14/09/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Ogni anno 500.000 bambini beninesi venduti come schiavi
Bambini beninesiIn Benin sono conosciuti come “vidomegons”, in italiano la traduzione più verosimile sarebbe quella di “piccoli schiavi”. Sono i circa 500.000 ragazzi che ogni anno finiscono a lavorare nei mercati di Cotonou o vengono spediti nei paesi vicini, specialmente in Nigeria e Gabon, a spaccar pietre nelle cave o a lavorare nelle piantagioni. Colpa di un’antica tradizione beninese, che negli ultimi anni è stata distorta a causa della grave crisi economica che il paese attraversa. E che costringe spesso i piccoli schiavi a lavorare per il diritto alla vita.
 
Questioni di tradizione. Anticamente la pratica del “vidomegon”, conosciuta anche con il termine francese “placement”, faceva sì che i figli di famiglie non abbienti venissero affidati a parenti prossimi con maggiori possibilità economiche e che, in cambio di qualche lavoretto domestico, venissero mantenuti e potessero andare a scuola. Purtroppo però negli ultimi anni il fenomeno ha preso una piega diversa, diventando un vero e proprio mercato redditizio che dà lavoro a un consistente network di commercianti di bambini. Un traffico ingrossato anche dalla crisi economica che attanaglia il paese e che fa sì che sempre più famiglie non abbiano di che sfamare i propri figli.

Il mercato di Dantokpa a CotonouMercati e cave. Ma come si sviluppa questo traffico e quali sono i suoi caratteri generali? PeaceReporter ha incontrato suor Maria Antonietta Marchese, missionaria salesiana che gestisce a Cotonou un centro di recupero per bambine “vidomegons”. “Il fenomeno è molto complesso e sfaccettato, è difficile inquadrarlo in poche parole. Alcuni di questi bambini vengono affidati direttamente a parenti e il più delle volte sono poi costretti a lavorare al mercato di Cotonou, oppure vengono reclusi in casa a sbrigare le faccende domestiche, con il consueto corollario di abusi e violenze sessuali. Soprattutto le bambine. Ma il traffico è organizzato anche su larga scala, con intermediari che ingannano le famiglie di origine e che invece di fare studiare i bambini come promesso li spediscono nelle miniere o nelle piantagioni all’estero. Tantissimi genitori non hanno la più pallida idea di dove siano finiti i loro figli”.

Recupero e prevenzione. Nonostante il fenomeno in Italia sia praticamente sconosciuto, numerosi enti internazionali tra cui Terres des Hommes, la Croce Rossa e l’Unicef si stanno impegnando per ridurre una pratica in costante aumento. PeaceReporter ha contattato telefonicamente Veronica Avati dell’Unicef per sapere qualcosa di più sui programmi di recupero.
“Per noi è importante lavorare su due livelli, quello istituzionale e quello locale: stiamo collaborando con le autorità del Benin per redigere uno specifico codice dei diritti del bambino e per migliorare la legislazione esistente. In più ora la polizia ha una Brigata di Protezione dei Minori a cui è affidato il compito di “rastrellamento”: gli agenti in borghese pattugliano per lo più il mercato di Cotonou, dove lavorano circa 40.000 bambini.” Ma anche l’opera di sensibilizzazione a livello locale è fondamentale per la buona riuscita del progetto. “Proprio per questo – prosegue la Avati – tentiamo di coinvolgere sempre la popolazione nelle nostre iniziative. Andiamo a parlare con i capi villaggio, con le famiglie, nella speranza che anche la forza dell’esempio spinga i genitori a comportarsi in maniera diversa nei confronti dei propri figli.”
Molte ragazze "vidomegons" finiscono nel giro della prostituzione
 
Buone nuove. Questa attività di recupero sta cominciando a dare i suoi frutti, anche se per suor Antonietta si tratta sempre di una goccia nel mare: “Quando recuperiamo le bambine le facciamo andare a scuola e, se sono già grandi, insegniamo loro un lavoro. Il recupero di queste bambine è fondamentale anche perché nella società africana è la donna quella che svolge la maggior parte delle attività in famiglia. E sensibilizzare le donne, o le ragazze che lo diventeranno in futuro, significa migliorare la qualità dell’educazione che verrà poi trasmessa ai bambini. Recentemente abbiamo avuto una ragazza che, dopo aver saputo che anche la sua sorellina era stata data in affidamento, ha lasciato il nostro centro per qualche giorno per andarla a recuperare, perché non voleva che facesse la sua stessa fine. Questi sono gesti straordinari, che ci danno fiducia per il nostro lavoro.”

Un problema culturale. Purtroppo però ogni attività di recupero e sensibilizzazione rischia di perdere valore se non verranno sviluppate delle politiche economiche in grado di risollevare le sorti del paese. Il Benin è un paese molto povero e la sfida maggiore è proprio quella di fornire alle famiglie i mezzi necessari perché non siano costrette a dare in affidamento i propri figli. “Proprio per questo l’Unicef si sobbarca le spese di istruzione dei bambini fornendo dei kit scolastici che permettano ai genitori almeno di sgravarsi da queste spese – sostiene la Avati -. Ma il problema non è soltanto economico, è anche culturale: ci sono molti casi di “vidomegon” anche in famiglie ricche e colte perché la tutela e i diritti dei minori non trovano spazio nella cultura tradizionale beninese.”

Primi segnali positivi. L’importante è che la lotta per ridurre il fenomeno sia recepita dalla società, e da questo punto di vista i segnali sono incoraggianti secondo suor Antonietta: “Sempre più spesso ci sono semplici cittadini che segnalano alla polizia autobus pieni di bambini diretti all’estero, e le denunce alla Brigata sono in aumento. E la stessa presenza dei poliziotti fa sì che i “padroni” dei bambini non vengano più a reclamarli o a minacciarci come un tempo, perché sanno che a livello legislativo hanno torto. E’ un lavoro non facile, anche perché la pratica di corrompere i poliziotti perché chiudano un occhio è diffusa, così come quella delle famiglie di riaffidare i bambini che fanno ritorno a casa. Penso che un’inversione di tendenza sostanziale sarà possibile solo tra 10 o 20 anni”. Come a dire che nel frattempo 10 milioni di bambini avranno il loro destino segnato.

Matteo Fagotto

creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità