Scritto per noi da
Karim Metref
E’ iniziata la campagna del presidente Abdelaziz Bouteflika
per l’adozione della Carta per la Pace e la Riconciliazione Nazionale, che sarà
sottoposta a referendum popolare il 29 settembre prossimo. Ma si attiva anche
il fronte del rifiuto di quella che alcuni considerano un insulto ai 200mila
morti della tragedia algerina degli anni Novanta.
Colpo di spugna. Nelle
ultime settimane, prima ancora dell’apertura ufficiale della campagna
referendaria, il presidente algerino Abdelaziz Bouteflika
aveva cominciato a percorrere il Paese da nord a sud e da est a ovest:
Algeri,
Skikda, Setif e ora anche Bechar nell’estremo Sud. Si tratta di
convincere il
popolo ad andare in massa a votare “sì” nel referendum per la
“Riconciliazione
Nazionale”. L’obiettivo espresso è quello di riappacificare finalmente
l’Algeria
e chiudere definitivamente il sipario su più di un decennio di
orrori.
Nell’ultimo discorso pronunciato a Bechar, davanti ad una
platea di cittadini e funzionari “portati” dalle amministrazioni locali e dalle
imprese di stato come accadeva ai tempi del partito unico, il presidente si è
rimangiato alcuni concetti espressi nelle sue dichiarazioni precedenti. Rinnega
completamente l’intenzione di dichiarare una amnistia generale. Eppure, ricorda
la stampa nazionale, durante il suo discorso alla nazione il I° novembre
scorso, all’occasione del 50° anniversario dell’inizio della guerra di
liberazione dal colonialismo francese, egli aveva pronunciato le parole
“amnistia generale” ben tre volte, picchiando col pugno sul tavolo come per
infondere questo concetto nella testa del popolo. Anche se la politica di un
passo avanti uno indietro non è una novità nel percorso di Bouteflika, ci si
chiede a che cosa è dovuto questa retrocessione nelle sue posizioni?
Cambiare idea. La
mezza ritirata del presidente è dovuta, secondo tanti osservatori, alla levata
di scudi impressionante che l’annuncio del referendum ha creato in Algeria.
Bisogna riconoscere che, almeno nella campagna di opposizione contro di esso,
il progetto del referendum ha raggiunto uno dei suoi obbiettivi: conciliare
l’inconciliabile. In effetti, vasti reparti delle forze dell’ordine e le
organizzazioni per la difesa dei diritti umani, le famiglie delle vittime del
terrorismo e le varie organizzazioni delle famiglie degli scomparsi (quelli
rapiti dai servizi segreti e dall’integralismo armato) hanno gridato in coro un
“no” forte e deciso. “No all’impunità!” Dicono tutti. “No alla politica
dell’oblio.”
“Siamo convinti che per un popolo straziato
da tanto odio e tanta violenza, il sollievo deve passare attraverso la scoperta
della verità su tutti gli aspetti della crisi. È una delle condizioni perché le
vittime possano trovare nel profondo della loro coscienza la forza di
perdonare. L’èsigenza della giustizia non deve essere considerata come una sete
di vendetta, ma soltanto come un appello della società perché mai più
l’impunità proteggerà i colpevoli di crimini. È un dovere del presente che, in
futuro, la memoria collettiva proibisca per sempre delle derive di questo
genere”. Così inizia l’appello comune delle tre associazioni di famigliari di scomparsi
(SOMOUD, ANFD, SOS-DISPARUS). Dura anche la condanna arrivata delle due leghe
per i diritti-umani algerine . La LADH, seppure considerata più vicina al
governo, si oppone chiaramente al progetto. In un appello firmato dal suo
presidente l’avvocato Boudjemaâ Ghechir,
chiama a non buttare un velo opaco sulla tragedia, “sacrificando la verità e la
giustizia sull’altare dei giochi politici”.
Invita a definire le responsabilità e le colpe per i crimini “rifiutando questo
status-quo in cui tutti
sono colpevoli e tutti innocenti”. Mentre l’avvocato Ali Yahia
Abdennour, presidente della più radicale LADDH, nella conferenza stampa che ha
animato ad Algeri lo scorso 25 agosto, a dichiarato che “…c’è un calcolo
politico dettato da ragioni interne al regime. Cominciano ad esserci problemi
con i militari allora Bouteflika vuole esonerarli da tutto”.
Tutti gli uomini del
Presidente. Il messaggio è chiaro: per ottenere in momenti storicamente
difficili il sostegno totale dell’esercito, Bouteflika ha bisogno di
tranquillizzare quelli che hanno le mani macchiate di sangue sul fatto che non
avranno mai a che fare né con la giustizia algerina né con quella
internazionale.
Ma perché “Boutef” (come viene chiamato nella stampa
algerina) ha bisogno di fare sempre più concessioni a destra e a manca? Perché
deve comprarsi la lealtà anche di quelle fasce delle forze dell’ordine che
hanno commesso gravi violazioni dei diritti umani, probabilmente anche buona
parte delle stragi che hanno marcato la metà degli anni Novanta? Perché deve
comprarsi la fiducia degli islamisti “moderati”? perché deve sempre dimostrare
attraverso referendum e plebisciti vari che è lui ad essere al commando del
paese e non un altro?
Eppure, se si considera la questione da lontano, il
Presidente sembra più forte che mai. Ha stravinto le elezioni presidenziali
nonostante una forte campagna contraria di buona parte della stampa privata. Ha
spento l’insurrezione della Cabila e si permette anche il lusso di negoziare
oggi insieme ai pochi delegati del movimento rimasti l’applicazione delle parti
meno scomode della loro piattaforma di rivendicazione. Ha allontanato,
mandandoli in pensione o spingendoli alle dimissioni, alcuni dei generali più
potenti dell’esercito: buona parte di quelli che avevano il potere reale in
Algeria. L’ultimo in data sembra essere
il generale Larbi Belkheir, altro grande pillastro del regno della banda
degli ex ufficiali dell’esercito francese. Quest’ultimo, anche se è stato uno
degli artefici del ritorno di Bouteflika al potere ed era durante questi anni
l’interfaccia tra la Presidenza e l’Esercito, è stato allontanato con discrezione,
senza troppi rumori, verso il ruolo di ambasciatore plenipotenziario presso il
regno del Marocco. Una posizione di certo non insignificante, visti i rapporti
delicati
con il vicino regno alawita, ma comunque marginale se confrontata con i ruoli
fino ad oggi svolti. Per cercare di
capire la dinamica che si nasconde dietro l’atteggiamento di Abdelaziz
Bouteflika, bisogna risalire all’epoca del suo arrivo al potere.
Una lunga storia.
Quando viene eletto, il 15 aprile 1999,
il nuovo presidente algerino è percepito da tutti come l’uomo del
“cambiamento nella continuità”. Egli era nello stesso abbastanza nuovo per
significare un cambiamento di rotta significativo e abbastanza uomo del sistema
per non metterlo in pericolo. L’uomo arriva come candidato dell’Esercito. Non
lo nega, ma afferma in televisione che è deciso a non essere una marionetta tra
le mani dei militari, e tiene parola. Ha tante ambizioni, il Boutef. È
un’eccellente funambolo. Sa camminare sul sottile filo che separa i clan al
potere e si avvicina sempre di più dal potere assoluto. Ma una bella fetta di
questo potere rimane ancora tra le mani dei generali. Il generale Medien alias
Toufik è sempre alla testa della DRS, i servizi segreti, altri tengono posti
chiave nel ministero della diffesa, nello Stato Maggiore e nell’Esercito
Nazionale… E chi tiene queste istituzioni tiene l’Algeria. È stato così
dall’indipendenza. Per tenere e poter
rafforzare i suoi poteri “Boutef” sa di poter contare su tre pilastri: l’ala
riconciliatrice dell’Esercito e del Governo, gli islamisti moderati e
soprattutto sugli Stati Uniti. Ma sono dei pilastri esigenti che richiedono
sempre più concessioni a loro favore. Allora, nei momenti di stretta, il
presidente non ha scelta che concedere… sempre di più. Ha concesso una prima amnistia e oggi è sul
punto di organizzarne un’altra. Aveva promesso tante riforme moderniste
(riforma della scuola, abrogazione del codice della famiglia, ritorno al fine
settimana internazionale del sabato e domenica…) ma ha rinnegato tutto sotto la
spinta delle aree più conservatrici del potere… Ma la concessione più pesante
è
quella che ha fatto alle multinazionali americane. Con l’adozione della nuova
legge sulla gestione energetica (una legge scritta non da un legislatore
algerino ma da un noto studio Newyorkese), l’Algeria diventa così, prima ancora
dell’Iraq, l’anello debole dell’OPEP, essendo il primo paese tra i maggiori
produttori mondiali di petrolio a cedere più del 50% delle sue risorse al
privato. “La nuova legge sugli idrocarburi ci è stata imposta” ha confessato il
presidente della repubblica. Ironia della sorte lo dice proprio il 24 febbraio
2005, cioè nel 34° anniversario del discorso storico del presidente Houari
Boumedienne che, il 24 febbraio 1971, annunciava, battendo col pugno sul
tavolo, la nazionalizzazione delle risorse energetiche e minerarie del paese.
Abdelaziz
Bouteflika ha trionfato, è più forte che mai. Ma ha anche tanti creditori, che
ora cominciano a presentare la fattura. Ma, purtroppo, a pagarla questa fattura
salata sarà il popolo algerino. Anzi, a sentire il signor Hocine Malti, ex
vicepresidente della Sonatrach (la compagnia petroliera algerina) nei gloriosi
anni della nazionalizzazione, ma anche esperto internazionale di politiche
energetiche,“(…)se l’OPEP dovesse lanciarsi
sulla via tracciata da questa legge, cederà alle grandi compagnie petrolifere
mondiali il controllo della produzione dopo averle ceduto quello dei prezzi.
Allora, quel giorno, sarà il mondo intero ad essere perdente".