Un generale e un frate arrestati con l'accusa di avere partecipato al genocidio del 1994
scritto per noi da
Gianluca Ursini
Nell’arco di poche ore, la polizia ruandese ha messo sotto arresto due figure
istituzionali di grande influenza, ambedue con l’accusa di aver partecipato attivamente
al genocidio del 1994; in tre mesi nel Paese le milizie Hutu uccisero circa 800mila
tutsi o hutu contrari al genocidio, secondo le stime delle Nazioni Unite. Questi
due uomini indossano divise molto diverse e sono accusati di aver partecipato
a livelli altrettanto distinti ai massacri.
Divisa verde. Il generale Laurent Munyakazi si trova da lunedì agli arresti in Rugenge, un
circoscrizione della capitale Kigali. E’ il primo ufficiale di alto livello ad
essere detenuto per i fatti del 1994, e sarà giudicato da un tribunale militare.
Secondo quanto riferito da una fonte militare, “le prove a suo carico sarebbero
schiaccianti”.
Il militare è anche il primo sospettato il cui arresto viene chiesto da un
Gacaca, uno dei 12mila tribunali popolari funzionanti nel Paese dal 2001 per supplire
alla mole di lavoro insostenibile dalle corti istituzionali. Secondo quanto riferito
alle agenzie di stampa da componenti del
Gacaca che stava istruendo il processo nei suoi confronti, Munyakazi avrebbe tentato
di “nascondere alcune prove” e “intimidire alcuni testimoni”.
Tonaca bianca. Il missionario belga Guy Theunis è stato arrestato mercoledì all’aeroporto,
di passaggio tra la Repubblica Democratica del Congo e un volo per l’Europa. Il
procuratore Emmanuel Rukangira ha dichiarato alla tv inglese' Bbc' che il religioso,
che era stato in Rwanda dal 1970 al 1994, è accusato di aver partecipato al genocidio
per aver diffuso materiale razzista pubblicato dalla rivista hutu estremista ‘
Kangura’ (“Svegliatevi” in lingua Kiryarwanda) sulla testata cattolica ‘
Dialogue’ da lui fondata e diretta dal 1989 fino al genocidio. Il ministro degli Esteri
belga Karel De Gucht si è dichiarato “esterrefatto” ed ha fatto sapere di voler
avere ulteriori chiarimenti dal Governo di Kigali.
La ‘
Società dei Missionari africani’ di cui Theunis è membro, ha riferito a
PeaceReporter che l’intervento dell’ambasciata belga ha assicurato un difensore d’ufficio
al religioso; “dei nostri fratelli hanno potuto vedere padre Theunis, portargli
del cibo, sappiamo che non è recluso con altre persone e che viene trattato bene”,
ha riferito al nostro giornale uno dei Padri Bianchi che hanno fondato 312 comunità
cattoliche in 42 Paesi del mondo. Ai frati “non risultano” però le formalizzazioni
di nessuna accusa in particolare, men che meno quella di genocidio.
Scuola di giornalismo. Bisognerà adesso capire se vi sia stata collaborazione tra padre Theunis e la
rivista animata dal musulmano Hassan Ngeze. Ngeze è stato il primo giornalista
ad essere giudicato per genocidio, insieme con il fondatore della ‘
Radio Libre des Milles Collines’ Ferdinand Nahimana dal Tribunale penale Internazionale per il Rwanda, creato
dall’Onu per giudicare i colpevoli dei massacri del 1994 ad Arusha in Tanzania.
Sono stati condannati all’ergastolo il 3 dicembre 2003. “Speriamo questa sentenza
serva da esempio ai tanti giornalisti che in Africa e altrove seminano odio con
la loro opera”, ha commentato il segretario di “
Réporters sans Frontiéres”, Robert Ménard.
Il popolare speaker della Radio Georges Ruggiu, belga, venne condannato a 12
anni di carcere, per aver incitato all’odio razziale. Nei giorni del massacro,
la ‘Radio delle Mille colline’ incitava i “fratelli Hutu” a “sterminare gli "scarafaggi"
(i Tutsi secondo una definizione coniata dalla radio). “Le fosse sono ancora mezze
vuote. Avanti, fratelli Hutu, cosa aspettare a riempirle?”, è stato uno dei macabri
incitamenti uditi in quei giorni.
Ngeze è invece conosciuto per aver pubblicato, nei mesi precedenti il massacro,
un manifesto sui ‘Dieci comandamenti per gli Hutu’. Tra i consigli che ci limitiamo
a cogliere nella lista, c’è quello alle “donne Hutu a non concedersi al nemico”,
ai “bravi Hutu a non fare affari con i businessman Tutsi”, a “non collaborare
coi nemici”, per non citare i più cruenti. L’ambasciata belga a Kigali e l’ufficio
della Procura della capitale non hanno voluto rilasciare commenti sui tempi ragionevolmente
attendibili per l’inchiesta.
Testimoni silenziosi. L’arresto di Padre Theunis costringe a riconsiderare un capitolo doloroso nella
storia recente della Chiesa cattolica. Secondo quanto riportato dal giornale sudafricano
“Mail and Guardian” diverse vittime del genocidio hanno testimoniato l’impotenza
della Chiesa Cattolica di fronte al massacro. L’arcivescovo ruandese Nsengiyuma
era stato membro del Governo fino a quando nel 1990 dal Vaticano gli venne proibita
questa commistione di affari civili e religiosi. Ma i legami di alti esponenti
del clero con i genocidi Hutu non si sono interrotti.
L’arcivescovo assistette allo scatenarsi della furia razziale da un rifugio in
cui si erano nascosti anche alti ufficiali dell’esercito e ministri. Negli ultimi
giorni del genocidio, ha visto portare via dalle milizie
‘interhamwe’ 16 persone, tra cui una suora, sette frati e quattro preti, poi trucidati a
colpi di martello. E’ stato ucciso insieme con 13 preti nel giugno 1994 dai ribelli
Tutsi che avevano ripreso il controllo del Paese. Anche la chiesa Anglicana ha
avuto un ruolo compromettente nel genocidio a causa del suo arcivescovo Augustin
Nshamihigo, fattosi notare per il suo silenzio tombale durante le prime cinque
settimane di eccidio.
Dopo oltre un mese di massacri le Chiese protestante e cattolica si erano decise
a deliberare un documento comune che condannava ogni assassinio, da qualunque
parte commesso. Il rappresentante della Chiesa anglicana si è rifiutato di firmarlo,
perché avrebbe messo sullo stesso piano lo sterminio organizzato con la guerriglia
dei miliziani Tutsi.
Pastori di anime. Parecchi membri della chiesa Cattolica implicati nei massacri hanno in seguito
trovato nuova accoglienza in diverse parrocchie fuori dal Rwanda, e si sono rifugiati
al sicuro dalle inchieste dei magistrati che stanno indagando sui crimini del
genocidio, nel Paese o alla corte Internazionale in Tanzania. Padre Hormisdas
Nsengimana è stato accusato da alcuni testimoni dei tribunali popolari di essere
stato “uno degli assassini più cruenti” della sua parrocchia, a Nyanza. Secondo
quanto riportato dalla stampa africana, adesso avrebbe un nuovo incarico in Camerun.
Le uniche condanne sono finora arrivate nel giugno 2001 in Belgio, dove suor
Gertrude, Consolata Mukangango, e suor Maria Kisito, al secolo Julienne Mukabutena,
sono state accusate di collusione con i miliziani hutu che hanno appiccato fuoco
alla chiesa del loro convento dove i tutsi della zona avevano cercato rifugio.
Nel rogo del convento benedettino di Sovu, a sei chilometri dalla città di Butare,
il 6 maggio sono bruciate vive, secondo l’accusa belga, oltre settemila persone.
Secondo quanto riportato dalla tv inglese ‘Bbc’, nel Paese si stanno registrando
conversioni all’Islam in costante aumento, motivate di frequente dall’”abbandono
della Chiesa Cattolica” nei confronti dei fedeli perseguitati nei pogrom razziali.