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Un altro giorno di terrore. Tra le vittime, anche se
manca la conferma ufficiale, ci sarebbe Zaid al-Samari, uno dei 36
ricercati dalle autorità saudite, il cui nome figura in una lista resa pubblica
qualche mese fa. Questa lista è stata aggiornata rispetto a quella che venne
diffusa a maggio del 2003, quando quattro attentatori suicidi si fecero
esplodere in tre complessi residenziali abitati da occidentali nella capitale
Riad e provocarono la morte di 35 persone e il ferimento di altre 200. Da quel
momento è cominciata una vera e propria guerra tra gli agenti dei corpi
speciali sauditi e i militanti dei gruppi integralisti del Paese. Con le
vittime di ieri, in uno stillicidio quotidiano che continua da due anni, sono
almeno 140 le vittime tra i civili e i
poliziotti e più di 100 i miliziani assassinati. Il fatto che tutti i miliziani
indicati nella prima lista di
super-ricercati siano stati arrestati o uccisi dimostra come il governo di Riad
abbia usato la mano pesante contro il fondamentalismo nel Paese, ma il fatto
che dopo due anni si sia reso necessario stilare una nuova lista dimostra come
il problema dell'integralismo armato in Arabia Saudita non sia affatto risolto.
Sull'orlo del vulcano. “Fin dall’esordio di Osama bin Laden e di al-Qaeda, al centro delle
minacce dei comunicati del gruppo c’era l’Arabia Saudita. L’obiettivo di
rovesciare la dinastia Saud e d’imporre una repubblica islamica in Arabia
Saudita non è mai stato abbandonato, quindi non mi meraviglio dell’episodio di
Damman, che è solo l’ultimo di una lunga serie”. Mario Scialoja, responsabile
della Lega Musulmana mondiale in Italia ed ex ambasciatore italiano a Riad,
commenta così la battaglia tra i corpi speciali e i fondamentalisti dei giorni
scorsi. E proprio la capacità di reazione delle forze dell’ordine saudite rende
ottimista Scialoja sull’esito finale dello scontro in atto nella monarchia del
Golfo Persico. “Ricordo ancora le esercitazioni alle quali assistevo in qualità
di rappresentante diplomatico italiano a Riad”, racconta l’ex ambasciatore,
“delle vere e proprie dimostrazioni di forza. Inoltre, pur essendo un Paese
molto grande, l’Arabia Saudita è facilmente controllabile perché le sue grandi
città hanno strutture moderne e non offrono ripari come le cittadelle medievali
di altri paesi mediorientali. Da tempo gli apparati di sicurezza lottano in
modo encomiabile contro la rete che punta a destabilizzare il Paese, perché
ormai il terrorismo non riguarda più solo l’Occidente, ma tutti i paesi arabi
moderati. L’Arabia Saudita è una vittima del terrorismo tanto quanto la Gran
Bretagna, gli Stati Uniti e la Spagna”.
Il futuro dell’Arabia Saudita. Qualche mese fa è morto re Fahd. Da tempo il
potere era nelle mani del principe Abdallah, il reggente, fratello del defunto
monarca. Adesso il trono è ufficialmente nelle mani di Abdallah. Secondo lei,
che è una
delle persone che meglio conosce l’Arabia Saudita, questo potrebbe causare
delle scosse all’interno della famiglia reale finendo quindi per rinforzare il
terrorismo? “Assolutamente no”, risponde perentorio Scialoja, “Abdallah era
stato nominato reggente da tempo, secondo un meccanismo che è stato introdotto
dai tempi della fondazione stessa dell’Arabia Saudita. Abdallah, da quando
tiene le redini del Paese, ha colto i segnali che arrivavano dalla società
saudita e ha dato vita a una serie di aperture molto importanti. Adesso le
donne possono lavorare nei ministeri per esempio e, per la prima volta nella
storia, si sono tenute elezioni amministrative a livello locale. In futuro si
parla di possibilità di eleggere un’Assemblea Nazionale e di voto alle donne.
Il Paese ha cominciato a cambiare, anche se lentamente. Per il futuro credo che
fino a quando sono vivi i figli di Abdelaziz, il fondatore della dinastia degli
Saud, queste regole saranno rispettate. Bisognerà vedere cosa accadrà quando al
potere arriveranno i nipoti, la terza generazione. Personalmente credo però che
non accadrà nulla, perché la famiglia reale, nei momenti difficili, si è sempre
saputa compattare e ha sempre saputo scegliere per il meglio”. E questo è un
momento difficile l’Arabia Saudita, che in due anni ha visto morire per le sue
strade 240 persone.Christian Elia