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Il muro va avanti. Questa buona notizia infatti resta isolata al cospetto del tracciato del muro
che continua a essere costruito a velocità vertiginosa. Ieri lo stesso premier
israeliano Sharon ha dichiarato, mentre si recava a New York, che “costruiremo
fino a che ne avremo bisogno”, facendo riferimento al muro. Sharon è negli Stati
Uniti per partecipare all'Assemblea dell'Onu dove, secondo alcune anticipazioni,
il ministro degli Esteri palestinese Nasser al-Kidwa ha intenzione di attaccare
pubblicamente Israele rispetto alla violazione della sentenza dell'Aja. La risposta
di Sharon ai giornalisti fa presupporre che Israele ignorerà qualunque appunto,
nonostante la barriera violi anche gli accordi della Road Map (il piano di pace
presentato dall'Unione Europea, dagli Stati Uniti, dalla Russia e dalle stesse
nazioni Unite nel 2000), perché sottrae larghe parti del territorio della Cisgiordania
che spettano ai palestinesi. La scelta unilaterale di abbandonare la Striscia
di Gaza da parte del governo Sharon concede allo stesso, secondo molti osservatori,
un credito politico che verrà incassato chiedendo alla comunità internazionale
l'accettazione della situazione di fatto rispetto al muro.
Le famiglie del cancello. Questi sono i fatti che caratterizzano la politica, ma il muro travolge la quotidianità
della gente palestinese. Come accade ad Abu Dis, villaggio palestinese alle porte
di Gerusalemme. La costruzione del muro nell'area della città santa è cominciata
due anni fa. Il settore della barriera da Ramallah al Monte degli Ulivi a Gerusalemme
e quello che va da Betlemme alla parte sudorientale della città sono stati quasi
completati. Resta un'unica apertura lungo il pendio del Monte degli Ulivi: al-bawabi, la porta, come la chiamano i palestinesi. Situata nei pressi di Abu Dis, questo
passaggio era chiuso solo da una barriera provvisoria che, pur rendendo il passaggio
molto difficoltoso, era ancora praticabile.
Il vicolo del cancello. “Si stanno preparando da mesi”, racconta una volontaria del GVC (una organizzazione
non governativa italiana), “tempo fa la famiglia che, attraverso il cortile di
casa sua permetteva a chi scavalcava di raggiungere Abu Dis, ha chiuso il cancello
per preservarsi. Hanno provato a resistere, hanno fatto di tutto con l'aiuto degli
avvocati. Ma non è servito a nulla. Adesso assistono, malinconici e rassegnati,
alla confisca delle terre”. Il problema della chiusura del muro non è solo emotivo.
“Tutte le famiglie, per andare a Gerusalemme, almeno quelle che possono, adesso
faranno un giro incredibile, passando accanto alla colonia ebraica di Maale Adumim”,
racconta ancora la cooperante italiana al telefono, “anche perché ad Abu Dis non
c'è un ospedale. Questo significa che le famiglie che non possono entrare a Gerusalemme
(non avendo i documenti necessari ndr), per farsi curare, saranno costrette a raggiungere Betlemme. Praticamente un
viaggio. E neanche un viaggio facile, visto che quasi tutti i check-point in Cisgiordania
stanno diventando come il valico di Erez, quello che collega Israele alla Striscia
di Gaza: un bunker che richiede procedure molto laboriose per passare. Sempre
più la Cisgiordania sembra caratterizzata dalla separazione totale tra israeliani
e palestinesi”. Christian Elia