scritto per noi da
Matteo Colombi

Le acque che hanno invaso New Orleans incominciano a recedere, ma in questa settimana
e mezzo hanno messo a nudo una realtà spesso taciuta. La nazione americana non
esiste. Non ci si riconosce parte della stessa collettività. Il razzismo, il classismo
non chinano la testa nemmeno un minuto. Nonostante la tanta generosità privata,
lo Stato, privatizzato, subappaltato, in mano a mangioni e gentaglia che finanzia
i partiti in cambio di favori, prebende ed uffici, ha reagito tardi e male.
Le dimensioni naturali della tragedia sono immense, ma sia nella mancanza di
un piano di evacuazione che nell’abbandono dei sopravvissuti, è la tragedia umana
a colpire. Lo stato più potente del mondo non è riuscito a mobilitare i mezzi
ingenti a sua disposizione in tempo utile. Un essere umano può sopravvivere senza
cibo per alcuni giorni, ma deve bere. I primi tre-quattro giorni erano critici
per salvare gente che invece è morta, anche davanti alle telecamere. Ted Koppel
della ABC ha chiesto al Direttore della FEMA, l’agenzia che dovrebbe coordinare
le emergenze civili: “Se la stampa è in grado di raggiungere i centri di raccoglimento,
perché non ne siete capaci voi?”.

In televisione, disperati, gli abbandonati ed alcuni giornalisti, alcuni politici
hanno chiesto se lo sforzo americano in Iraq non abbia sguarnito la Guardia Nazionale
sino a renderla inefficace. Ma una volta partita l’evacuazione (in ritardo) è
stato chiaro che vi erano mezzi a disposizione, e alternative. Il problema è stato
non di mezzi, ma di organizzazione sociale. La frammentarietà del governo federale,
e statale, si è unita a negligenze che emergeranno nel tempo. Storie allucinanti
di parcheggi pieni di scuolabus vuoti e mai mobilititati. Gente ammucchiata su
ordini del governo in centri di raccolta e poi trascurata per giorni. Anche il
presidente ha dovuto invocare un’inchiesta sotto la sua direzione per deviare
le critiche: non ha potuto far finta di niente.
Sulla stampa si discute e ci si divide sul come chiamare i sopravissuti di New
Orleans: evacuees o refugees. Chiamarli evacuati sembra eliminare il dolore che hanno trascorso, chiamarli
rifugiati è percepito come un insulto, creando un’analogia con paesi assai meno
fortunati degli Stati Uniti; io credo che molta della stampa freni dinanzi a ciò
che Katrina ha reso ovvio: questo è già un paese in cui l’inciviltà, il sottosviluppo
convivono e infatti sono parte integrante dello sviluppo, del modello di civiltà
americana. L’American Way of Life è anche questa.

Mia moglie sta assistendo alcuni di questi ‘abbandonati’, qui a Chicago. Anche
l’assistenza è organizzata per subappalto, accozzando assieme organizzazioni di
beneficenza che non hanno le risorse né l’organizzazione per rimpiazzare lo Stato.
Siamo già nella seconda fase, in cui dal momento dell’abbandono siamo passati
a quello dell’improvvisare una prima accoglienza. Quello che doveva succedere
con molto anticipo sta accadendo adesso, ma è ancora un processo frammentario.
Questo è comprensibile di primo acchito, ma temo rimarrà il modus operandi. Nella
città di Chicago, così come nel resto degli Usa, in un anno normale, un’alta percentuale
dei bambini non viene vaccinata: mancano sistemi universali, e sebbene lo stato
dell’Illinois dia un sussidio, nessuno ha messo in piedi cliniche di quartiere
o sistemi di servizio per la popolazione generale. A ben pensarci, al di là del
Dipartimento che si occupa dell’immatricolazione dei veicoli e del rilascio delle
patenti di guida, e quello dell’Anagrafe, cos’altro esiste che opera nei fatti
come un servizio universale per il pubblico? Non il sussidio di disoccupazione,
non la sanità, non la scuola, non le elezioni. Come farà un sistema siffatto ad
assorbire un milione di persone se non si stabiliscono diritti sociali di cittadinanza?
Alla radio stamattina un programma che accompagna i pendolari bianchi prendeva
in giro alcuni sopravvissuti che parlavano delle violenze e del caos nello stadio
di New Orleans; “sembra la vita di James Brown” ridacchiava il conduttore. In
America il razzismo e il classismo sono brutalmente gioiosi. Giovedì scorso guardavo
su Fox News gli anchormen insultare gli abbandonati di New Orleans. Si chiedevano
perché non fossero partiti, suggerivano che in fondo era colpa loro, si soffermavano
su presunte violenze, evitavano di chiedere dove fosse lo Stato. Sulla CNN il
Sindaco di New Orleans veniva intervistato, e i suoi appelli per una risposta
adeguata, i suoi allarmi erano intralciati, si trovava invece a dover discolpare
i propri concittadini rimasti in città dall’accusa di essere un assembraggio di
facinorosi, dovendo spiegare che la mancanza di soldi, e di automezzi aveva immobilizzato
molti. Ovvero la stampa ha dibattuto se salvare o meno la vita di cittadini americani,
ha presunto di dover valutare chi fossero, come se non vi fosse un unico fondamentale
dovere e obiettivo ad alta urgenza: individuare e raggruppare i superstiti, fornire
acqua e cibo, porre in salvo.

L’enorme grumo d’odio, quel modo di guardare ai neri con gli occhi di un estraneo
che rimane l’essenza di questo Paese era nella presentazione dei video, e dei
resoconti di molti cronisti. L’ossessione della nerezza tra l’altro ancora una
volta nasconde che gli abbandonati hanno avuto in comune più la povertà che il
colore della pelle, che la povertà in America incide e uccide. Nel caos di New
Orleans si è cercato il negro in rivolta, il negro esoso, il negro stupido, il
negro puzzolente e fastidioso. Questo è quello che molti vedono in quelle immagini
strazianti. In una città al collasso lo Stato della Louisiana, e il governo federale,
facevano proclami a difesa della proprietà privata. La stampa parlava di gang
armate, come se la città fosse Fallujah in mano agli jihadisti. Questa è l’America:
un paese senza comuni cittadinanze, un paese di patrioti pronti a uccidere in
paesi lontani ma incapaci di solidarietà fra di loro. Ognuno abbandonato ai propri
mezzi, al denaro che ha, agli amici che ha.
A Baton Rouge, capitale della Louisiana, a 75 miglia da New Orleans, la popolazione
è cresciuta di centiania di migliaia di unità. Il New York Times del 7 settembre
riporta che nella cittadina, oltre a molti gesti di solidarietà, sono andate a
ruba le armi ed i proiettili. Da 50per cento bianco/nero, gli sfollati hanno alterato
il rapporto tra le razze. I programmi radio gracchiano con la paranoia bianca.
Un tizio ha detto al cronista: “Questa gente non si assimilerà qui. A New Orleans
convivono con il crimine, e ora li sta guardando dritti in faccia, ma qua da noi
queste cose non saranno tollerate. La gente gestirà la situazione a livello individuale,
se ce n’è bisogno. Questo è il Sud. Ce la sbrigheremo per i fatti nostri.”