Per gli organizzatori, "elezioni regolari"; ma parecchi afgani erano esclusi dal voto
Mentre si inizia il conteggio delle schede di voto, l’Afghanistan
fa i conti con le prime elezioni politiche dal 1969. Una versione entusiasta,
di “successo” e “alta affluenza alle urne” arriva dal versante ufficiale.
“Le elezioni hanno avuto svolgimento pacifico.. si è anche riscontrato un alto
livello di coscienza politica e di partecipazione tra gli Afgani”, ha detto alle
agenzie di stampa Bimillah Bismal, a capo dell’'Ufficio elettorale congiunto Afgano-Onu’,
dopo aver annunciato ufficialmente che le sezioni elettorali avevano chiuso in
tutto il Paese. Nonostante il difficile compito di assicurare sicurezza e materiali
elettorali a migliaia di comunità isolate, secondo l’Ufficio elettorale, su 6.200
e passa seggi in tutta la nazione, soltanto 16 non ce l'hanno fatta ad essere
operativi il giorno delle elezioni, comunque un miglioramento rispetto al caos
delle presidenziali dello scorso ottobre.
Un successo? “A differenza dello scorso anno, questa volta siamo stati capaci di fare andare
la gente al voto in tutti e 398 i distretti afgani, mentre l’anno passato il voto
non si era potuto tenere in diverse zone a causa di una diffusa mancanza di condizioni
di sicurezza”, è stato il commento di Bismal. Nonostante i 14 morti delle
settimane passate, direttamente legati alla violenza preelettorale, con funzionari
degli uffici elettorali impiccati nelle provincie di Oruzgan e sette candidati
assassinati nei sei mesi precedenti, secondo il resposanbile elettorale dell’Ufficio
congiunto, Peter Erben, la giornata di voto è trascorsa senza incidenti. “O meglio
– ha precisato Erben – scontri ce ne sono stati, ma sono stati isolati e non hanno
avuto un impatto significativo sullo svolgimento delle operazioni di voto”. Una
visione quasi idilliaca di queste elezioni, in stridente contrasto con le notizie
che arrivano a PeaceReporter, come questo reportage di un cooperante italiano,
che vive da anni in Afghanistan, su alcune popolazioni comunque afgane, ma che delle
elezioni potrebbero dare una versione molto lontana dal quadro tracciato dalle
Nazioni Unite. Che nella giornata di lunedì hanno comunque dovuto ammettere che l'affluenza
registrata
per queste legislative è stata in realtà inferiore quasi del 20 percento rispetto
a quella dei votanti per le passate elezioni presidenziali.
scritto per noi
da Tommaso Merlo da Badakshan

Oltre il 10 per cento degli afgani sono nomadi, e in qualche modo queste discusse
elezioni riguardano anche loro. Nella remota provincia del Badakhshan,
sono i
Kuchis (dal persiano
kuchi – migrare) i nomadi più numerosi, seguono i
Kirghiz e i
Jughi. I Kuchis migrano seguendo le stagioni in cerca di pascoli,
mentre trasportano i loro villaggi in groppa ad asini e cammelli. Ma quest'anno
la loro migrazione comincerà in ritardo per colpa delle elezioni.
Ognuno voti per i suoi. I
Kuchis hanno infatti diritto a 10 seggi sui 249 del neo parlamento afgano e i
532,826 registrati come appartenenti a questa popolazione hanno potuto scegliere
tra 60 candidati di cui 7 donne, recandosi

nelle 1600 postazioni di voto riservate a loro, 6 nel solo Badakhshan. Passando
ai contenuti, il programma elettorale dei candidati
Kuchis era monotono: conquistare
una vita sedentaria anche se questo costerà loro il privilegio, di cui godono attualmente, di non
pagare tasse e non fare il servizio militare.
Poi vengono i
Kirghiz che vivono a 4000 metri di quota sull'altopiano del Pamir,
la sponda nord del Whakhan Corridor, quella fascia di territorio afgano che si
estende verso est dalla provincia del Badakhshan fino a toccare la Cina. Il corridoio è
un ramo dell'antica via della seta che Marco Polo attraversò nel 1273 raccontando
nel
Milione la presenza di pecore enormi. Pecore che ancora oggi portano il suo
nome e che i
Kirghiz si portano dietro nelle loro brevi migrazioni. Di
Kirghiz ne sono rimasti circa 3.000, troppo pochi per presentare un candidato anche perché
nessun esponente di un altro gruppo voterebbe per uno di loro. Abdul Rashid, leader
della comunità
Kirghiz, ha dichiarato in quel di Faizabad che nonostante tutto la sua gente
si presenterà in massa a votare nelle due postazione di voto gentilmente concesse
nel suo Pamir.
I migranti non votano. Infine ci sono i Jughi, piccoli artigiani ed artisti, considerati gli zingari
locali per la loro originalità di tradizioni, per i vestiti colorati e per le
doti di preveggenza delle loro donne. Anch'essi migrano e le 16 famiglie presenti
in Badakhshan si sono tutte registrate per il voto pur non avendo candidati propri:
per loro i 200 dollari e le 300 firme necessarie per candidarsi erano una barriera
insormontabile. I nomadi che popolano questa antica terra afgana, persi in un
mare di povertà, hanno deciso nonostante tutto di partecipare a questo strano
gioco collettivo. A loro non interessano le mire delle potenze straniere, i sofisticati
giochi politici o i progetti dei signori della guerra. Per loro conta sapere di
esserci, conta sentirsi come gli altri. Anche solo per un giorno.