06/09/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Un cameraman arrestato dai soldati Usa. Iraq sempre più pericoloso per i giornalisti
Ali Omar Arbrahem al Mashhadani è un iracheno, cameraman per l’agenzia stampa Reuters. L’8 di agosto si trovava a Ramadi per realizzare dei servizi sulla presenza di miliziani nella città quando, insieme al fratello, è stato arrestato da soldati statunitensi.
  Ali Omar Arbrahem al Mashhadani, cameraman iracheno per la Reuters
Un arresto indebito. Il fratello, rilasciato dopo poco, ha raccontato che i soldati hanno arrestato il cameraman dopo aver visto le immagini che teneva nella memoria della macchina fotografica. Di contro, da parte dell’esercito Usa non sono state fornite chiarificazioni sulle accuse a suo carico. Mahhadani è stato incarcerato ad Abu Ghraib per decisione di un tribunale segreto, il Combined Rewiew and Release Board (Crrb), un istituto composto da sei membri iracheni e tre della coalizione. Il tenente colonnello Guy Rudisill ha riportato che: “Il Crrb ha determinato che Mr. Mashhadani rimane una minaccia per il popolo iracheno e ne ha raccomandato l’internamento”.
David Schlesinger, Global Managing Editor per l’agenzia Reuters, si è detto choccato per l’arresto e ha fatto notare ai rappresentanti dell’esercito Usa che “Quello che si trova nella macchina fotografica di un giornalista nell’esercizio della propria attività, non dovrebbe essere usato per muovere deduzioni sulla sua identità. E posto che lo si è fatto, gli si sarebbe dovuto concedere il diritto di replicare e di essere assistito nel rigettare le accuse, qualsiasi esse fossero”.
Ali Omar Arbrahem al Mashhadani invece potrà vedere un legale solo dopo due mesi di detenzione e la revisione del processo a suo carico non si terrà prima di sei mesi.
 
Arresto di un giornalistaGiornalisti e ribelli. Il generale Rick Lynch, interpellato sul caso, nega che le forze armate statunitensi arrestino persone arbitrariamente: “Se stanno facendo qualcosa che riteniamo sospetto abbiamo l’autorità per arrestarli e detenerli”. “Questo è inaccettabile” replica Ismael Zayer, direttore dell’Unione dei Giornalisti iracheni “L’arresto di un nostro collega per oltre cinquanta giorni non ha risposte, non ha domande, non ha spiegazioni né motivi. Non possiamo accettare il modo in cui le forze Usa si comportano verso i giornalisti iracheni”.
L’esercito americano ammette dunque di non concedere ai giornalisti iracheni uno statuto particolare. Il tenente colonnello Steven Boylan spiega che “i terroristi e i ribelli si infiltrano nelle aree usando tecniche simili a quelle usate dai giornalisti. Abbiamo a che fare con un nemico che non indossa una divisa. È sempre difficile distinguere tra civili, giornalisti e nemici”.
“Quello di cui ci sarebbe bisogno – ribatte David Schlesinger – è una inchiesta indipendente sulle detenzioni e gli arresti di reporter. Occorre modificare le istruzioni date ai militari e le regole di ingaggio. Accettare la presenza dei giornalisti e considerarli come civili”.
  Whaleed Khaled, tecnico del suono iracheno
Pericolosa escalation. Il 28 agosto Whaleed Khaled, un tecnico del suono della Reuters, è stato ucciso dal fuoco dai soldati Usa mentre viaggiava in auto nella zona di Hay al Adil.
Khaled è stato colpito da diversi proiettili alla testa e al petto, mentre il cameraman che viaggiava con lui (Haider Khadem) è stato arrestato e interrogato per due giorni prima di essere rilasciato. Rafed Mahmoud al-Rubai, un freelance per la televisione al Irakiya, è stato ucciso sabato 3 settembre, mentre seguiva una manifestazione pro-Saddam.
Dall’inizio dell’invasione americana dell’Iraq i lavoratori dei media uccisi sono stati 67. Durante la guerra in Vietnam, dal ’55 al ’75 i caduti tra i giornalisti erano stati 63.
Riportare i fatti diventa ogni giorno più difficile e l’Iraq sta diventando il posto più pericoloso del mondo per i giornalisti. Oggi la presenza di reporter stranieri nel Paese è quasi nulla, ma David Schlesinger di fronte agli ultimi eventi si pone un dubbio ulteriore: “La mia grande preoccupazione è che i nostri ultimi due giornalisti uccisi (Dhia Najim e Whaleed Khaled) erano iracheni. I nostri giornalisti detenuti sono iracheni. Non sarà che l’Iraq non è più sicuro nemmeno per i giornalisti iracheni?”.
“Per fornire un resoconto adeguato di quanto accade – conclude Schlesinger – ho bisogno anche dei giornalisti un-embedded.
I reporter che viaggiano con una unità dei marines forniscono un lato della storia, ma non posso fidarmi al 100 percento delle loro informazioni. Ora sembra che nelle relazioni con l’esercito Usa la politica sia quella del “se non siete embedded non possiamo fare nulla per proteggervi”. Questo per me è un’attitudine pericolosa, perché credo che i giornalisti debbano essere trattati secondo la Convenzione di Ginevra.

Naoki Tomasini

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