Dal nostro inviato
Naoki Tomasini
La storia delle opposizioni in Siria è il racconto di oltre quarant’anni di clandestinità
e stragi insabbiate. Inizia nel ’63, con il colpo di stato che portò al potere
il partito della rinascita, al Baath. Da allora il governo del paese è stato monopolizzato
dal partito presieduto prima da Salah Jadid e, dal ’70, da Hafez al Assad- attorno
a cui si è cementato un blocco stabile di formazioni politiche: il Fronte Nazionale
Progressista. I primi vent’anni della Siria di Assad sono stati segnati dal pugno
di ferro dell’esercito e dall’onnipresenza del Muqabarat, la polizia segreta,
che hanno represso, incarcerato e ucciso ogni forma di opposizione, fino a rendere
il paese un feudo di stabiliità e laicismo in Medio Oriente.
L’opposizione islamica. A partire dal massacro di Hama dell’82, il movimento dei Fratelli Musulmani
ha ufficialmente cessato di esistere nel paese, e ancora oggi, per la semplice
appartenenza a movimenti radicali islamici è prevista la pena di morte. Ciononostante,
tra le pieghe della cortina rassicurante dell’informazione di regime, la cui voce
è l’agenzia stampa Sana, ancora si sente parlare di attentati esplosivi e scontri
a fuoco tra polizia e ribelli legati al mondo del radicalismo islamico. Diverse
volte anche nel 2005, a Damasco, a Hama, Aleppo e vicino al confine con il Libano.
La maggior parte di questi episodi è stata attribuita all’azione di ribelli legati
a un fantomatico gruppo islamico chiamato Jond al Sham, i combattenti siriani.
Un gruppo legato ad al Qaida fondato in Afghanistan da combattenti siriani e palestinesi.
La sigla è stata chiamata in causa anche in relazione agli attentati di Taba,
nel Sinai, dell’ottobre 2004. In Siria però, spiega Bassel al Oudat -corrispondente
per Adn Kronos a Damasco- “Il nome di Jond al Sham è una specie di fiction, è
una storia usata per mostrare che anche la Siria ha problemi con il terrorismo.
Ma in realtà il paese non corre questa minaccia, perché il regime controlla il
paese con il pugno di ferro e con le molte agenzie di intelligence”.

Jond al Sham. Spesso dunque le azioni attribuite a Jund al Sham sono comesse da criminali
comuni, altre volte la minaccia terrorista è stata paventata per coprire l’arresto
di volontari, siriani e non, diretti in Iraq per combattere le forze della coalizione,
solo raramente si è trattato di esponenti dell’opposizione islamica in Siria.
Sottoposto alla crescente pressione da parte degli Stati Uniti, che considerano
la Siria di Assad uno stato canaglia, il regime tenta di mostrarsi attivo nel
delicato compito di fermare l’infiltrazione di militanti islamici in Iraq. Dall’inizio
di agosto, il livello dello scontro tra le autorità e i ribelli islamici è andato
crescendo: cinque militanti di Jond al Sham sono stati uccisi a Hama il 4 settembre
e altri due il 9 a Riqa, un sobborgo di Damasco. Il nove settembre poi, un’operazione
di polizia ha portato all’uccisione di sospetto militante di Jond al Sham e all’arresto
di altri due che si erano nascosti in una scuola, chiusa per le vacanze estive,
nella provicia di Hasaka, nel nordest del Paese. La novità di quest’ultimo episodio
riguarda il fatto che la regione di Hasaka, una lingua di terra infilata tra la
Turchia e l’Iraq, è una zona popolata in grande maggioranza da curdi: l’altra
faccia dell’opposizione al regime.
Su due fronti. Tra partiti politici curdi e organizzazioni islamiche non ci sono mai stati
accordi di resistenza, ma l’ipotesi è sempre stata al centro delle preoccupazioni
del presidente Hafez Assad, che, in tutto il trentennio passato alla guida del
paese, ha manovrato per impedire che i curdi reclamassero i propri diritti civili
ed entrassero in contatto con i movimenti islamici. I curdi in Siria sono la minoranza
non araba più consistente, circa due milioni di persone, gran parte delle quali
sono discriminate sia economicamente che culturalmente. Centomila di loro, oltretutto,
per le autorità siriane non esistono. Sono privi di documenti e di ogni diritto
civile: li chiamano gli stranieri di Hasaka. Il presidente Bashar al Assad, succeduto
al padre Hafez nel 2000, ha annunciato diverse volte di volersi occupare dei diritti
della minoranza curda, ma fino ad ora nulla è cambiato. Anche sul fronte politico
la promessa di aprire la vita politica siriana al multi-partitismo è stata accompagnata
dalla precisazione: “ad esclusione dei partiti politici a base religiosa o etnica.”
Una clausola che restringe di molto gli orizzonti delle opposizioni, sia per i
gruppi islamici che per le formazioni politiche curde, che, non essendo riconosciute
dal Fronte Nazionale Progressista, possono rappresentare le esigenze e le opinioni
dei curdi siriani, solo operando in clandestinità.
A conferma del pugno di ferro delle autorità siriane contro i dissidenti e gli
attivisti politici bisogna notare che persino un organismo ufficiale come il comitato
per i diritti umani in Siria (Shrc), non ha potuto esimersi dal condannare “L’atteggiamento
delle autorità siriane nell’arrestare civili e sottoporli a lunghi periodi di
detenzione senza accuse né processi”. “Questo dimostra –si legge in un loro comunicato
pubblicato a inizio settembre- che lo scopo è quello di arrestare e torturare
cittadini siriani a causa della loro fede o delle loro opinioni.” Il comitato
sottolinea anche come sia una violazione il fatto che i dissidenti politici siano
portati di fronte a corti speciali, come quelle militari o la Supreme State Security
Court (Sssc). “Queste corti sono per casi eccezionali, sono illegali e ingiuste,
le accuse vengono sistematicamente preparate in anticipo per mettere a tacere
le opposizioni, per prevenire e poi schiacciare ogni forma di libertà di opinione”.