Scritto per noi
da Paolo Zona*
Le recenti dichiarazioni
della presidentessa dello Sri Lanka Chandrika Kumaratunga riguardo alla
creazione di un’entità federale che riconosca uguali diritti alla maggioranza
Singalese e alla minoranza Tamil, ponendo fine al conflitto che da oltre venti
anni
oppone il Governo alle Ltte (le ‘Tigri di Liberazione del Tamil Eelam’, il
nord-est del Paese a maggioranza tamil), hanno riacceso l’attenzione della
comunità internazionale sull’evoluzione del processo di pace conseguente al
cessate il fuoco firmato nel febbraio 2002.
Le affermazioni dei giorni scorsi
non costituiscono tuttavia una novità: alla base della campagna elettorale per
le presidenziali del 1995 c’era una piattaforma federalista che consentì alla
Kumaratunga di raccogliere consensi tra i Tamil moderati e di vincere le
elezioni.
L’incapacità di rispettare le
promesse elettorali nel corso del suo primo mandato presidenziale, unitamente
al proseguimento del conflitto nel nord-est e a una catena di attentati nella
capitale, non hanno comunque impedito alla Kumaratunga di conservare il potere
anche nelle successive presidenziali del dicembre 1999. In questa ottica, alla
vigilia delle elezioni presidenziali fissate per il 17 novembre 2005, le
dichiarazioni della Presidentessa appaiono tutt’altro che sorprendenti.
Tsunami e complicazioni al processo di pace. A dieci mesi dallo tsunami che ha
devastato lo Sri Lanka, il clima politico del Paese appare quanto mai incerto
e
le tensioni che sembravano essersi spente con la firma del cessate il fuoco
sembrano pericolosamente riaffiorare.
Il Governo e le Ltte hanno
inizialmente cooperato nell’assistenza alle vittime dello tsunami, ma ben
presto la situazione si è deteriorata, con l’accusa rivolta dai ribelli al governo
di attuare una discriminazione anti-tamil nella distribuzione degli aiuti. Su
pressione della comunità internazionale, tuttavia, il 24 giugno scorso il governo
e le Ltte hanno firmato un accordo (“Ptoms”) sulla gestione degli aiuti per lo
Tsunami nelle aree sotto controllo delle Tigri più bisognose di assistenza.
Il
Jvp, partito ultranazionalista salito al potere insieme allo Slfp della
presidentessa Kumaratunga nell’aprile 2004, ha protestato contro gli
accordi
accusando il governo di legittimare le Ltte ed è infine uscito dalla
coalizione, lasciando l’esecutivo in una posizione di estrema
debolezza. Gli Ptoms
sono stati comunque sospesi dalla Corte Costituzionale nel luglio
scorso e una
decisione finale in merito alla loro validità è attesa entro l’anno. Il
processo
di pace portato avanti con la mediazione del governo norvegese appare
in una
fase di stallo dopo lo stop ai colloqui decretato dalle Ltte
nell’aprile 2003 e
segnali di belligeranza provengono da entrambi gli schieramenti. E il
recente
assassinio del ministro degli Esteri, un tamil moderato fedele alleato
della
Kumaratunga, ha deteriorato la situazione. Il governo accusa i ribelli
dell’attentato, ma questi continuano a respingere le accuse.

La questione degli sfollati. Nel Nord e nell’Est, zone di
conflitto duramente colpite dallo Tsunami del 26 dicembre 2004, si vive in una
totale incertezza. Il maremoto ha mietuto in tutto lo Sri Lanka oltre 30mila
vittime e creato nell’immediatezza dell’evento un milione di sfollati (su una
popolazione di 19 milioni di persone), in seguito ridotti a circa 400mila, che
si sono andati ad aggiungere a quelli creati da venti anni di guerra civile. Circa
70mila tra gli sfollati di guerra vivono nei cosiddetti “welfare centres” (centri
di assistenza): inizialmente pensati come soluzioni temporanee, queste
strutture costituiscono oramai una squallida e sovraffollata soluzione al
re-insediamento e in alcuni casi accolgono famiglie che da più di venti anni
sono alla ricerca di una sistemazione permanente.
D’altra parte, sono circa 65mila
gli sfollati dello tsunami ospitati in campi di accoglienza dove il re-insediamento
appare più a portata di mano – almeno sulla carta – vista la grande quantità di
aiuti destinati alle vittime dello tsunami e di progetti attualmente in fase di
realizzazione.
La precaria situazione degli
sfollati resta comunque uno dei più gravi problemi che i prossimi governi si
troveranno a dover affrontare.