Pakistan: prosegue senza sosta e senza pietà il rimpatrio forzato dei profughi afgani

Bambini che muoiono per il caldo. Anziani
che si sentono male. Donne che piangono. Uomini che protestano.
In Pakistan
continua senza sosta, e senza pietà, la deportazione di decine di migliaia di
profughi afgani dalle Aree Tribali.
Il governo di Islamabad ha ordinato -
ufficialmente per motivi di sicurezza - la chiusura dei campi profughi e il
rimpatrio forzato entro il 15 settembre di oltre 150 mila profughi afgani.
Una decisione appoggiata dall’Unhcr (l’Alto Commissariato per i Rifugiati delle
Nazioni Unite) ma duramente criticata da molti. Soprattutto dal governo afgano,
che sa bene quale sarà il triste destino di questa gente.
Ancora
cinque giorni. Dei tre milioni di profughi afgani ancora presenti in
Pakistan (due milioni e mezzo sono tornati in patria dopo il 2001), 150 mila -
200
mila secondo Kabul - sono stanziati nei campi profughi del Waziristan e delle
altre Aree Tribali confinanti con l’Afghanistan. Questa regione montuosa,
considerata retrovia delle guerriglia talebana afgana e roccaforte degli
integralisti di al Qaeda, ormai da un anno è teatro di una guerra non
dichiarata tra 90 mila soldati pachistani - appoggiati dalle forze speciali Usa
- e
militanti estremisti locali.
Proprio con il pretesto di mettere al
riparo i rifugiati dagli scontri armati, il 12 agosto il governo pachistano ha
ordinato
la chiusura e lo sgombero dei campi della zona entro il 31 agosto, spostando
poi il termine al 15 settembre.
Fino ad ora quasi 50 mila afgani sono
stati costretti a partire. Almeno altri 100 mila dovranno farlo, in teoria,
entro i prossimi cinque giorni. Con le buone o con le cattive.
Molti
bambini sono morti. Ore e ore di attesa sotto il sole, in coda davanti agli
uffici dell’Unhcr per ottenere i documenti di identità (tra cui la scansione
della retina di ogni profugo) hanno causato la morte di molti bambini,
suscitando lo sdegno e le proteste del governo di Kabul.
La disperazione dei rifugiati è anche
degenerata in proteste e incidenti, come l’assalto di mercoledì all’ufficio di
registrazione dell’Unhcr a Peshawar.
Per costringere i profughi ad andarsene,
la polizia pachistana ha iniziato ad arrestare tutti quelli sprovvisti di
documenti. “Da quando abbiamo saputo dell’ordine di partire – ha raccontato
Abdul Mannan a Irin News – le
autorità hanno cominciato a trattarci duramente, arrestando i rifugiati senza
documenti di identità. Ci
costringono così, con la paura, a lasciare i campi senza nessuna alternativa se
non quella di tornate in Afghanistan, dove non abbiamo una casa, dove non c'è
niente per noi”.
“Negli ultimi tempi non potevamo nemmeno
più andare al mercato perché sennò la polizia ci arrestava”, dice un altro
profugo a un giornalista della televisione pachistana. “Nessuno più ci dava
lavoro. Semplicemente, non ci vogliono più”.
“Io
non voglio partire!”. Ma è tra le colonne di coloratissimi camion
stracarichi di masserizie e persone, in attesa di partire verso l’Afghanistan,
che si coglie tutta la disperazione di questa gente, costretta a lasciare quel
poco che aveva e a ricominciare tutto da zero in un Paese che non è pronto ad
accoglierli.
“Ormai vivo qui da vent’anni, vendendo
tappeti. Cosa farò in Afghanistan? Non voglio andarmene! Come farò a mantenere
mia moglie e come faranno i miei figli sposati?”, dice alla Ria Novosti Khudaiberdy, un profugo afgano
turkmeno originario di Sheberghan.
“Io non parto!”, dichiara deciso alla stessa agenzia
russa un profugo di 25 anni che non vuole dire il suo nome. “I miei amici che
sono andati in Afghanistan se ne sono tornati qui perché là non c’era niente”.
I clacson dei camion e l’accensione dei
motori segnalano che è arrivato il momento di partire. Tra le telecamere dei
giornalisti e i flash dei fotografi la variopinta ma triste colonna di autocarri
si mette lentamente in moto. Un uomo seduto sulla motrice del primo camion
scoppia a piangere e si nasconde il volto tra le mani. A terra, tra chi ancora
non è partito, si alza la voce rabbiosa del ragazzo di 25 anni: “Io non voglio
partire!”