13/09/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Dal Dossier Iraq al processo democratico: le ragioni della resistenza irachena.
Sei mesi prima dell’inizio dei bombardamenti in Iraq, un dossier allarmante è arrivato sul tavolo del Quirinale. È un documento che chiarisce le ragioni della partecipazione italiana alla guerra.
 
Nella premessa si prendeva atto “dell’esistenza di una elevata possibilità che entro la fine dell’anno il regime di Saddam Hussein sarebbe stato rovesciato da un’azione militare guidata dagli Usa per riportare la democrazia nel paese“ e, che fosse “probabile che l’abolizione delle sanzioni e la fine dell’embargo sarebbero state seguite dal varo di un grande programma di ricostruzione e ammodernamento dell’Iraq”, definito: “il più grande programma di assistenza e aiuto mai realizzato dopo il piano Marshall”. Altro che caccia alle armi di distruzione di massa e al fantasma di Bin Laden, altro che opera di esportazione della democrazia! Nel documento si pianificava che la ricostruzione in Iraq sarebbe stata divisa in due fasi: la prima “emergenziale” “per gli aiuti immediati alla popolazione e per accelerare l’utilizzo massimo di quella che oggi è l’unica risorsa del paese: il petrolio”. L’altra, di medio periodo, che ”sarà volta allo sviluppo economico e sociale del paese, coltivando, tra l’altro, la sua vocazione industriale”. Veniva anche indicata la spesa totale dell’operazione, che “sarà certo più elevata di quella per il Kuwait, probabilmente non meno di 300 miliardi di dollari distribuiti su 10-12 anni. Una grande occasione di lavoro”. L’affermazione che più preoccupa, perché svela apertamente tutto l’interesse italiano -ma non solo- alla questione irachena è la seguente: “si tratta di cifre elevatissime che spiegano l’interesse vivissimo con cui si segue nel mondo delle imprese (e dei relativi Governi nazionali) la possibile rivoluzione irachena”.
 
Quella all’Iraq è stata chiaramente una guerra iniziata, combattuta e vinta a tavolino senza che la controparte avesse tempo di reagire. Siamo dinnanzi alla totale affermazione del diritto del più forte, in dispregio non solo dei principi costituzionali italiani, ma anche dei principi fondamentali di diritto internazionale e di quelli sanciti nella Carta delle Nazioni Unite. È questa la pagina di storia che è stata scritta, proprio da noi occidentali. È chiaramente l’epoca dell’impero quella che Giulietto Chiesa definisce ”l’era delle guerre vigliacche in cui si può solo vincere”. Il processo, volto ad imprimere alle forze di occupazione in Iraq una sorta di “legalità onussiana”, costituisce un esempio di ingegneria istituzionale, strumentale ad un disegno più largo di egemonia imperiale che, se svelato responsabilmente e con onestà intellettuale dagli studiosi di diritto internazionale, potrebbe farvi rabbrividire. Le posizioni del Consiglio di sicurezza e l’atteggiamento della comunità internazionale davanti alla questione irachena possono essere sistematicamente illustrate attraverso l’adozione e l’emanazione di tre risoluzioni, ciascuna delle quali rappresentativa di una diversa fase della guerra: la ris.1483 del 22/05/’03, assunta poco dopo la caduta del governo Hussein, riconosce le potenze occupanti, sotto il comando unificato degli Usa, in quanto ”Autorità internazionalmente responsabile per l’Iraq”. È questa la prima risposta data dagli Stati membri dell’Onu: totale noncuranza del crimine di aggressione e dell’illegittimità dell’occupazione.
 
Quanto previsto dal documento italiano si realizza subito: abrogazione dell’embargo, modifica del programma Oil for food, e competenza dell’Autorità provvisoria ad erogare le somme di un Fondo per lo Sviluppo dell’Iraq. Qual è il reale peso giuridico di questa risoluzione? In presenza di un’occupazione radicalmente illegale, derivante da una guerra d’aggressione, nessuna risoluzione può produrre una sanatoria, anzi, diventa essa stessa del tutto illegittima. La ris.1511 del 16/10/’03, adottata all’unanimità, afferma: “la natura temporanea dei poteri esercitati dall’Autorità provvisoria”, plaude la formazione di un Governo provvisorio e il passaggio nominale di poteri a questa entità. Secondo Bush, la guerra è finita da un pezzo, dal Maggio 2003.
Ottenuta la copertura dell’Onu si è passati dall’internazionalizzazione del conflitto alla sua irakenizzazione, facendo credere che tutto stesse andando verso una situazione di normalità. Ma, inevitabilmente, la farsa continua. Si è tracciato un percorso preciso di “democratizzazione”, si è fatta credere l’apparente cessazione dell’occupazione militare e il riacquisto di una fittizia sovranità irachena. È stata anche varata una “Legge di amministrazione dello Stato dell’Iraq per il periodo di transizione (TAL)” ma, si afferma nell’ultima ordinanza (num.100) emessa da Bremer, che: “leggi, regolamenti, ordini e altre normativa dell’Autorità provvisoria resteranno i vigore salvo e fino a che abrogate o emendate da legislazione debitamente emanata e avente forza di legge”.
 
La ris.1546 dell’8/6/’04, votata anch’essa all’unanimità, esprime ”pieno appoggio al sovrano Governo ad interim dell’Iraq”. Abbiamo assistito, secondo gli occupanti, alla ricostituzione di uno Stato e di un Governo iracheni attraverso vincoli convenzionali, mentre nella realtà si è trattato della formazione di un regime collaborazionista e di un governo fantoccio. Un’autorità priva di proprie capacità vitali ed esposta all’autodistruzione qualora venisse a mancare la “forza multinazionale” che l’ha plasmata. Alcuni studiosi di diritto internazionale sostengono che l’adozione all’unanimità delle ultime due risoluzioni e le richieste irachene di permanenza della forza multinazionale sul territorio costituirebbero pregiudizievoli circostanze sananti tutte le illegittimità ed illiceità commesse, ma si dimentica innanzi tutto che le lettere sono state inviate da Allawi, uomo dei servizi segreti statunitensi e britannici, nonché mandante degli attentati alla vita di Saddam del ’92 e del ’95 (così come rivelato dal New York Times subito dopo la sua nomina a Primo Ministro voluta dagli americani) e quindi, che si tratta di richieste provenienti da un Governo non effettivamente rappresentativo. Ci si dimentica anche che il Consiglio di Sicurezza non può emettere risoluzioni ultra vires e non può sanare l’illegittimità di questi atti. Il Consiglio di Sicurezza è un organo dell’Onu, un’organizzazione priva di una personalità giuridica superiore a quelle degli Stati membri e, anzi, sottoposta al pari degli Stati stessi allo jus cogens. Per questo le risoluzioni adottate in contrasto con norme cogenti di diritto internazionale sono nulle e possono assumere soltanto il valore di un accordo informale tra gli Stati (purché non siano adottate in modo incostituzionale).
 
Cosa si poteva fare invece di appoggiare il disegno anglo-americano? A parte ritirare immediatamente le truppe e non riconoscere l’operato di questo Governo fantoccio, sicuramente far valere l’illecito in qualità di Stati membri, in riferimento ai principi sanciti nella Carta (divieto della minaccia e uso della forza nelle relazioni internazionali, rispetto della sovrana uguaglianza degli Stati, rispetto della non ingerenza negli affari interni e soprattutto dell’autodeterminazione dei popoli) e in solenni dichiarazioni dell’Assemblea Generale (Dichiarazione sulla concessione dell’indipendenza ai paesi e popoli coloniali del 1960, Dichiarazione sui principi di diritto internazionale riguardanti le relazioni pacifiche e la cooperazione tra Stati in conformità alla Carta del 1970, Dichiarazione sulla definizione dell’aggressione del 1974, Dichiarazione sull’inammissibilità dell’intervento e dell’ingerenza negli affari interni degli Stati del 1981, Dichiarazione sull’importanza della realizzazione universale del diritto dei popoli all’autodeterminazione del 1984). L’unica forza attualmente legittimata a far valere l’illecito è la Resistenza irachena, soprattutto se, oltre alla contestazione della perdurante occupazione militare che ne impedisce di fatto la stabilità, all’interno di essa si ravvisa la continuità dello Stato impedito. È infatti impossibile credere, come ha fatto notare il Senatore Andreotti nella discussione al Senato sul caso Calipari, che Saddam non possedesse un esercito: la Guardia repubblicana è senza dubbio entrata in clandestinità e quella a cui assistiamo è la continuazione della guerra. Fino a quando ci sarà la Resistenza irachena nessuna guerra sarà definitivamente vinta, neppure quella all’Iraq. 
 
Paola Luciani
Categoria: Guerra, Politica
Luogo: Iraq