Un cameraman arrestato dai soldati Usa. Iraq sempre più pericoloso per i giornalisti
Ali Omar Arbrahem al
Mashhadani è un iracheno, cameraman per l’agenzia stampa Reuters. L’8 di
agosto si trovava a Ramadi per realizzare dei servizi sulla presenza di
miliziani nella città quando, insieme al fratello, è stato arrestato da soldati
statunitensi.

Un arresto indebito. Il fratello, rilasciato dopo poco, ha raccontato che i soldati hanno
arrestato il cameraman dopo aver visto le immagini che teneva nella memoria
della macchina fotografica. Di contro, da parte dell’esercito Usa non sono
state fornite chiarificazioni sulle accuse a suo carico. Mahhadani è stato
incarcerato ad Abu Ghraib per decisione di un tribunale segreto, il Combined
Rewiew and Release Board (Crrb), un istituto composto da sei membri iracheni e
tre della coalizione. Il tenente colonnello Guy Rudisill ha riportato che: “Il
Crrb ha determinato che Mr. Mashhadani rimane una minaccia per il popolo
iracheno e ne ha raccomandato l’internamento”.
David Schlesinger, Global
Managing Editor per l’agenzia Reuters, si è detto choccato per l’arresto e ha
fatto notare ai rappresentanti dell’esercito Usa che “Quello che si trova nella
macchina fotografica di un giornalista nell’esercizio della propria attività,
non dovrebbe essere usato per muovere deduzioni sulla sua identità. E posto che
lo si è fatto, gli si sarebbe dovuto concedere il diritto di replicare e di
essere assistito nel rigettare le accuse, qualsiasi esse fossero”.
Ali Omar
Arbrahem al Mashhadani invece potrà vedere un legale solo dopo due mesi di
detenzione e la revisione del processo a suo carico non si terrà prima di sei
mesi.
Giornalisti e ribelli. Il generale Rick Lynch, interpellato sul caso, nega
che le forze armate statunitensi arrestino persone arbitrariamente: “Se stanno
facendo qualcosa che riteniamo sospetto abbiamo l’autorità per arrestarli e
detenerli”. “Questo è inaccettabile” replica Ismael Zayer, direttore
dell’Unione dei Giornalisti iracheni “L’arresto di un nostro collega per oltre
cinquanta giorni non ha risposte, non ha domande, non ha spiegazioni né motivi.
Non possiamo accettare il modo in cui le forze Usa si comportano verso i
giornalisti iracheni”.
L’esercito americano ammette dunque di non concedere ai
giornalisti iracheni uno statuto particolare. Il tenente colonnello Steven
Boylan spiega che “i terroristi e i ribelli si infiltrano nelle aree usando
tecniche simili a quelle usate dai giornalisti. Abbiamo a che fare con un
nemico che non indossa una divisa. È sempre difficile distinguere tra civili,
giornalisti e nemici”.
“Quello di cui ci sarebbe bisogno – ribatte David
Schlesinger – è una inchiesta indipendente sulle detenzioni e gli arresti di
reporter. Occorre modificare le istruzioni date ai militari e le regole di
ingaggio. Accettare la presenza dei giornalisti e considerarli come civili”.

Pericolosa escalation. Il 28 agosto Whaleed Khaled, un tecnico del suono
della Reuters, è stato ucciso dal fuoco dai soldati Usa mentre viaggiava in
auto nella zona di Hay al Adil.
Khaled è stato colpito da diversi proiettili
alla testa e al petto, mentre il cameraman che viaggiava con lui (Haider
Khadem) è stato arrestato e interrogato per due giorni prima di essere
rilasciato. Rafed Mahmoud al-Rubai, un freelance per la televisione al Irakiya,
è stato ucciso sabato 3 settembre, mentre seguiva una manifestazione
pro-Saddam.
Dall’inizio dell’invasione americana dell’Iraq i lavoratori dei
media uccisi sono stati 67. Durante la guerra in Vietnam, dal ’55 al ’75 i
caduti tra i giornalisti erano stati 63.
Riportare i fatti diventa
ogni giorno più difficile e l’Iraq sta diventando il posto più pericoloso del
mondo per i giornalisti. Oggi la presenza di reporter stranieri nel Paese è
quasi nulla, ma David Schlesinger di fronte agli ultimi eventi si pone un
dubbio ulteriore: “La mia grande preoccupazione è che i nostri ultimi due
giornalisti uccisi (Dhia Najim e Whaleed Khaled) erano iracheni. I nostri
giornalisti detenuti sono iracheni. Non sarà che l’Iraq non è più sicuro
nemmeno per i giornalisti iracheni?”.
“Per
fornire un resoconto adeguato di quanto accade – conclude Schlesinger – ho
bisogno anche dei giornalisti
un-embedded.
I reporter che viaggiano con una
unità dei marines forniscono un lato della storia, ma non posso fidarmi al 100
percento
delle loro informazioni. Ora sembra che nelle relazioni con l’esercito Usa la
politica sia quella del “se non siete embedded non possiamo fare nulla per
proteggervi”. Questo per me è un’attitudine pericolosa, perché credo che i
giornalisti debbano essere trattati secondo la Convenzione di Ginevra.