15/09/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Dietro il regime, le opposizioni clandestine lottano per sopravvivere
 Dal nostro inviato
Naoki Tomasini
 
Foto: Naoki Tomasini
La storia delle opposizioni in Siria è il racconto di oltre quarant’anni di clandestinità e stragi insabbiate. Inizia nel ’63, con il colpo di stato che portò al potere il partito della rinascita, al Baath. Da allora il governo del paese è stato monopolizzato dal partito presieduto prima da Salah Jadid e, dal ’70, da Hafez al Assad- attorno a cui si è cementato un blocco stabile di formazioni politiche: il Fronte Nazionale Progressista. I primi vent’anni della Siria di Assad sono stati segnati dal pugno di ferro dell’esercito e dall’onnipresenza del Muqabarat, la polizia segreta, che hanno represso, incarcerato e ucciso ogni forma di opposizione, fino a rendere il paese un feudo di stabiliità e laicismo in Medio Oriente.
 
Foto: Naoki TomasiniL’opposizione islamica. A partire dal massacro di Hama dell’82, il movimento dei Fratelli Musulmani ha ufficialmente cessato di esistere nel paese, e ancora oggi, per la semplice appartenenza a movimenti radicali islamici è prevista la pena di morte. Ciononostante, tra le pieghe della cortina rassicurante dell’informazione di regime, la cui voce è l’agenzia stampa Sana, ancora si sente parlare di attentati esplosivi e scontri a fuoco tra polizia e ribelli legati al mondo del radicalismo islamico. Diverse volte anche nel 2005, a Damasco, a Hama, Aleppo e vicino al confine con il Libano. La maggior parte di questi episodi è stata attribuita all’azione di ribelli legati a un fantomatico gruppo islamico chiamato Jond al Sham, i combattenti siriani. Un gruppo legato ad al Qaida fondato in Afghanistan da combattenti siriani e palestinesi. La sigla è stata chiamata in causa anche in relazione agli attentati di Taba, nel Sinai, dell’ottobre 2004. In Siria però, spiega Bassel al Oudat -corrispondente per Adn Kronos a Damasco- “Il nome di Jond al Sham è una specie di fiction, è una storia usata per mostrare che anche la Siria ha problemi con il terrorismo. Ma in realtà il paese non corre questa minaccia, perché il regime controlla il paese con il pugno di ferro e con le molte agenzie di intelligence”.
  Foto: Naoki Tomasini
Jond al Sham. Spesso dunque le azioni attribuite a Jund al Sham sono comesse da criminali comuni, altre volte la minaccia terrorista è stata paventata per coprire l’arresto di volontari, siriani e non, diretti in Iraq per combattere le forze della coalizione, solo raramente si è trattato di esponenti dell’opposizione islamica in Siria. Sottoposto alla crescente pressione da parte degli Stati Uniti, che considerano la Siria di Assad uno stato canaglia, il regime tenta di mostrarsi attivo nel delicato compito di fermare l’infiltrazione di militanti islamici in Iraq. Dall’inizio di agosto, il livello dello scontro tra le autorità e i ribelli islamici è andato crescendo: cinque militanti di Jond al Sham sono stati uccisi a Hama il 4 settembre e altri due il 9 a Riqa, un sobborgo di Damasco. Il nove settembre poi, un’operazione di polizia ha portato all’uccisione di sospetto militante di Jond al Sham e all’arresto di altri due che si erano nascosti in una scuola, chiusa per le vacanze estive, nella provicia di Hasaka, nel nordest del Paese. La novità di quest’ultimo episodio riguarda il fatto che la regione di Hasaka, una lingua di terra infilata tra la Turchia e l’Iraq, è una zona popolata in grande maggioranza da curdi: l’altra faccia dell’opposizione al regime.
 
Foto: Naoki TomasiniSu due fronti. Tra partiti politici curdi e organizzazioni islamiche non ci sono mai stati accordi di resistenza, ma l’ipotesi è sempre stata al centro delle preoccupazioni del presidente Hafez Assad, che, in tutto il trentennio passato alla guida del paese, ha manovrato per impedire che i curdi reclamassero i propri diritti civili ed entrassero in contatto con i movimenti islamici. I curdi in Siria sono la minoranza non araba più consistente, circa due milioni di persone, gran parte delle quali sono discriminate sia economicamente che culturalmente. Centomila di loro, oltretutto, per le autorità siriane non esistono. Sono privi di documenti e di ogni diritto civile: li chiamano gli stranieri di Hasaka. Il presidente Bashar al Assad, succeduto al padre Hafez nel 2000, ha annunciato diverse volte di volersi occupare dei diritti della minoranza curda, ma fino ad ora nulla è cambiato. Anche sul fronte politico la promessa di aprire la vita politica siriana al multi-partitismo è stata accompagnata dalla precisazione: “ad esclusione dei partiti politici a base religiosa o etnica.” Una clausola che restringe di molto gli orizzonti delle opposizioni, sia per i gruppi islamici che per le formazioni politiche curde, che, non essendo riconosciute dal Fronte Nazionale Progressista, possono rappresentare le esigenze e le opinioni dei curdi siriani, solo operando in clandestinità.
A conferma del pugno di ferro delle autorità siriane contro i dissidenti e gli attivisti politici bisogna notare che persino un organismo ufficiale come il comitato per i diritti umani in Siria (Shrc), non ha potuto esimersi dal condannare “L’atteggiamento delle autorità siriane nell’arrestare civili e sottoporli a lunghi periodi di detenzione senza accuse né processi”. “Questo dimostra –si legge in un  loro comunicato pubblicato a inizio settembre- che lo scopo è quello di arrestare e torturare cittadini siriani a causa della loro fede o delle loro opinioni.” Il comitato sottolinea anche come sia una violazione il fatto che i dissidenti politici siano portati di fronte a corti speciali, come quelle militari o la Supreme State Security Court (Sssc). “Queste corti sono per casi eccezionali, sono illegali e ingiuste, le accuse vengono sistematicamente preparate in anticipo per mettere a tacere le opposizioni, per prevenire e poi schiacciare ogni forma di libertà di opinione”.
 
Categoria: Diritti, Popoli
Luogo: Siria