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Realpolitik. La parabola umana e politica di Salvador Allende è ricostruita alternando livelli
differenti di narrazione: ai ricordi personali di Guzman si affiancano quelli
dei vecchi militanti, alle immagini d'epoca quelle del Cile di oggi, alle interviste
ai ferrovieri quella all'ineffabile ex-ambasciatore. Emerge il ritratto di un
uomo che sapeva parlare alla gente. E non è poco. Isabel Allende, la nipote del
presidente che oggi è una scrittrice conosciuta in tutto il mondo, ricorda una
campagna elettorale casa per casa, bussando alla porta delle famiglie e cominciando
a conversare. Allende riuscì a convincere il popolo cileno che, a differenza di
quello che accadeva in tutto il Sudamerica degli anni Settanta e non solo, il
potere doveva essere conquistato con i mezzi legali a disposizione. E lo ha fatto,
ma senza fare i conti con i diplomatici alla Davis che prendevano ordini da Presidenti
alla Nixon e da Segretari di Stato alla Kissinger. Per Washington, come spiega
l'ex-ambasciatore, un asse tra Cuba e Cile non era accettabile. L'incontro di
Allende con Castro, pur tenendo conto della profonda differenza che esisteva tra
la visione rivoluzionaria armata del leader cubano e quella istituzionale del
leader cileno, fu la goccia che fece traboccare il vaso. Gli Usa (dopo aver sovvenzionato
l'assassinio del generale René Schneider che era l'unico filo-Allende) procurarono
ai militari golpisti armi e copertura politica per il colpo di stato dell'11
settembre 1973. Allende rifiutò di trascinare il Cile in una guerra civile, facendo
del suo sacrificio il simbolo della coerenza e della totale adesione agli ideali
della legalità.
L'obiettività della storia. Molti critici hanno sottolineato, pur accogliendo con favore il lavoro di Patricio
Guzman, che il documentario non sarebbe distaccato dai fatti, ma prenderebbe una
precisa posizione. E' vero il contrario, nel senso che fin dalle prime immagini
di Allende, la voce fuori campo di Guzman spiega che, per lui che nel 1973 era un ragazzo,
a un certo punto della sua vita ha sentito la necessità di riflettere sulla figura
umana e politica di Salvador Allende che ha segnato la sua esistenza. Quindi,
già dal punto di partenza, Guzman chiarisce che il punto di vista sarà il suo.
I fatti saranno necessariamente filtrati dalla sua esperienza di giovane cineasta
nel 1973 costretto all'esilio. Guzman racconta una storia, più che la Storia.
E lo fa attraverso i sentimenti di chi ha vissuto quei giorni, regalando una galleria
di personaggi solidi nella loro semplicità: la sorellastra di Allende, la sua
segretaria personale innamorata del grande capo, i vecchi compagni di lotta ormai
anziani. Quello che Guzman voleva capire è da dove veniva l'entusiasmo popolare
travolgente che accompagnò l'ultima campagna elettorale che portò all'elezione
di Salvador Allende a presidente del Cile. Voleva ritrovare quella voglia di partecipare
che trascinò in strada migliaia di persone che credevano ad Allende, all'unico
politico capace di proporre una via pacifica al socialismo, all'uomo che è riuscito
a convincere minatori e panettieri, operai e ferrovieri che il potere era loro.
Guzman, senza ambizioni di storico, voleva solo cercare di comunicare a chi quel
periodo non l'ha vissuto (e visti i programmi scolastici di storia magari non
l'ha neanche studiato) l'atmosfera di quegli anni, il sogno e l'utopia che diventano
realtà. Guzman non cercava risposte, ma solo di ritrovare la sua giovinezza e
quella di milioni di cileni che hanno visto distruggere un sogno sotto le bombe
cadute sulla Moneda nel loro 11 settembre.Christian Elia