Mentre è in corso il processo per il massacro di Andjan, alcuni accusati confessano. Forse non troppo spontaneamente
scritto per noi
da Gianluca Ursini
Sabato scorso le autorità uzbeche hanno arrestato il leader di un
movimento
d'opposizione, 'Arcobaleno Uzbekistan' secondo quanto riportato da
'Radio Free Europe', sito di informazione sulle violazioni dei diritti
civili, legato al magnate americano George Soros. Sanjar Umanov è stato
arrestato il 22 ottobre nella capitale Tashkent, accusato di
delitti di matrice economica. Dalla sua detenzione, altri quattro
membri del gruppo sono poi stati arrestati. La coordinatrice del gruppo
d'opposizione, Nodira Hidoyatova, ha detto che la polizia avrebbe anche
perquisito la sede dell'associazione.
'Arcobaleno Uzbekistan' chiedeva apertamente la cacciata del premier
Islam Karimov, dopo il massacro del 13 maggio scorso a seguito della
rivolta nella città di Andijan, valle Fergana. Intanto prosegue
nella capitale il processo a 15 uomini d'affari appartenenti alla setta
islamica 'Akramiya' e accusati d'aver istigato la rivolta, poi costata
la vita a circa un migliaio di persone secondo le organizzazioni di
difesa dei diritti umani.
Secondo l'organizzazione Amnesty International, “Il Governo uzbeco sta cercando
di mettere sotto assedio la verità su quanto
accadde durante i fatti di Andijan”; un monito pesante verso un esecutivo che
riconosce
solo 187 vittime ufficiali del fuoco dell’esercito; una confessione
raccolta da PeaceReporter parlava di oltre 4mila morti quel giorno.
Processo all'Akramya. Adesso ai parenti dei 15 processati per quei fatti non viene concesso l’ingresso
in aula; sono invece presenti e numerosi, i parenti delle vittime nelle fila dell’esercito,
che chiedono a gran voce la pena di morte per i processati. Il procuratore statale
uzbeco Anvar Nabiev ha accusato media stranieri, Ong e attivisti dei diritti umani
di aver costruito una falsa campagna di informazione per incolpare il governo di
Tashkent della strage. A capo della repubblica ex membro dell’Unione Sovietica,
siede dal 1989 lo stesso uomo, Islam Karimov, confermato fino al 2007 da elezioni
farsa alle quali non partecipa la vera opposizione. Karimov ha
finora negato ogni richiesta di una commissione internazionale d’inchiesta sui
fatti di Andijan, avanzata anche dalla Segretario di stato Usa Condoleeza Rice
il passato mese di giugno.
Strage di Stato. Per il rapporto di Amnesty International, sulla base di diverse testimonianze
di uzbechi presenti alla manifestazione, i soldati governativi hanno volutamente
perpetrato
una strage, su istigazione dei loro superiori. Le forze militari avrebbero deliberatamente
aperto il fuoco a casaccio contro una folla inerme di migliaia di persone, che
festeggiava la liberazione con la forza dalle carceri cittadine di 23 affiliati
alla setta, benvoluti per le loro attività di beneficenza.
Dopo la strage gli arresti sarebbero stati migliaia, seguiti da interrogatori
basati sulla tortura, per intimidire i testimoni oculari e ottenere confessioni
ed accuse montate ad arte. “Abbiamo centinaia di testimoni per provare le nostre
accuse – ha detto la portavoce di 'Amnesty' – come quando riferiamo di diversi
familiari
a cui i funzionari della magistratura chiedevano di portare i documenti d'identità
degli scomparsi. Per loro sarebbe
stato molto difficile così dimostrare l’esistenza di qualcuno che
non esisteva più”. Mentre gli oppositori venivano massacrati, l’accesso alla città
veniva interdetto ai liberi giornalisti, così come i siti che riferivano sul massacro
versioni non gradite al governo venivano chiusi. “Abbiamo seguito con dolore le
violazioni dei diritti umani perpetrate in Asia centrale – ha detto il responsabile
dell’area per la Ong ‘Human Rights Watch’, Holly Cartner – ma non avevamo mai
visto una pianificazione così massiccia di atti contro l’umanità, come in occasione
della repressione antiislamica dopo Andijan. Invece di cercare tra i militari
i veri responsabili, il governo cerca di mettere a tacere i testimoni e di sviare
da sé le accuse sulla strage”.
Confessioni sospette... Già dalla prima settimana del processo, c'erano state alcune confessioni.
L’uomo accusato dai governativi di essere la mente dietro la strage avrebbe ammesso
le proprie colpe: Muidin Sobirov ha parlato per quasi due ore, secondo quanto
riferito dai giornalisti presenti in aula. In 120 minuti non ha quasi mai preso
una pausa, ripetendo rapidamente le parole, per poi interrompersi e guardare il
soffitto pensosamente, come una persona che stia ripassando una lezione mandata
a memoria.. Ogni suo particolare della strage coincide minuziosamente con la versione
fornita dalla procura il 5 settembre e ampiamente pubblicata dai media progovernativi.
Sobirov ha poi risposto alle domande che gli venivano poste da giudici e pubblica
accusa, ma non è stato chiesto nessun supplemento di prova per verificare le sue
dichiarazioni, né la versione fornita dalla procura dello Stato è supportata da
una minima prova. Il suo legale d’uffici non ha accennato nessuna tattica di difesa,
nessuna richiesta alla corte, niente. Sobirov, come già fatto dai media statali,
ha accusato i giornalisti stranieri di aver spinto i membri della fratellanza
islamica ‘Akramiya’ a organizzare la protesta per i 23 uomini d’affari incarcerati.
...estorte a suon di minacce. Secondo associazioni umanitarie come ‘Human Rights Watch’ (Hrw) di New York,
questo tipo di confessioni vengono estorte con la forza o la minaccia di violenze
e stupri ai danni delle mogli o di altri familiari. Questo processo sarebbe secondo
la Ong un tentativo per sviare l’attenzione dalle colpe governative in una strage
che ha visto i militari sparare sui civili inermi. ‘Hrw’ ha chiesto a Unione europea
e Stati Uniti un bando totale alla vendita di armi a Tashkent e altre sanzioni
economiche. Rimangono 14 accusati che non hanno alzato bandiera bianca. Chissà
quanto dovremo aspettare per le loro confessioni.