Lavoro minorile e condizioni disastrose alla base della vita dei ragazzi boliviani.
In Bolivia frantumare i sogni di un bambino non è poi così difficile. Non è difficile
perché i bambini boliviani forse non sanno nemmeno cosa vuol dire avere un sogno
e cercare di fare di tutto per poterlo realizzare.
Sfruttamento del lavoro minorile, maltrattamenti e prostituzione riempiono l’aria
di un’essenza molto “pulp”.
Sono molti i perché. Innanzitutto perché la Bolivia è universalmente considerata uno dei paesi più
poveri del mondo. Più del 60 per cento della sua popolazione vive con meno di
due dollari al giorno e in queste circostanze i bambini sono i primi a pagarne
le conseguenze. Difficilmente riusciranno ad andare a scuola (quelli che ci vanno lo
fanno dopo il lavoro, la sera), più facilmente dovranno iniziare ad andare a lavorare
molto giovani, per dare una mano in famiglia. In secondo luogo perché le enormi
disuguaglianze sociali sviluppatesi in maniera esponenziale negli ultimi vent'anni,
hanno creato la cosiddetta “economia informale”, ossia lavoro minorile, salario
instabile e lavori senza il minimo controllo delle condizioni di sicurezza. In
questo Paese per un bambino recuperato dal lavoro minorile altri tre ne entrano
a far parte. Agricoltura, miniere ed industria manifatturiera sono i settori dove
è più utilizzato il lavoro minorile. E le giovani ragazze che si trovano in strada
spesso sono costrette a prostituirsi.
Il lavoro minorile. Ma una delle cose più sconvolgenti è la massiccia presenza di bambini lavoratori
per le strade delle città boliviane. Nelle “calles” delle città, il numero dei piccoli sfruttati è in continuo aumento. Questo
è dovuto soprattutto alla povertà e ai
maltrattamenti che i bimbi subiscono in famiglia. I bambini lavoratori si concentrano
soprattutto nelle zone centrali del Paese, anche perché censire le zone degli
'Altos' è piuttosto difficile. Se si analizzano i settori dove lo sfruttamento dei bambini
è maggiore, emerge che è l’agricoltura con il suo 65 per cento, a farla da padrona,
seguita solo dall’industria manifatturiera e dalle miniere.
Anche se lo stato boliviano aveva garantito che la piaga del lavoro minorile
sarebbe stata debellata entro il 2010, questa affermazione sembra di difficile
realizzazione. Secondo quanto ha spiegato in una intervista rilasciata qualche
tempo fa Marco Antonio, direttore del centro Ñanta, un centro che si occupa di aiutare i piccoli lavoratori, “La maggior parte dei
bambini lavorano per pagare le bollette dell’elettricità oppure per poter comprare
un po’ d’acqua per le loro famiglie, oppure per pagarsi i materiali che servono
per la scuola”, che frequentano la sera dopo aver lavorato tutto il giorno. Nella
maggioranza dei casi i bambini provengono dalle aree suburbane delle grandi città
o dalle zone rurali, dove alla povertà e alla miseria si aggiunge anche l’analfabetismo
dilagante e molti bambini parlano solo la lingua Quechua, una lingua indigena,
e la loro difficoltà di relazionarsi diventa insostenibile.
Scappare dalla realtà. Non è difficile immaginare come questi giovani possano
cercare di scappare dalla tragica realtà che li circonda, rifugiandosi nelle
droghe o riunendosi in piccole bande che sopravvivono di piccoli espedienti. Non
è impossibile infatti incontrare giovani, poco più che bambini, intenti a drogarsi,
inalando colla che fa perdere loro il senso della realtà.
Nel 1995 nasce a Sucre, capitale della Bolivia, il centro educativo Ñanta con lo scopo di fornire cibo ai bambini lavoratori. Adesso, dopo dieci anni
di attività l’istituto ha riscosso numerosi successi e numerose soddisfazioni.
Uno dei concetti fondamentali di questo centro è quello di far pagare il pasto
che i bambini consumano. Certo, il prezzo richiesto è chiaramente di molto inferiore
al valore del pasto in sè, ma questo serve ad educare i bambini. In questo modo
capiscono il valore dei soldi e del cibo e non si abituano ad avere gratis ciò
che serve loro.