donne. La famiglia allargata
conta una quindicina di elementi: tre coppie con figli. Il capotribù siede in
mezzo all’assemblea improvvisata per onorare il visitatore, ma la conversazione
è ostacolata dalla presenza di un televisore che, collegato con una parabola
satellitare posta fuori dalla tenda in pelle, rompe l’isolamento e il senso di
atemporalità che si prova nei deserti. Così, mentre una voce yankee commenta le
imprese dei wrestler americani, i fratelli del capotribù mi raccontano le loro
aspirazioni matrimoniali e descrivono il proprio mondo misurando le distanze in
giornate di cammello. Ad esempio: da Damasco a Palmira sono circa cinque ore di
auto, ma per loro sono undici giorni di cammello.
Acqua solforosa. Cerco di capire come
facciano a sopravvivere, attorno al gruppo di tende non ci sono coltivazioni e
il bestiame mi pare limitato a poche capre che, ogni mattina all’alba, vengono
portate verso i pascoli –se così si possono chiamare delle distese di sassi e
radi
arbusti- dalle donne. Ancora le donne si occupano di tutte le faccende legate
alla manutenzione della tenda e ovviamente anche del cibo. Quando infine
domando agli uomini quale sia la fonte del loro sostentamento, questi mi
conducono un centinaio di metri più in là, dove tra pietre e arbusti, serpeggia
un tubo di ferro ossidato. La loro fonte di sostentamento è proprio una fonte!
Solo che non si tratta di acqua potabile, è una sorgente di acqua solforosa,
calda e puzzolente eppure così preziosa. Loro la impiegano quasi soltanto per
lavarsi, ma il governo sta studiando il modo di usarla per l’irrigazione, per
restituire fertilità alla terra e cambiare il futuro economico della zona. Il
piano sembra molto ambizioso e di realizzazione tutt’altro che rapida, ma a
loro la cosa non sembra importare, “Siamo diventati stanziali perché ci è stato
proposto di fare la guardia a questa sorgente, la maggior parte dei progetti di
sviluppo per queste zone ha fallito, ma fintanto che le autorità ci pagheranno
per restare qui, resteremo.” Sono pochi soldi, l’equivalente di una cinquantina
di euro, ma sono sufficienti a garantire la sopravvivenza di una tribù abituata
da secoli alle rigide leggi del deserto.