14/09/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Juan Gelman, poeta argentino che ha subito la ferocia della dittatura
 
scritto per noi
da Gianluca Ursini
 
Juan Gelman , da parecchi critici indicato come maggiore poeta argentino vivente, ha una storia personale legata alle vicende della repressione politica argentina. In esilio dal 1975, un anno prima del golpe della ‘Junta’ militare, dovette lasciare il suo Paese per l’ impegno politico nella formazione della sinistra populista conosciuta come ‘montoneros’, vicina al partito Peronista; la sua famiglia ha subito la ferocia della dittatura nell’agosto 1976, quando il figlio Marcelo Ariel, ventenne, con la sua compagna Maria Claudia, 19 anni e incinta di otto mesi, sono stati rapiti dai poliziotti, torturati e poi uccisi. Alla nuora è stato sottratto il figlio dopo il parto; solo nel 2000 Gelman ha ritrovato in Uruguay tracce della nipote, affidata alla famiglia di un poliziotto di Montevideo. Il cadavere di Marcelo è stato ritrovato nel 1990, mentre nulla si sa ancora della nuora. Solo nel 1988, dopo l’intervento di personalità letterarie del calibro di Gabriel Garcìa Marquez, Alberto Moravia, Mario Vargas Llosa, Eduardo Galeano e Octavio Paz, venne revocata ogni condanna a carico del poeta, perché potesse tornare al suo Paese senza rischiare l’ arresto. Gelman, terzo figlio di una coppia di immigrati ucraini, ha deciso comunque di rimanere a vivere a Città del Messico “per amore di una donna”, come ha lui stesso spiegato, dopo che negli ani precedenti aveva peregrinato tra Roma (sei anni), Madrid, Managua (Nicaragua), Parigi e Nuova York. Lo stato argentino gli ha assegnato il ‘Premio nacional de Poesia’, massimo riconoscimento nazionale; da vari anni viene proposto per il Nobel per la letteratura. PeaceReporter lo ha Il logo della manifestazione 'Carovane'incontrato a Piacenza in occasione del suo intervento a ‘Carovane – le città invisibili”, festival di Letterature del sud del Mondo, diretta da Gianni Minà. Fumando una sigaretta dopo l’altra, il poeta ha ricostruito in concomitanza con la ‘Giornata mondiale del Desaparecido’ quegli anni argentini, con molto pudore per le sue vicende private, delle quali è difficile sentirlo parlare.
 
  I dolori che ha vissuto hanno influenzato la sua poetica?
 “E’ naturale che ogni esperienza di vita venga riflessa nella produzione di un poeta; in una maniera o nell’altra, tutto diventa parte della tua arte. Ma in particolare, non penso che il dolore sia all’origine della creatività, o della felicità.. quello che spinge un poeta a creare è l’interrogativo su cosa sia la realtà; che il dolore o la gioia, i loro ideali, possano aiutare la creazione letteraria e artistica è un idea del secolo diciannovesimo, un a eredità del positivismo, della società borghese che voleva  collegare la vita alla creazione artistica. Per me è solo l’aver vissuto che produce letteratura..”
 
 
 
Una visione Nerudiana della poesia, da chi dice “confieso que he vivido”.. Il figlio desaparecido del Poeta, Marcelo“Se vuole, anche una visione Gelmaniana della vita…”
 
 
 
La dittatura nasce come reazione armata a dei movimenti d’opposizione che negli anni ’70 progettavano la guerriglia contro lo Stato?
“La repressione non è stata una reazione all’opposizione organizzata militarmente, almeno non in Argentina: quando è stato attuato da noi il golpe militare, l’opposizione era già stata sconfitta. Anzi, i militari hanno sfruttato il golpe come pretesto per tagliare la testa all’opposizione, soprattutto al movimento operaio: il 30 percento dei ‘desaparecidos’ appartenevano ai movimenti sindacali di base, che sono stati annientati sotto la dittatura. Secondo uno studio del parlamentare Prudencio Garcìa, su 30mila vittime della Guerra solo 1800 appartenevano a movimenti guerriglieri: gran parte delle vittime sono state sindacalisti, operai, studenti, impiegati, sacerdoti, artisti.. Il massacro è stato portato avanti per realizzare un progetto economico e sociale, un embrione di quello che oggi si chiama globalizzazione. I militari hanno inteso il concetto di Forze armate in maniera diversa da come fino ad allora le aveva concepite il generale Peròn (Juan Peròn, dittatore argentino negli anni’50 e all’inizio dei ’70) che le considerava una istituzione paternalista, destinata ad accudire i cittadini; con la Junta s’è imposta la concezione Usa, secondo la quale le forze dovevano vigilare sulla popolazione per prevenire eventuali danni, soprattutto il pericolo comunista. Con Peròn la impostazione militare della società è stata un motore dello sviluppo, che ha creato una industria nazionale, in grado di rendere il Paese autonomo in caso di guerra: si è sviluppata una piccola e media impresa, che dava lavoro a 5 milioni di operai. Dopo il golpe del 24 marzo 1976 si è smantellata l’industria nazionale, s’è voluta creare dipendenza dal capitale straniero, principalmente statunitense. La dittatura voleva imporre un modello economico”.
 
 
 
Contro una dittatura, è impossibile usare l’arma del dialogo e della resistenza pacifica?
Nel nostro caso è stato impossibile: questa dittatura è stata particolarmente sanguinaria; ha ucciso a casaccio, se può avere senso dire una cosa del genere, si potrebbe affermare che ha ucciso inutilmente, senza nessun discrimine; c’è stato un grado tale di repressione, dentro la strategia generale mirata a eliminare ogni dissenso, che ha esteso a tutti i livelli della società argentina la lotta al dissenso: tutto il nostro Paese è diventato un campo di concentramento”.
 
 
 
Un poeta può trovare le parole per dare dignità e umanità al compito di recuperar salme, di ritrovare parenti ‘apropriados’ 
 “Attraverso i processi che si ricominciano celebrare contro i militari noi dobbiamo soprattutto ritrovare la Giustizia, soprattutto perchè i colpevoli di questi crimini vengano giudicati con tutte le garanzie democratiche che loro non avevano dato ai ‘desaparecidos’; e una volta stabilite le colpe, che vadano in carcere: solo allora si potrà ricostruire il Paese. Senza giustizia non è possibile la crescita civile di una nazione. L’Argentina ne è il miglior esempio: dopo 30 anni, ancora  prosegue la ricerca dei morti; se non si chiude quel capitolo, attraverso la giustizia ordinaria, il nostro Paese rimarrà fermo a quella decade”.
 
 
 
Bisogna ancora valutare il sacrificio immenso delle ‘Madri di plaza de Mayo’.
“Le ‘Madres’ a lungo sono state l’unica Nella vecchia casa di famiglia a Buenos Airesresistenza in tutto il Paese alla dittatura: la resistenza operaia fu distrutta, quella dei partiti fu inesistente; ad esempio i comunisti sostenevano che di fronte a dittatori come Videla (Jorge, primo presidente della Junta, ndr) bisognava agire con cautela, che rappresentava l’ala democratica dell’esercito, che si poteva rischiare una dittatura peggiore, che dietro l’angolo avrebbe potuto esserci un ‘Pinochetazo’. Lo stesso partito radicale, che poi ha espresso il primo presidente democratico, (Raul Alfonsìn), ha ottenuto in quegli anni diversi sindaci di Buenos Aires, carica importantissima nel Paese, quindi non possono negare quanto fossero compromessi con la dittatura. Grazie alle ‘Madres’ si è combattuta la resistenza e adesso possiamo dire che “le pagine dell’oblio non devono rimanere chiuse” . In altri Paesi invece il processo di giudizio sul passato è cominciato molto dopo, come per esempio in Uruguay dove fino all’arrivo al potere (del presidente Ramòn) Tabarè Vazquez nessuno aveva parlato di quanto successo a quel tempo: era il ‘paradiso dell’impunità’ fino a un anno fa. In Cile solo da 4 o 5 anni si è tornati a parlare di quel periodo.
Adesso però si vuole superare questa impunità: con l’annullamento delle leggi del ‘Punto Final’ e’Obediencia debida’ del 15 giugno scorso si è superato il tentativo di ottenere l’impunità per quei crimini; è stato un grande successo del Presidente Nestor Kirchner, che ha lavorato con pazienza e diplomazia a questo risultato, che rende giustizia anche ai suoi tanti amici e compagni di partito scomparsi; Kirchner ha saputo aspettare, ripulendo prima i vertici delle Forze armate, poi cambiando i giudici della Corte Suprema, fino ad arrivare a questo verdetto storico. E adesso ci sono 1200 processi che aspettano i militari”.
 
 
 
 
Categoria: Guerra, Tortura, Storia
Luogo: Argentina
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