
Sherifa ben Khalfane ben Nasser al-Yahiyaia è una donna importante in Oman. Non
per il suo nome altisonante, di cui quasi tutti fanno sfoggio da quelle parti,
ma perché è il ministro per lo Sviluppo Sociale del suo Paese dalla fine di ottobre
2004. Sherifa si aggiunge alle altre due donne ministri dell’Oman. A qualcuno
questa potrà non sembrare una grande novità, ma tre donne titolari di un dicastero
in una parte del mondo in cui solo in tre paesi l’altra metà del cielo ha diritto
di voto sono un evento, eccome.
Le donne in Oman. La nomina di Sherifa segue quelle di Rajiha ben Abdel Amir ben Ali a ministro
del Turismo del 9 giugno del 2004 e quella di Rawya ben Saoud al-Bossaidi che
nel marzo del 2004 aveva ricevuto la nomina a ministro dell’Istruzione superiore.
La piccola monarchia dell’Oman è un modello in questo senso. Nel marzo del 2003
un'altra donna, Aicha ben Khalfan ben Jamil al-Siyabi, è stata nominata Presidente
dell’Autorità dell’Artigiananto, una specie di Confindustria nostrana di uno dei
settori chiave dell’economia dell’Oman, l’artigianato appunto.
Sempre la scorsa primavera ben cinque giudici donna sono diventate procuratori
della magistratura del Paese e una laureata in ingegneria è entrata per la prima
volta nella storia nel gruppo tecnico della compagnia aerea di bandiera Oman Air.
Questo non accade per caso: l’Oman è stato il primo Paese del Golfo a concedere
il diritto di voto e il diritto all’eleggibilità alle donne, nel 1994. Poco dopo
il suo esempio è stato seguito da Qatar e Bahrain. In quest’ultimo Paese c’è una
donna che ricopre l’incarico di ministro della Sanità.
Molto positivo, ma non è tutto oro quel che luccica. Nell’ottobre del 2003 si
votava in Oman per il rinnovo del Consiglio Consultivo, eletto per la prima volta
nella storia a suffragio universale. Ben 15 le donne candidate. Elette solo due
però. Questo significa che evidentemente la società civile dell’Oman non è ancora
completamente pronta a questa svolta epocale.
La politica interna. La politica vera, quella delle decisioni importanti, resta saldamente nelle
mani del Sultano. Il sistema bicamerale che regge il Paese prevede una Camera
eletta dal popolo e una Camera nominata dal Primo Ministro che è il Capo di Stato.
In realtà le due Camere hanno un potere puramente consultivo.
Nelle mani del monarca si concentrano il potere legislativo, quello giudiziario
e quello esecutivo. Dal punto di vista dei parametri occidentali si grida allo
scandalo, ma da queste parti il sistema funziona, se il capo carismatico gode
del sostegno popolare.
Qaboos bin Said, il sultano al potere dal 1970, è un uomo così. Il monarca ha
fatto digerire a tutta la popolazione una durissima politica di privatizzazioni
nel campo delle telecomunicazioni e delle fonti energetiche. Il passaggio più
duro è stato certamente quello dell’ingresso dei capitali stranieri.
Con piccoli accorgimenti tipo quello di obbligare le imprese straniere che entrano
in possesso di aziende privatizzate di assumere come manodopera per almeno 5 anni
solo cittadini dell’Oman. Il Sultano non teme più di tanto un ridimensionamento
del suo patrimonio, visto e considerato che i proventi del greggio sono totalmente
suoi.
Il giusto mezzo. Allo stesso modo Qaboos gestisce le tensioni interne, dovute alla

difficilissima congiuntura internazionale. Se da un lato il sultanato controlla
vigorosamente l’economia del Paese, dall’altro non manca di reinvestire gli utili
del petrolio in infrastrutture che da un lato attirano capitali stranieri e dall’altro
appagano la popolazione locale. Stesso criterio utilizzato con le eventuali tensioni
di natura religiosa.
La maggioranza della popolazione dell’Oman è musulmana di confessione Ibadhi,
che professa una visione tollerante dell’Islam. Persiste comunque una forte minoranza
sunnita, molto più legata a una visione rigida dei precetti coranici. Il Sultano
riesce a far convivere i due aspetti. Da un lato mantiene le tradizioni, dall’altro
riesce a far passare riforme che in altri paesi della zona sono impensabili.
Un Sultano vero insomma, un uomo capace di non farsi mancare nulla, di controllare
il suo regno con fermezza, ma che allo stesso tempo ha fatto dell’apertura alla
modernità un punto d’onore del suo regno. Sherifa, Rawya e Aicha ringraziano.
Di aver avuto la possibilità di dimostrare ai loro connazionali quanto può valere
una donna.