17/09/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



L’Onu vuole i ribelli Hutu fuori dal Congo entro fine settembre. Con le buone o con le cattive
Il capo della Monuc William Swing annuncia a Beni l'ultimatum ai ribelliQuando a fine marzo i ribelli Hutu presenti nel Kivu rinunciarono unilateralmente alla lotta armata e si dissero disposti a rientrare in Ruanda, pochi avrebbero immaginato che si sarebbe arrivati pochi mesi dopo alla resa dei conti. Nonostante per quattro mesi e mezzo le autorità congolesi e ruandesi non abbiano fatto nulla per disarmare e rimpatriare i ribelli, la Monuc (la missione Onu nel paese) e il governo di Kinshasa hanno deciso di risolvere il problema una volta per tutte, con le buone o con le cattive. Rischiando di far esplodere di nuovo la polveriera Congo.
 
Tutti fuori. L’ultimatum, comunicato alla stampa la settimana scorsa ma consegnato ai ribelli Hutu delle Fdlr solo ieri, dà ai membri del gruppo armato tempo fino al 30 settembre per ritornare in Ruanda e consegnare le armi, prima che scatti la rappresaglia armata. Una mossa che ha colto tutti di sorpresa, perché è un segreto di Pulcinella che i ribelli non rientreranno in Ruanda senza la garanzia che non verranno perseguiti dalle autorità di Kigali. Il presidente ruandese Paul Kagame accusa infatti da anni i membri delle Fdlr di aver preso parte al genocidio del 1994, un’accusa che i vertici delle Fdlr hanno sempre smentito.
 
Armati congolesiGiro di vite. Quale che sia la verità, è ovvio che la strada intrapresa dalle autorità di Kinshasa con il sostegno della Monuc rischia di far precipitare nuovamente la situazione, come ha confermato una fonte missionaria presente in Kivu contattata da PeaceReporter: “Da marzo scorso quando le Fdlr hanno rinunciato all’uso delle armi non si sono registrati più scontri nella zona. I vertici dei ribelli hanno uno stretto controllo sulla truppa, e chi è sorpreso a rubare o molestare la popolazione viene subito passato per le armi. Gli Hutu sono mesi che aspettano di essere disarmati e rimpatriati, ma nessun passo è stato fatto in questo senso. Negli ultimi mesi neanche un esponente della Monuc è venuto a parlare con i ribelli, e ora se ne escono con questo ultimatum. E’ assurdo!”.
 
Vicolo cieco. Il rischio maggiore è che i ribelli, messi con le spalle al muro e con la prospettiva di finire in qualche carcere ruandese, riprendano in mano i fucili e si diano alla macchia. Le Fdlr hanno circa 10.000 combattenti, abbastanza per far ripiombare il Kivu nel caos della guerra se costretti. Non sembra un caso che, proprio all’indomani dell’ultimatum, si siano registrati alcuni attacchi compiuti dagli Hutu nei confronti della popolazione civile come ha riferito a PeaceReporter la fonte missionaria. Segno che di fronte alla prospettiva di una ripresa del conflitto la situazione potrebbe sfuggire di mano e i vertici delle Fdlr potrebbero non riuscire più a controllare gli umori della truppa.
 
Immagini del disarmo condotto dalla MonucLargo alle trattative. Ma quali sono le ragioni che hanno spinto le autorità congolesi e la Monuc a un passo così grave? Sul sito della missione si legge che le Fdlr in questi mesi avrebbero continuato a vessare la popolazione civile con ruberie, uccisioni, stupri e ogni sorta di violenze. “Ma è falso – contesta la fonte di PeaceReporter -. Noi siamo qui sul campo, e possiamo assicurare che le violenze vengono commesse o da singoli disertori o dai membri del Rcd-Goma (l’ex-gruppo ribelle filo-ruandese entrato nel governo a séguito degli accordi di pace, n.d.r.), e vengono poi attribuiti in maniera pretestuosa alle Fdlr. Con i ribelli Hutu non abbiamo più problemi ormai da mesi. Più verosimile è che Monuc e governo di Kinshasa vogliano far vedere al Ruanda che il problema in qualche modo viene affrontato.” Senza guardare troppo per il sottile, e soprattutto senza preoccuparsi delle conseguenze. La speranza è che di qui al 30 settembre ci sia ancora spazio per le trattative. 

Matteo Fagotto

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