scritto per noi da
Alessandra Massagrande
Saranda, Albania meridionale, a un passo dalla Grecia. Maksi
ha dieci anni e un padre che ha ucciso la madre dopo una vita di maltrattamenti
e percosse. Ha una sorella, ma è in Italia, in affido presso una famiglia di
Lecce. L’ha portata lì sua madre quando Maksi non era ancora nato, dopo che il
marito l’aveva ferita a un braccio con un coltello. Nonostante questi episodi,
la donna aveva deciso di fare ritorno in Albania, scelta che qualche anno più
tardi le è costata la vita: il cranio fracassato con il calcio di una pistola.
La famiglia di Maksi.
“Maksi sa tutto”, racconta suor Daniela, “è stato per sei mesi in casa con la
madre in coma prima che morisse, ora parla di lei, al presente, come se fosse
ancora viva, ma di notte piange nel sonno”.
Adesso suo padre è in carcere, ma per le leggi albanesi non
ha perso la patria potestà, quindi il bambino non può essere dato in adozione
e
non può raggiungere la sorella in Italia perché né le leggi locali né la
burocrazia italiana permettono il ricongiungimento fino a quando la sorella non
sarà maggiorenne, quindi tra non meno di quattro anni.
Suor Daniela ha deciso di costruire il suo centro per i
bambini proprio qui, in questo paese in cui è presente fin dal 1990, dove ha
vissuto la guerra civile, ha visto le ondate di profughi venire dal Kosovo, ha
attraversato la crisi economica del 1997 dovuta al crollo delle finanziarie.
“Allora eravamo in città, avevi paura a uscire per strada”, racconta la
religiosa, “chiunque aveva un fucile, il porto era presidiato da ragazzini di
tredici anni con un kalashnikov in mano, siamo stati chiusi in casa per giorni
fino a quando ha preso fuoco l’edificio di fronte a noi…ho capito che era
venuto il momento di uscire per strada altrimenti non avremmo avuto mai più il
coraggio di farlo…” Ora il suo centro si trova proprio al confine con la zona
più povera di Saranda dove la maggior parte delle case consta di quattro mura
senza acqua, luce, servizi igienici.
Una suora coraggiosa.
Suor Daniela insieme ad altre tre suore si occupa di tutto: gestisce l’asilo,
organizza corsi di formazione professionale, cucito, informatica, operatore
turistico, corsi di italiano, e a settembre partirà anche un corso per
pasticceri professionisti. Da quest’anno ha realizzato un progetto che le stava
particolarmente a cuore: trovare un locale da adibire a mensa dove potere
servire un pasto al giorno ai bambini più disagiati. “Un giorno è venuto un
giornalista - racconta - ha guardato in giro poi ha fatto qualche domanda ai
bambini: “Mangiate meglio qui o a casa vostra?” “a casa nostra?”è intervenuto
uno, “ a casa nostra ci danno una fetta di pane e olio e ci dicono vai via”.
Qui le donne sono discriminate, per loro non è come per gli
uomini. “devono sottostare prima al padre, poi al marito e, infine, al figlio
maggiore, in Albania non c’è una legge che tuteli dalle violenze subite
all’interno del proprio nucleo familiare, la maggior parte delle donne viene
picchiata dai mariti e questo avviene indipendentemente dal livello sociale e
culturale”.
“I tuoi genitori, se scoprono che hai un fidanzato ti
chiudono in casa e non esci più. Spesso è tuo padre a sceglierti un marito, è
importante sposarsi perché se non ti sposi finisci con l’essere un disonore e
un peso per la tua stessa famiglia” raccontano le ragazze. “Quando ci si sposa
il costume impone alla sposa di essere triste, è una vergogna essere contenti
il giorno del proprio matrimonio e per renderlo manifesto bisogna che la sposa
passi tutto il pranzo in piedi, vicino al tavolo, a testa bassa, senza toccare
cibo”. “E al nord è anche peggio”, rincara Suor Daniela, “il padre della sposa
consegna allo sposo una pallottola da utilizzare in caso di infedeltà della
futura moglie”.
La storia di una donna uccisa dal proprio padre con un
kalashnikov, perché era diventato di dominio pubblico che era innamorata di un
uomo diverso da quello che le era stato imposto non è che una delle tante. La
vicenda viene fatta passare come suicidio.
Suor Daniela presta la sua opera anche al villaggio di
Shandelli che si trova a pochi chilometri da Saranda, anche se, a causa delle
condizioni delle strade, il tragitto finisce con l’allungarsi.
Un Paese che cambia.
Il villaggio si trova proprio vicino all’area archeologica di Butrinto,
patrimonio dell’Unesco, dove si possono ammirare resti romani, tardo antichi e
veneziani immersi in un contesto naturalistico notevole, a riprova del fatto
che l’Albania è un paese che avrebbe tutte le carte in regola per fare del
turismo un settore di sviluppo economico. In questo senso la mentalità sta
gradualmente cambiando, ma i tempi si prospettano ancora molto lunghi.
Shandelli è un agglomerato di case, casupole, baracche,
alcune senza i vetri alle finestre, qualcuna senza il tetto. La nascita del
villaggio è piuttosto recente ed è stata determinata in parte dalle migrazioni
di kosovari al sud, in parte dagli stessi abitanti di Saranda che non
riuscivano più a sostenere il costo della vita all’interno della città. “Lì
manca il senso del tempo, pronunciare la parola domani non ha significato dove
la vita è scandita solo dal ritmo delle stagioni – racconta la suore - l’economia
è di sussistenza, non c’è un futuro e, proprio per questo, si sta diffondendo
la piaga dei suicidi tra i ragazzini:anche bambini di dodici anni”. Ci sono
tante storie da raccontare: quella di chi ha cercato di lasciarsi morire, o quella
di chi ha tentato una fuga senza successo, e quelle ancora di chi ha trovato il
coraggio di prendere una posizione di fronte a consuetudini che trovava
ingiuste finendo percosso dai “capi del villaggio”. La necessità di un centro
come quello di Suor Daniela è evidente. Come insegna la storia di Maksi.
Dopo un anno passato a Saranda a casa di una signora che si è occupata di lui
Maksi ha dovuto fare ritorno a Durazzo,dalla sua unica parente,una zia che l’ha
preso in casa ma lo lascia abbandonato a sé stesso: sporco e affamato. “Ma non
mi puoi nascondere in una valigia?”domanda qualche volta lui, e Suor Daniela
sorride: “sei troppo grande, non ci entreresti”.