Inizia in Uzbekistan il processo a 15 "terroristi islamici". Colpevoli d'aver manifestato pacificamente
Scritto per noi
da Gianluca Ursini
In questi giorni, il centro uzbeco più popoloso della valle di Fergana, Andijan,
presenta il solito aspetto da città di provincia. Nulla a che vedere coi giorni
infuocati di maggio, in cui la popolazione protestò per la incarcerazione di 23
uomini d’affari molto amati per le loro donazioni a ospedali e istituti scolastici,
ma accusati dal governo di Islam Karimov di essere “estremisti islamici della
pericolosa organizzazione Hizb ut Tahrir, sezione
Akramya”. Un insanguinato 13 maggio i cittadini che protestavano presero d’assalto la
prigione, liberarono i detenuti politici e si impadronirono delle armi dei gendarmi;
la reazione di polizia ed esercito uzbeco fu ingiustificatamente cruenta: per
due giorni sulle strade di Andijan rimasero i cadaveri degli insorti. Per il governo
di Tashkent ‘solo’ 187, per le associazioni umanitarie, da ‘Amnesty International’
a quelle uzbeche, minimo 500, massimo un migliaio.
Processate gli islamici. Martedì 20 settembre però, a 500 chilometri di distanza, nella capitale uzbeca,
si inizia il processo a 15 dei protagonisti della rivolta di Andijan, accusati
dalla procura di stato di essere “terroristi islamici”, Tra di essi, tre degli
uomini d’affari isciritti alla confraternita islamica degli ‘Akramiti’, così detta
dal fondatore, il ventinovenne Akram Yuldashev, insegnante di matematica di Andijan, che
nel 1992 scrisse un libretto intitolato
Yimonga Yul, La Via della Fede; ma anche quattro difensori dei diritti umani, colpevoli
di aver organizzato manifestazioni pacifiche di piazza in difesa dei 23 incarcerati
prima dei disordini. L’accusa della procura uzbeca è che i fatti di Andijan furono
preordinati con largo anticipo, e che sul posto fossero presenti diversi guerriglieri
islamici in armi.
Sento puzza di rivoluzione.. Con dei risvolti internazionali pericolosi. Perché si è scatenata da venerdì
16 una accesa polemica col vicino Kirghisistan, accusato dal procuratore Anvar
Nabiev di aver “Ospitato e addestrato i guerriglieri islamici del gruppo Hizb
ut Tahrir sul prorio territorio, in campi militari dell'esercito regolare”. Secondo
il magistrato uzbeco Bishkek sta tramando per sovvertire il regime esistente a
Tashkent, dopo a sua volta essere caduta con la ennesima rivoluzione di velluto
(nelle intenzioni degli organizzatori, poi terminata nel sangue) organizzata nei
Paesi ex Urss,
che in marzo ha rovesciato il regime di Askar Akaev, a beneficio degli oppositori
Kurmanbek Kabiev e Felix Kulov. Un rapporto, consegnato dai servizi segreti –
formalmente dalla magistratura – al parlamento uzbeco il 5 settembre scorso, parla
di “300mila dollari serviti a finanziare la ribellione di Andijan, usati in Kirghizistan
per acquistare armi e munizioni, stoccate nella città di Jalal Abad e poi portate
nel nostro Paese; non solo, tra gennaio e aprile 2005, istruttori stranieri hanno
addestrato nel Kirghizistan circa 70 estremisti religiosi ai metodi terroristi
e al sabotaggio”.
“L’attacco terrorista su Andijan è stato attentamente pianificato da forze estere
come azione mirata a minare l’indidpendenza politica dell’Uzbekistan – ha detto
il procuratore capo sabato 16 – erano mirate a cambiare l’ordine costituzionale,
per costituire un califfato islamico nella nostra area”. Nabiev accusa anche il
governo kirghizo: “il perseverare nella scelta di piegarsi agli ideali occidentali
e alla pseudodemocrazia ha permesso a membri di organizzazioni estremiste d'operare
in Kirghizistan senza nessun controllo, e con loro anche rappresentanti di gruppi
pro-diritti umani o d’opposizione, tutti controllati dall’estero; per questo motivo
gli organizzatori (della protesta, ndr) hanno scelto il sud Kirghizo come base
per promuovere queste pseudorivoluzioni e altri atti di terrorismo”.
Estremista sarà lei! Parole pesanti che hanno scatenato la risposta di Viaceslav Khan, vice presidente
del Consiglio di sicurezza kirghizo: “Al momento non abbiamo informazioni d'alcun
tipo sul presunto addestramento dei ribelli di Andijan in territorio kirghizo
– né esiste nessuna prova per l‘accusa che lo stadio centrale di Osh (principale
città del sud kirghiso, ndr) sarebbe stato usato come campo d'addestramento”.
Il procuratore generale kirghizo Azimbek Beknazarov, nominato dall’opposizione
dopo la caduta del regime, ha smentito le prove addote dal vicino. “Accuse assurde
– ha detto ad una associazione umanitaria Usa – credo che gli Uzbechi abbiano
addotto queste informazioni perché il loro parlamento ha chiesto un 'report' alle
istituzioni giudiziarie, dopo i fatti cruenti di Andiian. A quel punto i loro
servizi segreti han deciso di tirar fuori questa storia in una sorta di tentativo
di stornare parte delle proprie responsabilità” La difesa di Beknazarov è stata
ripetuta con toni ancor più accesi dal ministro della Difesa Ismail Isakov: “Il
Kirghizistan non ha mai fornito a nessun terrorista assistenza, base, informazioni
o rifugio”. Per il vice ministro degli Esteri Erkin Mamkulov, “le radici degli
eventi di Andijan andrebbero cercati all’interno dell'Uzbekistan, non al di fuori”
Usa anch'io! No, tu no.. In tutto questo si inseriscono le polemiche tra i due Paesi, che dopo l’attacco
Usa in Afghanistan si contendono il primato di nazione maggiormente strategica
per il controllo militare Usa dell'area. Sia gli uzbechi, con la base di Karshi-Khanabad,
sia i kirghisi a Ganci, ospitano aviogetti e altri armamenti dell’esercito a stelle
e strisce. Dopo le critiche di Washington per i gravi fatti di Andijan, Karimov
aveva invitato gli yankee a sloggiare, salvo ripensarci negli ultimi tempi. Segnali
di distensione,come dimostrano le ultime notizie da Washington: nonostante le
obiezioni del Congresso Usa, il Pentagono è intenzionato a pagare all’Uzbekistan
23 milioni di dollari per aver usufruito di alcune basi militari sul territorio
nazionale.
Dàgli all'islamico. Quel che rimane è che dei pacifici protestanti sono stati massacrati solo perché
simpatizzanti di movimenti solidali islamici; “negli anni passati, ogni qual volta
il regime uzbeko ha dovuto fronteggiare gruppi islamici di protesta, invece di
ripensare le proprie politiche repressive, che non fanno altro che alimentare
il dissenso, ha prefereito accusare direttamente i propri vicini, dai kirghizi
ai tagiki ai kazaki, per aver consentito troppo alle loro opposizioni interne
e estremisti islamici”, ha scritto una analista uzbeca rimasta anonima per il
sito
’International war and Peace reporting’. A questo proposto, l’analista politico kirghizo Nur Omarov ha detto che “danno
la colpa di tutto al Kirghizistan, per mostrare che il problema viene a fuori,
mentre all ‘interno dell’Uzbekistan tutto sarebbe quieto a pacifico.” Le tensioni
arrivano mentre le relazioni tra i due paesi sono cambiate radicalmente dopo Andijan.
L’Uzbekistan non ha rinnovato il contratto annuale di fornitura di gas ai kirghisi,
scatenando timori di black out in inverno; questa mossa è stata vista come una
punizione per la decisione kirghisa di permettere alla agenzia Onu per i rifugiati,
Unhcr, di evacuare 439 rifugiati di Andijan in Romania a fine luglio. L’Uzbekistan
aveva fino a quel momento cercato di far rientrare il gruppo, scappato dopo gli
scontri per timore di rappresaglie. Ancora bruciati da questa decisione, gli Uzbechi
potrebbero intraprendere rappresaglie per una recente decisione kirghiza di non
deportare 15 rifugiati custoditi in un centro detentivo di Osh. Per il governo
di Tashkent i 15 sono ‘terroristi’ responsabili delle violenze ad Andijan. Il
15 settembre la procura kirghiza ha deciso di consegnare 11 di essi alla Unhcr.
Adesso è difficile prevedre una soluzione al caso dei “campi terroristi”. Da parte
kirghiza c'è poco da fare, visto che le accuse sono considerate assolutamente
false. E da oggi c’è un processo a carico di 15 persone che si proclamano innocenti.
Il 'terrorismo islamico' sta tornando utile a molti regimi, dagli Usa alla Cecenia
all’Asia centrale.