scritto per noi da
Matteo Colombi

Alle Nazioni Unite l’ambasciatore statunitense John Bolton, nemico giurato di
quell’istituzione, si è dato da fare per eliminare ogni riferimento alla lotta
contro la povertà e la fame nel mondo nel documento che doveva sancire una nuova
fase nella vita dell’organizzazione. Inoltre gli Usa hanno ignorato i Millennium
Development Goals, dichiarando di avere solamente firmato il Millennium Report
e non gli obiettivi individuati in tal documento, tra cui il raggiungimento del
0,7% del Pil in aiuti ai paesi in via di sviluppo.
Gli Usa danno solamente lo 0,16% del Pil, condividendo con l’Italia il fanalino
di coda tra i paesi dell’Osce. Gran parte di questi finanziamenti vanno a rimpinguare
le casse di pochi stati per motivi strategici. In cima alla lista: Israele ed
Egitto, Pakistan. Jeffrey Sachs sul Financial Times si è stupito di tanta puntigliosa
ostilità a quello che rimane comunque un tentativo di miglioramento, ma non certo
una grande innovazione, nel regime degli aiuti allo svilupp. Tony Blair stava
già cercando di rimbiancarsi l’anima con la ‘lotta alla povertà’; (ovviamente
non in Inghilterra), cercando di mobilitare più risorse, e almeno a livello retorico
porre al centro degli interessi strategici occcidentali la riduzione della povertà
estrema. In Europa è come se, nella retorica, i politici riuscissero ad individuare
i fili per soluzioni necessarie, senza poi mai sviluppare azioni concrete a riguardo:
l’Europa declama virtù e individua canovacci, da Kyoto all’assistenza allo sviluppo,
alla pace in Medio Oriente, che non intende poi seguire con atti decisi.

Infatti, se anche Bush si allineasse a Blair, buona parte di un aumento di aiuti
verrebbe convogliato tramite i soliti criteri e le solite combriccole, dando finanziamenti
in cambio di provata ‘
good governance’ che spesso significa la riduzione del taglieggio dei satrapi locali per permettere
alle multinazionali di turno di godere un po’ più ampiamente dei benefici del
libero commercio con i beni altrui. Tuttavia, nel dare di più è possibile che
qualche cosa in più potrebbe percolare fino in basso. Dico possibile, penso improbabile.
Come lo stesso Jeffrey Sachs, direttore dell’Earth Institute presso la Columbia
University, nota sul Financial Times, la finanza, e non gli scienziati, non gli
esperti di sanità, non gli agronomi, non la gente, dirigono i vari progetti di
‘sviluppo’.
Il rifiuto della povertà come problema sociale, come problema collettivo ed addirittura
come priorità anche per chi è in posizioni di comando e privilegio è inerente
alla classe al comando degli Stati Uniti (e di soppiatto è un concetto che unisce
molte elites, in Europa come nella Cina post-comunista). In questi giorni di disorientamento,
in seguito al disastro lasciato dall’uragano Katrina, con milioni di persone sfollate
o afflitte economicamente, il Congresso è ancora intenzionato a tagliare 13 miliardi
di dollari dal programma di assistenza medica per gli indigenti. Il Congresso
repubblicano, tra tagli alle tasse per i più ricchi, aumenti al bilancio delle
forze armate, una guerra dispendiosa in Iraq, ha fatto un buco nelle casse nazionali,
e sta cercando di limare il deficit attaccando i programmi d’assistenza ai poveri.
Ma 13 miliardi di dollari sono bricioline rispetto ad altre voci e al deficit,
mentre il loro taglio è in netta controtendenza rispetto ai bisogni.

Vi sono oltre quarantacinque milioni di americani senza alcuna assicurazione
sanitaria perché troppo ‘benestanti’ per poter accedere ai benefici di tale programma,
per quelli ancora più poveri, il governo federale co-finanzia Medicaid con i singoli
stati, che ne gestiscono cassa, criteri d’accesso, livelli di rimborso per le
spese mediche. Prima che l’Uragano Katrina colpisse a fondo la Gulf Coast, proprio
Haley Barbour, ex segretario nazionale dei repubblicani, ora governatore del Mississippi,
si era mobilitato per tagliare oltre sessantamila persone dal registro degli assistiti
da Medicaid nel suo stato. In molti altri stati si è gia puntato a ridurre l’assistenza
e comprimere il numero di assistiti, per recuperare su una difficile situazione
fiscale lasciata dall’implosione della bolla speculativa dei fine Novanta. Di
fronte a milioni di sfollati e a centinaia di migliaia di persone che hanno perso
gran parte dei propri beni ci vorrebe una riforma espansiva dello stato sociale.
Invece Haley Barbour, grande
fundraiser dei repubblicani a Washington, ha chiesto sì aiuto al governo federale per far
fronte ai costi di Katrina, ma non desiste nel sostenere ulteriori tagli a Medicaid
così come ai buoni mensa per le famiglie povere. E’ chiaro in quale direzione
stia andando a finire la ‘grande ricostruzione’; ed infatti Jesse Jackson, leader
delle lotte per i diritti civili ha gia` lanciato l’allarme.