15/09/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Viene chiuso l'ultimo passaggio che collega palestinesi e Gerusalemme
L'Alta Corte di Giustizia israeliana ha accolto all'unanimità ieri, 14 settembre 2005, una petizione degli abitanti di alcuni villaggi palestinesi della Cisgiordania che protestavano contro il tracciato del muro costruito dallo stato d'Israele. La Corte ha stabilito così che spetta a Israele la ricostruzione, secondo un itinerario differente, della parte di muro vicina alla colonia ebraica di Alfei Menashe, in Cisgiordania. Le famiglie palestinesi coinvolte dall'esito favorevole della sentenza non si aspettavano un verdetto positivo, ma la sentenza in realtà legittima la costruzione del muro, in barba alla sentenza contraria della Corte Internazionale di Giustizia dell'Aja del 2004, chiamata a pronunciarsi sulla vicenda dalle Nazioni Unite.
 
mappa del percorso del muro e dell'apertura che adesso verrà chiusa - cliccare per ingrandireIl muro va avanti. Questa buona notizia infatti resta isolata al cospetto del tracciato del muro che continua a essere costruito a velocità vertiginosa. Ieri lo stesso premier israeliano Sharon ha dichiarato, mentre si recava a New York, che “costruiremo fino a che ne avremo bisogno”, facendo riferimento al muro. Sharon è negli Stati Uniti per partecipare all'Assemblea dell'Onu dove, secondo alcune anticipazioni, il ministro degli Esteri palestinese Nasser al-Kidwa ha intenzione di attaccare pubblicamente Israele rispetto alla violazione della sentenza dell'Aja. La risposta di Sharon ai giornalisti fa presupporre che Israele ignorerà qualunque appunto, nonostante la barriera violi anche gli accordi della Road Map (il piano di pace presentato dall'Unione Europea, dagli Stati Uniti, dalla Russia e dalle stesse nazioni Unite nel 2000), perché sottrae larghe parti del territorio della Cisgiordania che spettano ai palestinesi. La scelta unilaterale di abbandonare la Striscia di Gaza da parte del governo Sharon concede allo stesso, secondo molti osservatori, un credito politico che verrà incassato chiedendo alla comunità internazionale l'accettazione della situazione di fatto rispetto al muro.
 
un tratto del muro ad abu dis - foto di g.marinoLe famiglie del cancello. Questi sono i fatti che caratterizzano la politica, ma il muro travolge la quotidianità della gente palestinese. Come accade ad Abu Dis, villaggio palestinese alle porte di Gerusalemme. La costruzione del muro nell'area della città santa è cominciata due anni fa. Il settore della barriera da Ramallah al Monte degli Ulivi a Gerusalemme e quello che va da Betlemme alla parte sudorientale della città sono stati quasi completati. Resta un'unica apertura lungo il pendio del Monte degli Ulivi: al-bawabi, la porta, come la chiamano i palestinesi. Situata nei pressi di Abu Dis, questo passaggio era chiuso solo da una barriera provvisoria che, pur rendendo il passaggio molto difficoltoso, era ancora praticabile.
Chi fino a pochi giorni fa si fosse trovato a passare di lì, avrebbe potuto vedere intere famiglie che scavalcavano la costruzione. Donne incinte, bambini troppo piccoli, persone anziane gravate dal peso della spesa, riuscivano con tanta fatica a passare dall'altra parte. Non per il gusto di farlo, ma perché di là si trovano i parenti, il lavoro, la scuola o il piccolo orto. Tutti i palestinesi conoscevano questo passaggio che era diventato un punto di riferimento. Il 12 settembre scorso, la Corte Suprema israeliana ha dato il via libera (dopo due anni di ricorsi delle famiglie) al completamento della barriera e alla chiusura di uno dei pochi passaggi che ancora unisce i palestinesi a Gerusalemme.
 
i bulldozer in azione ad abu disIl vicolo del cancello. “Si stanno preparando da mesi”, racconta una volontaria del GVC (una organizzazione non governativa italiana), “tempo fa la famiglia che, attraverso il cortile di casa sua permetteva a chi scavalcava di raggiungere Abu Dis, ha chiuso il cancello per preservarsi. Hanno provato a resistere, hanno fatto di tutto con l'aiuto degli avvocati. Ma non è servito a nulla. Adesso assistono, malinconici e rassegnati, alla confisca delle terre”. Il problema della chiusura del muro non è solo emotivo. “Tutte le famiglie, per andare a Gerusalemme, almeno quelle che possono, adesso faranno un giro incredibile, passando accanto alla colonia ebraica di Maale Adumim”, racconta ancora la cooperante italiana al telefono, “anche perché ad Abu Dis non c'è un ospedale. Questo significa che le famiglie che non possono entrare a Gerusalemme (non avendo i documenti necessari ndr), per farsi curare, saranno costrette a raggiungere Betlemme. Praticamente un viaggio. E neanche un viaggio facile, visto che quasi tutti i check-point in Cisgiordania stanno diventando come il valico di Erez, quello che collega Israele alla Striscia di Gaza: un bunker che richiede procedure molto laboriose per passare. Sempre più la Cisgiordania sembra caratterizzata dalla separazione totale tra israeliani e palestinesi”. 

Christian Elia

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