A un anno dal rapporto sulle vittime della guerra, il Perù ricorda le sue 69.280 vittime
scritto per noi da

“In
un Paese abituato all’indifferenza, il rapporto della Commissione
Verità e Riconciliazione (Cvr) sta andando avanti e con successo e
questo ci consente di affrontare con speranza il futuro. Il rapporto ha
passato in rassegna i 20 anni della violenza politica e ha analizzato
l’origine ideologica del conflitto, evidenziando come i Sendero
Luminoso abbiano operato in mezzo a una società razzista,
discriminatrice, frammentata. La magistratura è intanto riuscita a
portare nelle aule di giustizia 7 dei 44 casi che avevamo presentato.
La legge delle riparazioni varata dal Parlamento è un passo avanti, ma
manca ancora i registro delle vittime”.
Con queste parole Salomon Lerner, rettore dell’Università Cattolica di
Lima ed ex-presidente della Cvr, ha celebrato il secondo anniversario
della consegna del rapporto che ha denunciato colpe e colpevoli di una
guerra civile appena finita. Un giorno importante dunque, nel quale le
cerimonie ufficiali si sono alternate a cortei di migliaia di persone,
che hanno percorso Campo di Marte, l’area verde più grande di Lima,
dov’è stata inaugurata l'
Alameda de la Memoria, un percorso nel parco che termina alla scultura in omaggio dei caduti chiamata
L’occhio che piange.
Il genocidio dimenticato. Sono
stato a Lima per due anni e ho avuto la possibilità di partecipare a
numerosi dibattiti della società civile, di ong e di organizzazioni dei
familiari e delle vittime del conflitto sull'oscuro passato di violenza
in Perù. La conclusione è sempre stata una: è aberrante come un
genocidio di 69.000 vittime non abbia ottenuto l’attenzione della
comunità internazionale che e’ rimasta in silenzio, inerte, di fronte
al secondo massacro più grave avvenuto in America Latina. Come lo si
spiega? Forse perché le vittime erano un branco di contadini ignoranti,
analfabeti, che parlavano solo quechua e che quindi non meritano
l’indignazione e la mobilitazione dell’Occidente? Le sperdute ande non
rappresentano luoghi strategici per gli interessi regionali
delle nazioni più potenti?
La ricerca della giustizia e della verità rimane una sfida
cruciale per il popolo
peruviano che non ha rimarginato la ferita, troppo grande. E ora il Perù sta cercando
la riconciliazione, i peruviani stanno cercando di rialzare la testa
supportati dalla mediazione e dalle denuncie degli organismi dei
diritti umani e della società
civile organizzata che chiede l’applicazione delle raccomandazioni
della Cvr.
Ma cosa c’è di così tanto scomodo e sovversivo in questo storico rapporto? Il
documento, che continua a guastare i sogni di molti politici ancora
oggi al governo, accusa principalmente la guerriglia maoista Sendero
Luminoso e il
movimento guerrigliero Tupac Amaru (Mrta) ma anche l’esercito
governativo, indicando le responsabilità politica degli ex presidenti,
Fernando Belaúnde (1980-1985)
e Alan García (1985- 1990) e la responsabilità penale di Alberto
Fujimori (1990-2000),
ora fuggito in Giappone.
Tre su quattro delle 69.280 vittime, tra morti accertati e desaparecidos, erano contadino e indigeni. Quanto è avvenuto in Perù supera addirittura la
tragedia Argentina (1976-1983), accaparrandosi il triste titolo del secondo
più grave massacro dell’America Latina, dopo le 200.000 vittime, in maggioranza Maya, della
repressione della guerra civile in Guatemala (1960-1996).
Le forze di sicurezza dello Stato sarebbero responsabili della sparizione
di almeno 7mila di queste persone.
La commissione ha raccolto 17mila testimonianze durante 22 mesi
di indagine e si é avvalsa della collaborazione di una squadra di investigatori.
Il
rapporto è di nove volumi.
Il principale responsabile
é appunto Sendero Luminoso con il 54 per cento delle vittime, che ha inflitto
“una violenza estrema di inusitata
crudeltà, usando anche la tortura e le sevizie come forme per castigare
e intimidire la popolazione civile che cercava di soggiogare”, enfatizza il
rapporto finale Cvr, aggiungendo che “Sendero negava il valore della vita e dei
diritti umani”. Al Movimento rivoluzionario Tupac Amaru (Mrta) la responsabilità
dell’1,5
per cento delle vittime. Il resto è attribuito all'esercito. Colpevoli, dunque,
anche i
governi democratici di Belaude e Garcia e del dittatore Fujimori perché “carenti
nel comprendere e nel gestire adeguatamente il conflitto armato”. In particolare
si ritengono colpevoli i governi di Belaunde e Garcia per aver permesso in certe
zone del conflitto, che la violazione dei diritti umani si trasformasse in pratica
sistematica delle Forze Armate.
Tante le critiche al governo Fujimori: il golpe di stato
del 1992 ha significato un “collasso dello Stato di diritto”. Allo squadrone
della morte conosciuto come grupo Colina,
vincolato all’ex capo dei servizi segreti
di Fujimori, Vladimiro Montesinos, sotto processo per decine di
imputazioni, viene dedicata una sezione speciale.Il testo segnala
crimini orribili: “assassini, scomparse,
crudeli massacri”.

Le complicitá e le lotte della Chiesa Cattolica. Anche la
Chiesa Cattolica é stata oggetto dell’analisi della Commissione della
Verità. Dito puntato contro l'arcivescovo di Ayacucho, monsignor
Luis Cipriani, attuale cardinale di Lima, la cui “difesa dei diritti
umani non é stata ferma e decisa durante la maggior parte del conflitto
armato”. Il documento segnala che l’attuale esponente latinoamericano
dell’Opus
Dei “durante la maggior parte del conflitto armato ha ostacolato il
lavoro delle
organizzazioni ecclesiali impegnate nella difesa dei diritti umani,
fino al punto di negare la violazione dei diritti umani”.
Va però detto che la Cvr riconosce anche che la Chiesa Cattolica
ha saputo in molti casi tradurre il suo rifiuto della violenza
in attività di difesa dei diritti umani
come, per esempio, quelle organizzate dalla
Commissione Episcopale per l’Azione Sociale (Ceas). In questo senso, la Cvr rende omaggio a sacerdoti, religiose, fedeli
cattolici ed evangelici
che pagarono con la propria vita la difesa dei diritti umani.
Il direttore esecutivo del Coordinamento Nazionale dei Diritti Umani (Cnddhh)
Francisco Soberon, commenta: “coloro che hanno seguito la congiuntura nazionale
fin dagli anni ’80, hanno osservato come Cipriani ha volto le spalle ai familiari
dei desaparecidos e a tutti coloro che hanno sofferto le violazioni dei diritti umani in Ayacucho".
E adesso? Ogni volta che si arriva a Lima la si trova paralizzatata dagli scioperi,
da blocchi stradali o da manifestazioni promosse magari dalla Federazione generale
dei lavoratori, dai
cocaleros, da medici o maestri.
I sondaggi indicano un misero 8 per cento di approvazione del
presidente Toledo,
che ha promosso una fantomatica crescita del 5 per cento del
Prodotto interno lordo, mentre la gente è costretta a vivere al di sotto della
soglia
della povertà.
Di qui il paradosso: quanta disuguaglianza strutturale possa generare uno
stato di diritto dove la democrazia e’ solo apparente, dove incombe la minacciosa
presenza di un sistema mafioso di fujimorista memoria.
Dopo un decennio di dittatura di Fujimori l’establishment politico
non si vergogna a riunirsi al matrimonio di sua figlia. Non solo: in
Perù vige ancora la Costituzione imposta dal dittatore che, con il
governo
Toledo, tenta di addomesticare e imbavagliare la giustizia, attaccando
i procuratori
anti-corruzione Gammara e Vargas Valdivia.
E' un paese allo sfascio, al centro di interessi strategici. E' infatti ricco
di risorse naturali, di biodiversità e di coca
(l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga ha stimato che quest'anno la produzione
illegale di coca in Perù raggiungerà i 112 milioni di dollari). Il
Plan Colombia, oggi Plan Patriota, sta regionalizzando il conflitto e le nefaste
conseguenze colpiscono anche l’Amazzonia peruana con tanto di fumigazioni. La
negoziazione del Trattato di Libero Commercio, (Tlc e Alca) tra Usa e Perù sta dimostrando come l’egemonia statunitense possa
facilmente calpestare la sovranità nazionale.
Un quadro di totale ingovernabilità, dunque, che sta accelerando il processo
di esclusione e abbandono
del 70 per cento dei peruviani. La democrazia è bloccata, tradita dalle speranze di uscire
dalla dittatura di
Fujimori, con un futuro ipotecato dalle ombre del passato.