Il premier indiano sul Kashmir: "Ritirerò le truppe se i militanti islamici cesseranno le violenze"
Il primo ministro
indiano Manmohan Singh ha annunciato che l’India ritirerà le truppe dal Kashmir
indiano, se i militanti islamici cesseranno le violenze e le infiltrazioni nel
territorio. Una grande promessa a una dura condizione. E’ difficile dire quale
saranno
gli sviluppi futuri dopo l’incontro lunedì scorso di Singh con cinque leader
della All parties hurriyat conference (Aphc), l’alleanza cui appartengono tutti
i gruppi separatisti kashmiri più moderati. Questi ultimi, attraverso le parole
del capo della delegazione Mirwaiz Umar, hanno commentato: “Speriamo che ci
sia un nuovo inizio. La questione kashmira deve essere affrontata con un
approccio politico. Non possiamo proseguire con un approccio militare”. Parole
che fanno ben sperare.
Ostacoli alla pace. I gruppi islamici
estremisti, però, si oppongono. Non credono nei propositi di Singh e accusano
i
moderati di debolezza. Il loro leader, Syed Ali Shah Gaelani, ha dichiarato che
chi partecipa ai negoziati sta cedendo sulla questione dell’auto-determinazione
della popolazione kashmira. E il gruppo fondamentalista Jamiat-ul-Mujahideen ha
definito i colloqui “un esercizio inutile”. Il rischio è che le violenze non si
fermino, come del resto durante il summit fra Singh e l’Aphc. Nelle ultime ore
almeno
13 persone hanno perso la vita in tre diversi incidenti. Nel distretto kashmiro
di Doda alcuni uomini armati hanno aperto il fuoco in un edificio della polizia
provocando la morte di tre persone. Nella stessa zona una ragazza di 24 anni è
stata uccisa da presunti ribelli islamici. Altre nove vittime civili, poi,
nella città meridionale di Shopian, dove sempre presunti guerriglieri hanno
lanciato una granata contro una postazione dell’esercito indiano.
Rivendicazioni. La questione
kashmira è complessa e vede coinvolti tre soggetti: India, Pakistan e ribelli
islamici sostenuti da Islamabad. Di questi ultimi, alcuni chiedono
l’indipendenza dall’India, altri l’annessione al Pakistan. Intanto, nonostante
il cessate il fuoco proclamato nel novembre 2003, la guerra continua da
sessanta anni e ha provocato finora decine di migliaia di vittime. Il Kashmir resta una regione martoriata e
divisa in due – parte indiana e pakistana – dalla cosiddetta Linea di
controllo, il confine lungo il quale proseguono gli scontri.

I negoziati. Le vittime sono
decine ogni giorno, nonostante siano state raggiunte diverse tappe verso la
pace. La prima nell’aprile 2003, quando l’ex primo ministro indiano Atal Mehari
Vajpayee ha offerto “una mano di amicizia” al Pakistan, dopo che le due potenze
nucleari erano arrivate sull’orlo di una guerra. Nel novembre successivo i due
Paesi hanno ordinato ai rispettivi eserciti di cessare i combattimenti lungo la
Loc e nel 2004 si sono seduti più volte al tavolo delle trattative. In giugno
hanno rinnovato il bando degli esperimenti nucleari e a settembre il presidente
pachistano Pervez Musharraf e il nuovo premier Singh, eletto in maggio, si sono
incontrati a New York in occasione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite.
Un faccia a faccia che si ripeterà il 14 settembre prossimo in concomitanza della
più importante riunione annuale a Palazzo di vetro.
Un altro passo
simbolico è stato compiuto nell’aprile scorso quando è stato inaugurato un
servizio di autobus attraverso la Loc per collegare la capitale del Kashmir
indiano, Srinagar, a quella del Kashmir pachistano Muzaffarabad: il primo che,
dopo
sessanta anni di conflitti, ha permesso a un centinaio di persone di rivedere
i
famigliari e gli amici dall’altra parte del “muro kashmiro”. Poi a novembre, un
esiguo numero di soldati indiani (appena mille) ha lasciato la provincia
himalayana per segnare la volontà di disimpegno di Nuova Dheli. Infine nel
summit di lunedì scorso, Singh ha anche promesso di considerare la sorte di 450
prigionieri kashmiri e di impegnarsi contro ogni violazione dei diritti umani
nella regione.
Resta, tuttavia, da vedere se cesseranno gli abusi commessi dai
soldati indiani in nome della guerra ai terroristi (esecuzioni ed arresti
sommari, stupri, retate) e che fine faranno gli almeno 500mila soldati ancora
stanziati in tutti i distretti kashmiri.