10/09/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Pakistan: prosegue senza sosta e senza pietà il rimpatrio forzato dei profughi afgani
Preparativi per la partenza Bambini che muoiono per il caldo. Anziani che si sentono male. Donne che piangono. Uomini che protestano.
In Pakistan continua senza sosta, e senza pietà, la deportazione di decine di migliaia di profughi afgani dalle Aree Tribali.
Il governo di Islamabad ha ordinato - ufficialmente per motivi di sicurezza - la chiusura dei campi profughi e il rimpatrio forzato entro il 15 settembre di oltre 150 mila profughi afgani. Una decisione appoggiata dall’Unhcr (l’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite) ma duramente criticata da molti. Soprattutto dal governo afgano, che sa bene quale sarà il triste destino di questa gente.
 
In fila sotto il sole per i documentiAncora cinque giorni. Dei tre milioni di profughi afgani ancora presenti in Pakistan (due milioni e mezzo sono tornati in patria dopo il 2001), 150 mila - 200 mila secondo Kabul - sono stanziati nei campi profughi del Waziristan e delle altre Aree Tribali confinanti con l’Afghanistan. Questa regione montuosa, considerata retrovia delle guerriglia talebana afgana e roccaforte degli integralisti di al Qaeda, ormai da un anno è teatro di una guerra non dichiarata tra 90 mila soldati pachistani - appoggiati dalle forze speciali Usa - e militanti estremisti locali.
Proprio con il pretesto di mettere al riparo i rifugiati dagli scontri armati, il 12 agosto il governo pachistano ha ordinato la chiusura e lo sgombero dei campi della zona entro il 31 agosto, spostando poi il termine al 15 settembre.
Fino ad ora quasi 50 mila afgani sono stati costretti a partire. Almeno altri 100 mila dovranno farlo, in teoria, entro i prossimi cinque giorni. Con le buone o con le cattive.
 
Un bambino profugo afganoMolti bambini sono morti. Ore e ore di attesa sotto il sole, in coda davanti agli uffici dell’Unhcr per ottenere i documenti di identità (tra cui la scansione della retina di ogni profugo) hanno causato la morte di molti bambini, suscitando lo sdegno e le proteste del governo di Kabul.
La disperazione dei rifugiati è anche degenerata in proteste e incidenti, come l’assalto di mercoledì all’ufficio di registrazione dell’Unhcr a Peshawar.
Per costringere i profughi ad andarsene, la polizia pachistana ha iniziato ad arrestare tutti quelli sprovvisti di documenti. “Da quando abbiamo saputo dell’ordine di partire – ha raccontato Abdul Mannan a Irin News – le autorità hanno cominciato a trattarci duramente, arrestando i rifugiati senza documenti di identità. Ci costringono così, con la paura, a lasciare i campi senza nessuna alternativa se non quella di tornate in Afghanistan, dove non abbiamo una casa, dove non c'è niente per noi”.
“Negli ultimi tempi non potevamo nemmeno più andare al mercato perché sennò la polizia ci arrestava”, dice un altro profugo a un giornalista della televisione pachistana. “Nessuno più ci dava lavoro. Semplicemente, non ci vogliono più”.
 
Camion in partenza“Io non voglio partire!”. Ma è tra le colonne di coloratissimi camion stracarichi di masserizie e persone, in attesa di partire verso l’Afghanistan, che si coglie tutta la disperazione di questa gente, costretta a lasciare quel poco che aveva e a ricominciare tutto da zero in un Paese che non è pronto ad accoglierli.
“Ormai vivo qui da vent’anni, vendendo tappeti. Cosa farò in Afghanistan? Non voglio andarmene! Come farò a mantenere mia moglie e come faranno i miei figli sposati?”, dice alla Ria Novosti Khudaiberdy, un profugo afgano turkmeno originario di Sheberghan.
“Io non parto!”, dichiara deciso alla stessa agenzia russa un profugo di 25 anni che non vuole dire il suo nome. “I miei amici che sono andati in Afghanistan se ne sono tornati qui perché là non c’era niente”.
I clacson dei camion e l’accensione dei motori segnalano che è arrivato il momento di partire. Tra le telecamere dei giornalisti e i flash dei fotografi la variopinta ma triste colonna di autocarri si mette lentamente in moto. Un uomo seduto sulla motrice del primo camion scoppia a piangere e si nasconde il volto tra le mani. A terra, tra chi ancora non è partito, si alza la voce rabbiosa del ragazzo di 25 anni: “Io non voglio partire!”
 

Enrico Piovesana

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