06/09/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



L'uragano Katrina fa riscoprire agli Usa i problemi dei neri. Ancora tabù
La disperazione degli sfollati a New OrleansOltre a migliaia di case tra Louisiana e Mississippi, l’uragano Katrina ha scoperchiato una questione sepolta da decenni nella coscienza americana: quella razziale. Dagli anni Sessanta, dalla concessione dei diritti civili ai neri, l’argomento era diventato una specie di tabù. Non se ne parlava, il politically correct aveva fatto diventare i neri afro-americani, ma intanto in molte città americane le persone continuano ancora oggi a essere segregate in quartieri omogenei per il colore della pelle. La devastazione di New Orleans è stata una scossa: le immagini riproposte continuamente dalle televisioni hanno mostrato bambini in lacrime, vecchi con gli occhi di chi ha perso tutto, uomini che protestavano davanti alle telecamere lamentandosi dei soccorsi, gente che saccheggiava i negozi allagati. Tutti avevano una cosa in comune: erano neri. Così, l’America ha improvvisamente riscoperto quello che tutti sapevano senza dirlo, cioè che la povertà nel paese più ricco del mondo colpisce soprattutto la popolazione di colore. E a questo si sono aggiunte accuse esplicite di razzismo rivolte ai media.
 
Fuga da New Orleans allagataLa città degli afro-americani. A New Orleans, nonostante sia una dei centri più turistici degli Usa, la miseria c’era già prima di Katrina. Una città di 1,4 milioni di abitanti dove oltre due persone su tre sono nere (mentre nel Paese sono poco più di uno su dieci), e in cui – secondo il censimento del 2000 – più di un quarto dei residenti vive sotto il livello di povertà. A pagare il prezzo più elevato per l’allagamento della città sono stati proprio i più poveri, cioè i neri. Sono rimasti nelle loro case (si è calcolato che il 20 per cento non aveva accesso a una macchina) mentre i più benestanti erano scappati per tempo, sono stati soccorsi con ritardi incomprensibili, e lasciati a marcire nello stadio Superdome diventato invivibile. Tra di loro il sentimento diffuso, quelle cose senza certezze ma che piano piano passano di bocca in bocca e convincono tutti, è che se fossero stati bianchi, sarebbero stati trattati meglio.
 
Sul ritardo dei soccorsi si sono scatenate le polemicheSe fossero stati bianchi? “I neri sono infuriati – ha detto Ron Walters, un politologo dell’università del Maryland – perché sentono che il motivo della lenta risposta da parte delle autorità sia il fatto che sono neri, e che non hanno votato per Bush. E non credo che questa convinzione andrà via molto presto”. Un deputato democratico di colore, Elijah Cummings, ha in sostanza sposato anche lui questa ipotesi. “Credo ci sia una buona probabilità che il governo si sarebbe mosso prima, se le vittime fossero state bianche”, ha detto alla Cnn. E il pastore di una delle più grandi megachiese d’America frequentate dagli afro-americani, a Houston, ha posto la questione davanti ai suoi fedeli: “Com’è possibile che il nostro governo riesca a coordinare una missione di soccorso dall’altra parte del mondo e non riesca a farlo qui? – ha tuonato –. Di noi non gli importa abbastanza!”. Le accuse sono state rigettate immediatamente dal segretario di Stato Condoleezza Rice, l’afro-americana con l’incarico più prestigioso nell’amministrazione Bush.
 
Gli sfollati sono stati lasciati soli per giorniDue pesi e due misure? Ma l’altro dibattito in corso riguarda l’immagine dei neri proposta dai media e in particolar modo dalle tv. “La televisione sta creando la favola che i bianchi sono scappati, e i neri sono rimasti in città per saccheggiarla”, ha scritto un editorialista del New Jersey Record. Il problema dei saccheggi nella città allagata è controverso. Alcuni commentatori hanno descritto quelle scene con particolare enfasi: “Come animali”, ha detto un giornalista di una tv via cavo. “Avrebbe usato la stessa espressione se fossero stati bianchi?”, si è chiesto il moderatore di un talk show alla radio. E ha già fatto il giro del web la pagina di un sito di notizie con due foto simili, ma allo stesso tempo diverse: in una c’è un nero, nell’altra due bianchi. Quello che conta è la didascalia: nella prima un ragazzo cammina nell’acqua dopo aver “saccheggiato”, nella seconda i due bianchi hanno “trovato” pane e acqua in un negozio. “Se non è razzista questo, allora non so cosa lo sia”, ha detto un commentatore afro-americano alla Cnn. E il rapper Kanye West ha ribadito il concetto durante un concerto: "Odio il modo in cui ci ritraggono nei media. Se vedi una famiglia di neri, dicono che stanno saccheggiando. Vedi una famiglia di bianchi, dicono che stanno cercando cibo".
 
Rifugiati o sfollati? Sotto accusa, infine, è anche l’uso della parola “rifugiati”, appiccicata spesso agli sfollati. “E’ come se parlassero dello Sri Lanka. Sono cittadini, pagano le tasse, lavorano. Non è giusto chiamarli così”, ha detto sempre il deputato Cummings. Dello stesso parere anche il reverendo Al Sharpton, candidato alle primarie dei democratici alle ultime elezioni. “Non sono rifugiati che vagano chiedendo la carità. Sono vittime trascurate di una situazione che non avrebbe mai dovuto esserci”. Il tocco finale, che promette reazioni infuocate nei prossimi giorni, è arrivato oggi (martedì) da Barbara Bush, madre dell'attuale presidente. Visitando insieme al marito George gli sfollati a Houston, l'ex first lady ha sottolineato che il trasferimento da New Orleans allo stadio Astrodome si sta "risolvendo molto bene" per alcuni dei rifugiati considerando anche il fatto "che si tratta, ad ogni modo, di poveracci". Una gaffe, non la prima della signora Bush, che è già stata fatta notare dai media mainstream, di massa. Figuriamoci se la vede Kanye West.

Alessandro Ursic

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