21/09/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Un documentario di Patricio Guzman ne ripercorre la vicenda umana e politica
Le immagini più sconvolgenti di Allende, il documentario di Patricio Guzman dedicato al Presidente cileno, non sono quelle del bombardamento della Moneda, il palazzo presidenziale di Santiago del Cile dove si era barricato, e non sono neanche quelle di Allende morto dopo essersi sparato alla testa. Le immagini più agghiaccianti sono quelle registrate a casa di Nathaniel Davis, l'ambasciatore Usa in Cile nel 1973. Davis, nel salotto della sua bella casa in compagnia della moglie, racconta con un sorriso snervante, quasi fosse la cosa più naturale del mondo, come un governo (nello specifico quello di Washington) possa decidere a tavolino che un uomo, legittimamente eletto dal suo popolo, non debba governare il suo Paese.
Decidendo che lo impedirà a qualunque costo.
 
il presidente cileno salvador allendeRealpolitik. La parabola umana e politica di Salvador Allende è ricostruita alternando livelli differenti di narrazione: ai ricordi personali di Guzman si affiancano quelli dei vecchi militanti, alle immagini d'epoca quelle del Cile di oggi, alle interviste ai ferrovieri quella all'ineffabile ex-ambasciatore. Emerge il ritratto di un uomo che sapeva parlare alla gente. E non è poco. Isabel Allende, la nipote del presidente che oggi è una scrittrice conosciuta in tutto il mondo, ricorda una campagna elettorale casa per casa, bussando alla porta delle famiglie e cominciando a conversare. Allende riuscì a convincere il popolo cileno che, a differenza di quello che accadeva in tutto il Sudamerica degli anni Settanta e non solo, il potere doveva essere conquistato con i mezzi legali a disposizione. E lo ha fatto, ma senza fare i conti con i diplomatici alla Davis che prendevano ordini da Presidenti alla Nixon e da Segretari di Stato alla Kissinger. Per Washington, come spiega l'ex-ambasciatore, un asse tra Cuba e Cile non era accettabile. L'incontro di Allende con Castro, pur tenendo conto della profonda differenza che esisteva tra la visione rivoluzionaria armata del leader cubano e quella istituzionale del leader cileno, fu la goccia che fece traboccare il vaso. Gli Usa (dopo aver sovvenzionato l'assassinio del generale René Schneider che era l'unico filo-Allende) procurarono ai militari golpisti  armi e copertura politica per il colpo di stato dell'11 settembre 1973. Allende rifiutò di trascinare il Cile in una guerra civile, facendo del suo sacrificio il simbolo della coerenza e della totale adesione agli ideali della legalità.
 
il regista patricio guzmanL'obiettività della storia. Molti critici hanno sottolineato, pur accogliendo con favore il lavoro di Patricio Guzman, che il documentario non sarebbe distaccato dai fatti, ma prenderebbe una precisa posizione. E' vero il contrario, nel senso che fin dalle prime immagini di Allende, la voce fuori campo di Guzman spiega che, per lui che nel 1973 era un ragazzo, a un certo punto della sua vita ha sentito la necessità di riflettere sulla figura umana e politica di Salvador Allende che ha segnato la sua esistenza. Quindi, già dal punto di partenza, Guzman chiarisce che il punto di vista sarà il suo. I fatti saranno necessariamente filtrati dalla sua esperienza di giovane cineasta nel 1973 costretto all'esilio. Guzman racconta una storia, più che la Storia. E lo fa attraverso i sentimenti di chi ha vissuto quei giorni, regalando una galleria di personaggi solidi nella loro semplicità: la sorellastra di Allende, la sua segretaria personale innamorata del grande capo, i vecchi compagni di lotta ormai anziani. Quello che Guzman voleva capire è da dove veniva l'entusiasmo popolare travolgente che accompagnò l'ultima campagna elettorale che portò all'elezione di Salvador Allende a presidente del Cile. Voleva ritrovare quella voglia di partecipare che trascinò in strada migliaia di persone che credevano ad Allende, all'unico politico capace di proporre una via pacifica al socialismo, all'uomo che è riuscito a convincere minatori e panettieri, operai e ferrovieri che il potere era loro. Guzman, senza ambizioni di storico, voleva solo cercare di comunicare a chi quel periodo non l'ha vissuto (e visti i programmi scolastici di storia magari non l'ha neanche studiato) l'atmosfera di quegli anni, il sogno e l'utopia che diventano realtà. Guzman non cercava risposte, ma solo di ritrovare la sua giovinezza e quella di milioni di cileni che hanno visto distruggere un sogno sotto le bombe cadute sulla Moneda nel loro 11 settembre.

Christian Elia

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