07/09/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Il premier indiano sul Kashmir: "Ritirerò le truppe se i militanti islamici cesseranno le violenze"
 
Singh e Umar
Il primo ministro indiano Manmohan Singh ha annunciato che l’India ritirerà le truppe dal Kashmir indiano, se i militanti islamici cesseranno le violenze e le infiltrazioni nel territorio. Una grande promessa a una dura condizione. E’ difficile dire quale saranno gli sviluppi futuri dopo l’incontro lunedì scorso di Singh con cinque leader della All parties hurriyat conference (Aphc), l’alleanza cui appartengono tutti i gruppi separatisti kashmiri più moderati. Questi ultimi, attraverso le parole del capo della delegazione Mirwaiz Umar, hanno commentato: “Speriamo che ci sia un nuovo inizio. La questione kashmira deve essere affrontata con un approccio politico. Non possiamo proseguire con un approccio militare”. Parole che fanno ben sperare.
 
Ostacoli alla pace. I gruppi islamici estremisti, però, si oppongono. Non credono nei propositi di Singh e accusano i moderati di debolezza. Il loro leader, Syed Ali Shah Gaelani, ha dichiarato che chi partecipa ai negoziati sta cedendo sulla questione dell’auto-determinazione della popolazione kashmira. E il gruppo fondamentalista Jamiat-ul-Mujahideen ha definito i colloqui “un esercizio inutile”. Il rischio è che le violenze non si fermino, come del resto durante il summit fra Singh e l’Aphc. Nelle ultime ore almeno 13 persone hanno perso la vita in tre diversi incidenti. Nel distretto kashmiro di Doda alcuni uomini armati hanno aperto il fuoco in un edificio della polizia provocando la morte di tre persone. Nella stessa zona una ragazza di 24 anni è stata uccisa da presunti ribelli islamici. Altre nove vittime civili, poi, nella città meridionale di Shopian, dove sempre presunti guerriglieri hanno lanciato una granata contro una postazione dell’esercito indiano.
 
Soldati indianiRivendicazioni. La questione kashmira è complessa e vede coinvolti tre soggetti: India, Pakistan e ribelli islamici sostenuti da Islamabad. Di questi ultimi, alcuni chiedono l’indipendenza dall’India, altri l’annessione al Pakistan. Intanto, nonostante il cessate il fuoco proclamato nel novembre 2003, la guerra continua da sessanta anni e ha provocato finora decine di migliaia di vittime.  Il Kashmir resta una regione martoriata e divisa in due – parte indiana e pakistana – dalla cosiddetta Linea di controllo, il confine lungo il quale proseguono gli scontri.
  Cartina
I negoziati. Le vittime sono decine ogni giorno, nonostante siano state raggiunte diverse tappe verso la pace. La prima nell’aprile 2003, quando l’ex primo ministro indiano Atal Mehari Vajpayee ha offerto “una mano di amicizia” al Pakistan, dopo che le due potenze nucleari erano arrivate sull’orlo di una guerra. Nel novembre successivo i due Paesi hanno ordinato ai rispettivi eserciti di cessare i combattimenti lungo la Loc e nel 2004 si sono seduti più volte al tavolo delle trattative. In giugno hanno rinnovato il bando degli esperimenti nucleari e a settembre il presidente pachistano Pervez Musharraf e il nuovo premier Singh, eletto in maggio, si sono incontrati a New York in occasione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Un faccia a faccia che si ripeterà il 14 settembre prossimo in concomitanza della più importante riunione annuale a Palazzo di vetro. 
Un altro passo simbolico è stato compiuto nell’aprile scorso quando è stato inaugurato un servizio di autobus attraverso la Loc per collegare la capitale del Kashmir indiano, Srinagar, a quella del Kashmir pachistano Muzaffarabad: il primo che, dopo sessanta anni di conflitti, ha permesso a un centinaio di persone di rivedere i famigliari e gli amici dall’altra parte del “muro kashmiro”. Poi a novembre, un esiguo numero di soldati indiani (appena mille) ha lasciato la provincia himalayana per segnare la volontà di disimpegno di Nuova Dheli. Infine nel summit di lunedì scorso, Singh ha anche promesso di considerare la sorte di 450 prigionieri kashmiri e di impegnarsi contro ogni violazione dei diritti umani nella regione.
Resta, tuttavia, da vedere se cesseranno gli abusi commessi dai soldati indiani in nome della guerra ai terroristi (esecuzioni ed arresti sommari, stupri, retate) e che fine faranno gli almeno 500mila soldati ancora stanziati in tutti i distretti kashmiri.
 
 

Francesca Lancini

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