scritto per noi
da Gianluca Ursini
Juan Gelman , da parecchi critici indicato come maggiore poeta argentino vivente,
ha una storia personale legata alle vicende della repressione politica argentina.
In esilio dal 1975, un anno prima del golpe della ‘
Junta’ militare, dovette lasciare il suo Paese per l’ impegno politico nella formazione
della sinistra populista conosciuta come ‘
montoneros’, vicina al partito Peronista; la sua famiglia ha subito

la ferocia della dittatura nell’agosto 1976, quando il figlio Marcelo Ariel,
ventenne, con la sua compagna Maria Claudia, 19 anni e incinta di otto mesi, sono
stati rapiti dai poliziotti, torturati e poi uccisi. Alla nuora è stato sottratto
il figlio dopo il parto; solo nel 2000 Gelman ha ritrovato in Uruguay tracce della
nipote, affidata alla famiglia di un poliziotto di Montevideo. Il cadavere di
Marcelo è stato ritrovato nel 1990, mentre nulla si sa ancora della nuora. Solo
nel 1988, dopo l’intervento di personalità letterarie del calibro di Gabriel Garcìa
Marquez, Alberto Moravia, Mario Vargas Llosa, Eduardo Galeano e Octavio Paz, venne
revocata ogni condanna a carico del poeta, perché potesse tornare al suo Paese
senza rischiare l’ arresto. Gelman, terzo figlio di una coppia di immigrati ucraini,
ha deciso comunque di rimanere a vivere a Città del Messico “
per amore di una donna”, come ha lui stesso spiegato, dopo che negli ani precedenti aveva peregrinato
tra Roma (sei anni), Madrid, Managua (Nicaragua), Parigi e Nuova York. Lo stato
argentino gli ha assegnato il ‘
Premio nacional de Poesia’, massimo riconoscimento nazionale; da vari anni viene proposto per il Nobel
per la letteratura.
PeaceReporter lo ha

incontrato a Piacenza in occasione del suo intervento a ‘Carovane – le città
invisibili”, festival di Letterature del sud del Mondo, diretta da Gianni Minà.
Fumando una sigaretta dopo l’altra, il poeta ha ricostruito in concomitanza con
la ‘Giornata mondiale del
Desaparecido’ quegli anni argentini, con molto pudore per le sue vicende private, delle quali
è difficile sentirlo parlare.
I dolori che ha vissuto hanno influenzato la sua poetica?
“E’ naturale che ogni esperienza di vita venga riflessa nella produzione di
un poeta; in una maniera o nell’altra, tutto diventa parte della tua arte. Ma
in particolare, non penso che il dolore sia all’origine della creatività, o della
felicità.. quello che spinge un poeta a creare è l’interrogativo su cosa sia la
realtà; che il dolore o la gioia, i loro ideali, possano aiutare la creazione
letteraria e artistica è un idea del secolo diciannovesimo, un a eredità del positivismo,
della società borghese che voleva collegare la vita alla creazione artistica.
Per me è solo l’aver vissuto che produce letteratura..”
Una visione Nerudiana della poesia, da chi dice “confieso que he vivido”..

“Se vuole, anche una visione Gelmaniana della vita…”
La dittatura nasce come reazione armata a dei movimenti d’opposizione che negli
anni ’70 progettavano la guerriglia contro lo Stato?
“La repressione non è stata una reazione all’opposizione organizzata militarmente,
almeno non in Argentina: quando è stato attuato da noi il golpe militare, l’opposizione
era già stata sconfitta. Anzi, i militari hanno sfruttato il golpe come pretesto
per tagliare la testa all’opposizione, soprattutto al movimento operaio: il 30
percento dei ‘desaparecidos’ appartenevano ai movimenti sindacali di base, che sono stati annientati sotto
la dittatura. Secondo uno studio del parlamentare Prudencio Garcìa, su 30mila
vittime della Guerra solo 1800 appartenevano a movimenti guerriglieri: gran parte
delle vittime sono state sindacalisti, operai, studenti, impiegati, sacerdoti,
artisti.. Il massacro è stato portato avanti per realizzare un progetto economico
e sociale, un embrione di quello che oggi si chiama globalizzazione. I militari
hanno inteso il concetto di Forze armate in maniera diversa da come fino ad allora
le aveva concepite il generale Peròn (Juan Peròn, dittatore argentino negli anni’50
e all’inizio dei ’70) che le considerava una istituzione paternalista, destinata
ad accudire i cittadini; con la Junta s’è imposta la concezione Usa, secondo la quale le forze dovevano vigilare sulla
popolazione per prevenire eventuali danni, soprattutto il pericolo comunista.
Con Peròn la impostazione militare della società è stata un motore dello sviluppo,
che ha creato una industria nazionale, in grado di rendere il Paese autonomo in
caso di guerra: si è sviluppata una piccola e media impresa, che dava lavoro a
5 milioni di operai. Dopo il golpe del 24 marzo 1976 si è smantellata l’industria
nazionale, s’è voluta creare dipendenza dal capitale straniero, principalmente
statunitense. La dittatura voleva imporre un modello economico”.
Contro una dittatura, è impossibile usare l’arma del dialogo e della resistenza
pacifica?
Nel nostro caso è stato impossibile: questa dittatura è stata particolarmente
sanguinaria; ha ucciso a casaccio, se può avere senso dire una cosa del genere,
si potrebbe affermare che ha ucciso inutilmente, senza nessun discrimine; c’è
stato un grado tale di repressione, dentro la strategia generale mirata a eliminare
ogni dissenso, che ha esteso a tutti i livelli della società argentina la lotta
al dissenso: tutto il nostro Paese è diventato un campo di concentramento”.
Un poeta può trovare le parole per dare dignità e umanità al compito di recuperar
salme, di ritrovare parenti ‘apropriados’
“Attraverso i processi che si ricominciano celebrare contro i militari noi dobbiamo
soprattutto ritrovare la Giustizia, soprattutto perchè i colpevoli di questi crimini
vengano giudicati con tutte le garanzie democratiche che loro non avevano dato
ai ‘desaparecidos’; e una volta stabilite le colpe, che vadano in carcere: solo allora si potrà
ricostruire il Paese. Senza giustizia non è possibile la crescita civile di una
nazione. L’Argentina ne è il miglior esempio: dopo 30 anni, ancora prosegue la
ricerca dei morti; se non si chiude quel capitolo, attraverso la giustizia ordinaria,
il nostro Paese rimarrà fermo a quella decade”.
Bisogna ancora valutare il sacrificio immenso delle ‘Madri di plaza de Mayo’.
“Le ‘
Madres’ a lungo sono state l’unica

resistenza in tutto il Paese alla dittatura: la resistenza operaia fu distrutta,
quella dei partiti fu inesistente; ad esempio i comunisti sostenevano che di fronte
a dittatori come Videla (Jorge, primo presidente della Junta, ndr) bisognava agire
con cautela, che rappresentava l’ala democratica dell’esercito, che si poteva
rischiare una dittatura peggiore, che dietro l’angolo avrebbe potuto esserci un
‘Pinochetazo’. Lo stesso partito radicale, che poi ha espresso il primo presidente democratico,
(Raul Alfonsìn), ha ottenuto in quegli anni diversi sindaci di Buenos Aires, carica
importantissima nel Paese, quindi non possono negare quanto fossero compromessi
con la dittatura. Grazie alle ‘
Madres’ si è combattuta la resistenza e adesso possiamo dire che “le pagine dell’oblio
non devono rimanere chiuse” . In altri Paesi invece il processo di giudizio sul
passato è cominciato molto dopo, come per esempio in Uruguay dove fino all’arrivo
al potere (del presidente Ramòn) Tabarè Vazquez nessuno aveva parlato di quanto
successo a quel tempo: era il ‘paradiso dell’impunità’ fino a un anno fa. In Cile
solo da 4 o 5 anni si è tornati a parlare di quel periodo.
Adesso però si vuole superare questa impunità: con l’annullamento delle leggi
del ‘Punto Final’ e’Obediencia debida’ del 15 giugno scorso si è superato il tentativo di ottenere l’impunità per quei
crimini; è stato un grande successo del Presidente Nestor Kirchner, che ha lavorato
con pazienza e diplomazia a questo risultato, che rende giustizia anche ai suoi
tanti amici e compagni di partito scomparsi; Kirchner ha saputo aspettare, ripulendo
prima i vertici delle Forze armate, poi cambiando i giudici della Corte Suprema,
fino ad arrivare a questo verdetto storico. E adesso ci sono 1200 processi che
aspettano i militari”.