Scritto per noi da
Alessandro Orrù

"Reporter sans frontières" (Rsf) ha accusato
Yahoo di fornire informazioni che hanno permesso alle autorità cinesi di imprigionare
Shi Tao, un giornalista che lavorava per un quotidiano di notizie economiche,
fornendo il suo indirizzo e-mail e permettendo così alle autorità di risalire
al suo computer. Il cane da guardia dei media ha accusato il gigante americano
dell'informatica di essere diventato un vero e proprio informatore della polizia
per favorire le sue ambizioni commerciali nel paese. Shi Tao è stato condannato
a dieci anni di prigione per aver permesso al sito web di 'Rsf' di pubblicare
una traduzione di un messaggio "interno" del Partito Comunista cinese, la comunicazione
avvertiva dei rischi che a livello sociale avrebbero comportato degli arresti
durante il quindicesimo anniversario della strage di Piazza Tienanmen.
Accadeva in giugno. Sono molti altri i "giganti" informatici che si sono conformati alle ferree
regole di Pechino per riuscire a portare i propri prodotti ai milioni di consumatori
cinesi:
Google già da tempo offre agli utenti che si collegano dalla Cina un servizio di raccolta
automatica news del tutto simile a quello già offerto altrove omettendo però proprio
quei link che il governo cinese non vuole rendere pubblici. Un portavoce del famoso
motore di ricerca ha dichiarato in tutta risposta alle accuse che questo tipo
di comportamento non solo è legittimo ma è necessario per offrire

un servizio efficiente: "Per offrire la migliore possibile esperienza di ricerca
ai nostri utenti cinesi non si devono includere i siti il cui contenuto non è
da loro accessibile". In giugno aveva suscitato molte proteste la notizia che
la
Microsoft in Cina aveva aiutato i censori nel rimuovere da un blog
Msn parole come "libertà" e "democrazia" con un programma che non permetteva agli
utenti cinesi di utilizzare quelle frasi cui può essere dato un significato politico.
A coloro che ci provano appare la scritta "questo argomento contiene parole vietate,
cancellatele per cortesia". Un portavoce della compagnia americana ha dichiarato
che "questo è il prezzo che si deve pagare per il positivo diffondersi dei forum
di discussione nel web della Cina".
Anche la
Cisco sarebbe in questi giorni al centro di grandi polemiche, ma per aver venduto
tecnologia proibita alla Repubblica Popolare Cinese. Secondo Ethan Gutmann del
"Wall Street Journal", l'Internet supercontrollata in mano al Partito Comunista
è frutto del collaborazionismo di Cisco.
Il sistema attualmente in uso, che tiene sotto stretta osservazione gli oltre
100 milioni di utenti cinesi, sarebbe stato venduto dalla compagnia statunitense
ch

e avrebbe costruito un database di stato, aggiornato in tempo reale ed esteso
fino ai cellulari d'ultima generazione, che permette alle autorità di censurare
arbitrariamente tutte le forme di comunicazione digitale.
Internet fatto su misura. Nell'aprile di quest'anno il provvedimento per l'archiviazione delle pubblicazioni
web in Cina è stato l'ultimo e quasi definitivo giro di vite del governo di Pechino
alla libertà in rete.
A partire da giugno gli oltre 800mila siti del web cinese sono stati schedati
perché verranno monitorati attentamente. Tutti, dai semplici blog personali fino
ai grandi portali aziendali faranno parte di questo registro e potranno pubblicare
solamente dopo aver ricevuto un apposito permesso del Ministro dell'Informazione.
Una specie di patentino che certifica la bontà dei propri intenti. Nonostante
i vertici della nomenklatura cinese abbiano più volte affermato di essere favorevoli
agli usi commerciali della comunicazione telematica, si sono sempre opposti ad
una sua crescita incontrollata.
A combattere questa vera e propria guerra sono state chiamate in campo un esercito
di moderne Guardie rosse informatiche: dispongono di uffici speciali presso le
prefetture di oltre settecento città in tutto il paese, difendono l'immagine del
Partito e mantengono sotto controllo proprio i gangli vitali dell'informazione
sovversiva come chat, forum e gruppi di discussione.

Si tratta solamente di un ulteriore passo avanti verso la realizzazione di quella
che potremmo definire la ricetta del governo di Pechino per l'internet cinese:
un sistema completamente depurato da violenza e pornografia, ma altamente restrittivo
per i singoli individui. A mantenere "al sicuro" l'utenza cinese il blocco di
firewall statali, la cosidetta "muraglia cinese", definito da alcuni studiosi di Harvard
come il più imponente e sofisticato sistema tecnologico per la censura sistematica
e totale dell'informazione.