Alessandro Orrù
I duemila abitanti in rivolta del villaggio di Taishi, non lontano
dalla città di Canton, hanno occupato per due mesi le sedi
istituzionali del loro
piccolo paese per chiedere la rimozione del sindaco, il corrotto
capo di partito locale. Ci sono stati ripetuti scontri tra
la polizia e gli abitanti, ma a guardar bene, quello che sta avvenendo
in questo piccolo villaggio sembra rappresentare qualcosa di più del
diffuso malessere a cui la recente cronaca dalla Cina rurale ci ha
abituato: tutta la vicenda ruota intorno alla rabbia di poveri contadini
contro gli abusi di potere del partito comunista cinese.
C'era una volta. Solo qualche mese fa la vita scorreva secondo i ritmi di sempre. Ma poi la zona
dove sorge Taishi
è diventata una terra da "colonizzare" per le
aziende della Cina del terzo millennio, a causa del basso costo dei
terreni e della manodopera. I dirigenti del villaggio avevano così
deciso di considerare le offerte d'acquisto che da tempo giungevano
numerose e vendere qualche ettaro di terreno per ridistribuirne i
dividendi ai nuclei familiari. La somma ammontava a circa 120
dollari all'anno. Una miseria anche per un piccolo villaggio vicino a
Canton. Alla fine, quando anche i più riluttanti erano stati convinti,
alcuni hanno incominciato a lamentare di non essere stati pagati e si è
iniziato a dubitare della gestione dei ricavi, sospettando che fossero
di gran lunga più alti di quelli dichiarati. Da subito il malcontento
degli abitanti si è incanalato verso Chen Jinheng (che ricopre una
carica analoga a quella del sindaco in Italia) e con
una raccolta di firme rivolta alle autorità locali hanno provato a
cacciarlo via: nessun risultato. I contadini sono allora scesi in
piazza con i loro cartelli e hanno affidato anche ad internet le
ragioni della loro protesta.
Repressione di una rivolta pacifica. Secondo i cittadini esistono le prove che la maggior
parte dei ricavi delle
vendite dei terreni agricoli è finita nelle tasche del sindaco e dei
suoi collaboratori. Durante il mese di agosto almeno 5 abitanti di
Taishi sono stati arrestati nel corso di scontri con la polizia, che in
assetto antisommossa ha circondato il villaggio. Gli arrestati sono stati rilasciati
solo dopo qualche giorno. Decisi comunque a portare avanti la lotta in
maniera non violenta, circa quindici giorni fa 80 abitanti hanno
iniziato a fare lo sciopero della fame per attirare l'attenzione delle
autorità. Ai media internazionali l'avvocato del villaggio Guo Feixiong
ha dichiarato: "Fanno lo sciopero della fame per chiedere giustizia,
democrazia e diritti. Vogliono che le autorità leggano la petizione ed
intraprendano una procedura di richiamo per il capovillaggio". Dopo
qualche giorno la petizione è stata accettata, così le autorità locali
hanno organizzato una consultazione che ha permesso a questa piccola
comunità rurale del Guangdong di eleggere un comitato di sette persone
(tutti membri del partito comunista) che "guiderà il
villaggio alle prossime elezioni per sostituire il comitato direttivo e il
capovillaggio".
Esperimenti di democrazia. Non è un caso che ciò che è successo a
Taishi abbia richiamato l'attenzione della stampa internazionale. Un
quotidiano di Hong Kong pochi giorni fa, riferendosi a quanto successo,
ha titolato in prima pagina "Road map for democracy?". Intanto
alcuni avvocati impegnati nella difesa dei diritti umani parlano di pietra miliare
nella storia del paese, altri parlano di
un "esperimento in atto". L'esperto di legge costituzionale cinese Fan
Yafeng ha dichiarato: "questo modello di democrazia diretta potrebbe
allargarsi". Non è un caso forse che in merito alla questione il
Premier Wen Jiabao abbia detto in occasione del recente summit Ue-Cina:
"Cercheremo sempre più nel futuro di portare avanti politiche
democratiche. Se i cinesi riescono a gestire un piccolo villaggio,
credo che tra diversi anni potranno farlo con una città. Il nostro è un
sistema in evoluzione".