stampa
invia
Quando a fine marzo i ribelli
Hutu presenti nel Kivu rinunciarono unilateralmente alla lotta armata e si
dissero disposti a rientrare in Ruanda, pochi avrebbero immaginato che si
sarebbe arrivati pochi mesi dopo alla resa dei conti. Nonostante per quattro
mesi e mezzo le autorità congolesi e ruandesi non abbiano fatto nulla per
disarmare e rimpatriare i ribelli, la Monuc (la missione Onu nel paese) e il
governo di Kinshasa hanno deciso di risolvere il problema una volta per tutte,
con le buone o con le cattive. Rischiando di far esplodere di nuovo la
polveriera Congo.
Giro di vite. Quale che sia la verità, è ovvio che la strada
intrapresa dalle autorità di Kinshasa con il sostegno della Monuc rischia di
far precipitare nuovamente la situazione, come ha confermato una fonte
missionaria presente in Kivu contattata da PeaceReporter:
“Da marzo scorso quando le Fdlr hanno rinunciato all’uso delle armi non si sono
registrati più scontri nella zona. I vertici dei ribelli hanno uno stretto
controllo sulla truppa, e chi è sorpreso a rubare o molestare la popolazione
viene subito passato per le armi. Gli Hutu sono mesi che aspettano di essere
disarmati e rimpatriati, ma nessun passo è stato fatto in questo senso. Negli
ultimi mesi neanche un esponente della Monuc è venuto a parlare con i ribelli,
e ora se ne escono con questo ultimatum. E’ assurdo!”.
Largo
alle trattative. Ma quali sono le ragioni che hanno spinto le
autorità congolesi e la Monuc a un passo così grave? Sul sito della missione si
legge che le Fdlr in questi mesi avrebbero continuato a vessare la popolazione
civile con ruberie, uccisioni, stupri e ogni sorta di violenze. “Ma è falso –
contesta la fonte di PeaceReporter -. Noi siamo qui sul campo, e possiamo
assicurare che le violenze vengono commesse o da singoli disertori o dai membri
del Rcd-Goma (l’ex-gruppo ribelle filo-ruandese entrato nel governo a séguito
degli accordi di pace, n.d.r.), e vengono poi attribuiti in maniera pretestuosa
alle Fdlr. Con i ribelli Hutu non abbiamo più problemi ormai da mesi. Più
verosimile è che Monuc e governo di Kinshasa vogliano far vedere al Ruanda che
il problema in qualche modo viene affrontato.” Senza guardare troppo per il
sottile, e soprattutto senza preoccuparsi delle conseguenze. La speranza è che
di qui al 30 settembre ci sia ancora spazio per le trattative. Matteo Fagotto