In Indonesia le trattative di pace prendono forma. I ribelli consegnano le armi
scritto per noi
da Gianluca Ursini
Dopo 29 anni e oltre 15mila morti, la provincia di Aceh, isola di Sumatra, osserva
con speranza i primi passi d'una difficile pace tra i ribelli indipendentisti
del Gam (Gerakan Aceh Merdeka, Movimento per l’Indipendenza di Aceh) e Giacarta.
Partito mercoledì 14 il ritiro di metà dei militari indonesiani dispiegati in
zona, epicentro dello tsunami del 26 dicembre 2004, la prima consegna di armi
da parte dei ribelli Gam si è completata tra giovedì 15 e venerdì 16. Le vittime
della guerra e del maremoto non hanno potuto vedere le prime 1.500 truppe d’èlite
rientrate a Giava, inizio della riduzione dei soldati a 14.700 effettivi, più
9mila poliziotti.
Prima le armi, poi la politica. “Sono contento, prima ci liberiamo di queste armi, meglio è” ha detto alle agenzie
internazionali il portavoce Gam Iusuf Irwandi. Giovedì 15 la prima consegna di
armi: 210 tra mitragliatori e fucili automatici, un quarto su un totale di 840
da consegnare agli osservatori internazionali e distruggere entro inizio dicembre.
Per la tregua i Gam hanno rinunciato alle richieste di indipendenza, in cambio
di un loro partito politico, ma hanno ottenuto la liberazione dei prigionieri
politici. Atmosfera tesa nel capoluogo Banda Aceh, con i ribelli che abbandonano
i rifugi di montagna per tornare alla costa. Ma gli osservatori dell’Unione europea
hanno già registrato una violazione al Memorandum d’intesa del 6 settembre, con
il ferimento di due militi da parte dei ribelli a Lhokseumawe sabato 9. I giornalisti
sul posto riportano che la sfiducia tra le parti è profonda, e in un qualsiasi
momento gli accordi possono saltare per aria.
In parti uguali. I punti principali dell’accordo hanno visto le due parti cedere vicendevolmente:
amnistia per i membri del Gam; Aceh potrà darsi nuove leggi a livello locale;
una missione di monitoraggio vigilerà sul rispetto dell‘intesa, con osservatori
inviati da Bruxelles e dalla comunità economica del Sud est asiatico Asean.
I Gam hanno chiesto una commissione "Verità e riconciliazione", di prossima nomina,
e il Governo non si opporrà alla fondazione di partiti rappresentativi locali.
Il disarmo dei ribelli andrà di pari passo con il ritiro graduale di ogni poliziotto
o soldato che non sia di Aceh.
Giovedì 15 alcuni giornalisti hanno assistito alla consegna delle armi dei ribelli.
Funzionari Ue vestiti di bianco hanno visto arrivare i Gam sulle loro motorette.
Le armi venivano contate, e poi distrutte con una sega circolare.
“Sono triste. E’ come consegnare mia moglie – ha detto il ribelle Muzakir all’agenzia
Reuters – il mio fucile è come una moglie perché di notte mi coricavo con lui”.
Intanto, oltre a non accordarsi sul numero di osservatori necessario, le parti
litigano sulla definizione di armi. Oltre a pistole fucili e mitragliatori, in Banda Aceh sono stati consegnati
anche un bazooka e dieci mortai. In tutto 78 pezzi. Ma il ministro dell’Informazione
di Giacarta, Sofian Djalil, ha detto che negli accordi si parla solo di armi
industriali, mentre gli armamenti artigianali non vanno contati. Per il capo della
missione Ue Pieter Feith va bene qualsiasi arma “che possa sparare, abbia una
canna in acciaio e un tamburo”.
Aspettiamo a parlare.. Ci sono però speranze per i 4 milioni di abitanti di Aceh dopo gli accordi del
15 agosto.
Rimane da vedere se il parlamento di Giacarta approverà un partito "Gam", e se
ai ribelli arresi verrà davvero agevolato il reinserimento in società attraverso
la concessione di appezzamenti di terra. L’analista strategico di Giacarta Suleiman
Anggoro ha fatto notare che il reale arsenale Gam dovrebbe essere il triplo di
quanto dichiarato.
Il portavoce ribelle Iusuf ha ammesso che la guerrilla aveva oltre duemila armi, perse però durante il conflitto. Giacarta ribatte
che ritirerà le truppe solo quando saranno rispettati i patti sulla consegna.
Gli accordi di agosto in Helsinki prevedono ancora tre passaggi cadenzati da
qui a dicembre per completare la fase di smilitarizzazione di Sumatra.
I ribelli avevano detto, durante le trattative, di mirare comunque all’indipendenza,
dopo un’ampia autonomia.
All’inizio il Gam potrà presentare candidati propri alle elezioni locali del
2006. Per le leggi indonesiane qualsiasi partito deve però essere rappresentato
in almeno metà delle province della sterminata nazione, un modo per impedire che
altri indipendentisti sfaldino questo arcipelago abitato da 210 milioni di persone
di 70 popolazioni diverse.
I nazionalisti indonesiani hanno lanciato l’allarme perché convinti che la “internazionalizzazione
del conflitto” avrebbe riattizzato le richieste d’indipendenza in Papua e nelle
isola Molucche. Intanto i generali han più volte chiesto al governo di proseguire
la campagna militare di Sumatra.
Un maremoto di pace. Ma un disastro naturale di proporzioni epocali ha cambiato il quadro politico
di un conflitto altrimenti senza soluzioni. Dopo lo tsunami Banda Aceh si è dovuta aprire al resto del mondo, nonostante lunghi anni di
legge marziale prima e poi di legislazione d’emergenza che la avevano isolata.
La presenza delle Ong umanitarie ha portato sulla ribalta mondiale un conflitto
dimenticato da decenni.
Prima ogni armistizio passava per una tregua, e in seguito trattative, sempre
fallite. Ora c’è un accordo cadenzato con obblighi per le due parti, per arrivare
a una pace duratura.
Obiettivo di propaganda del governo di Susilo Bambang Yudoyhono è smilitarizzare
l’area per il primo anniversario del maremoto.
Il Sultanato indipendentista. I Gam combattono per l’indipendenza da tre decenni.
Fondati nel dicembre 1976 da Hasan di Tiro, discendente dell’ultimo Sultano di
Aceh, dai primi sparuti 150 armati si arrivò a oltre 5mila. Non chiedono uno stato
teocratico islamico, anche se la concentrazione di musulmani è maggiore che nel
resto dell’Indonesia. Hasan sostiene che nel 1949, alla creazione della nazione
dalle ceneri delel colonie olandesi, il regno di Aceh non avrebbe dovuto dipendere
da Giacarta perché non era mai stata formalmente colonia dell'Aja.
I ribelli lamentano che Giacarta non stia ripartendo equamente i proventi delle
risorse naturali, primo il petrolio. Vari rapporti che denunciavano abusi militari
nei confronti di civili hanno esasperato gli animi, e assicurato ai leader, riparati
dagli anni ‘70 in Svezia, un largo appoggio della popolazione.
I primi negoziati, nel 2002, tra governo e ribelli videro Giacarta promettere
libere elezioni e autonomia parziale per trattenere il 70 percento dei profitti
del greggio. In cambio i ribelli dovevano disarmare e rinunciare all’indipendenza.
Ma le cadenze non furono rispettate e i negoziati fallirono nel marzo 2003. Di
nuovo legge marziale e decine di migliaia di militari da Giacarta. Fu chiesta
l’estradizione alla Svezia dei dissidenti, arrestati nel giugno 2003 a Stoccolma
ma poi rilasciati per insufficienza di prove dell’accusa di “crimini contro le
leggi internazionali”.
Finora in Aceh avevano vissuto per 30 anni un conflitto a bassa intensità, isolati
dal resto del mondo. Operatori internazionali e giornalisti non avevano accesso
all’area. Lo Tsunami ha cambiato tutto; distruggendo l’habitat precedente, ha
forse portato la pace.