11/11/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Le reazioni dei Palestinesi alla morte di Yasser Arafat
bandiere a mezzastaGerusalemme - “Il muezzin di Gerusalemme canta lo stesso, anche se non è l’ora della preghiera. All’alba c’era un clima di lutto generale, tutti i negozi avevano le serrande chiuse e nella città vecchia non volava una mosca. Lentamente ricomincia la vita e le prime donne cominciano ad andare dalle botteghe che riaprono una ad a una. In fondo è Ramadan. La vita continua e bisogna fare la spesa per la festa dell’Eid, per celebrare la fine del digiuno”.
 
Gerusalemme si sveglia orfana del padre. Laila Temimi racconta la reazione della città più contesa di tutte alla morte del rais dei Palestinesi che, come ogni persona che ha fatto la storia, lascia alle sue spalle reazioni contrastanti. “Tra i palestinesi si vede una profonda tristezza”, racconta Laila, “ti dicono che li ha rappresentatati nel mondo, ma ha concesso troppo agli Israeliani. I più giovani, pur amareggiati, sottolineano che magari adesso la situazione si sbloccherà. Qualcuno tra i più vecchi mi ha addirittura detto che è morto un ladro e che ora verrà sostituito da un altro ladro. Secondo lui solo un esponente di Hamas potrebbe essere utile in questo momento”.
 
Come città contesa Gerusalemme è la casa anche degli Israeliani. “Loro festeggiano”, dice Laila, “come se fosse un giorno di festa. La gente sorride, si è tolta un peso, come se Arafat rappresentasse tutti i loro problemi. Un signore che milita in un partito religioso mi ha detto che lui non era nato il giorno che è morto Hitler, ma che immagina che si sarebbe sentito felice come adesso se ci fosse stato”.
 
Betlemme - Alle prime luci dell’alba, è iniziato silenziosamente il ritiro delle truppe israeliane che controllavano la città. Subito dopo l’annuncio della morte del Presidente Arafat, hanno preferito riposizionarsi appena fuori del perimetro urbano. Una presenza solo un po’ più discreta, dopo i rastrellamenti a tappeto, casa per casa, durati tutta la notte.
 
manifestazione a gazaA raccontarci tutto questo è Jihad Abu Khaled. La voce tesa e roca, non ha dormito stanotte. Come molti in Cisgiordania.
Dalle prime luci dell’alba, infatti, sia a Betlemme che nei campi profughi circostanti la gente è scesa per le strade, i muezzin hanno invitato alla preghiera, sono comparse bandiere nere e si sono formati cortei spontanei, inneggianti al raìs.
Nelle case, le radio diffondono le ultime notizie, intervallate da canzoni patriottiche. 
 
Abbiamo raggiunto Jihad nel campo profughi di Deheishe, appena fuori Betlemme.
“Al momento la situazione è tranquilla, siamo molto tristi, ma ormai aspettavamo questa notizia da giorni. La gente sta marciando nelle strette vie di Deheishe, a lutto, con le bandiere nere.
La rabbia è comunque molta, per come sono andate le cose a Parigi, e soprattutto perché  il nostro Presidente  non potrà essere seppellito a Gerusalemme. Noi cercheremo in tutti i modi di andare a Ramallah, per i funerali. Stiamo organizzando dei pullman per domani, andremo ai check point, che al momento sono chiusi, e tenteremo di passarli.
Abbiamo diritto di dare l’ultimo saluto al nostro leader.”
 
Dal telefono, a coprire spesso le parole di Jihad, ci giungono i cori della gente, che ricordano Arafat con il suo nome di battaglia, Abu Ammar, ed incitano all’intifada shahabyia, l’intifada popolare.
“E’ inutile nasconderlo – continua Jihad, concitato -  i funerali all’aereoporto del Cairo a noi non interessano, il vero funerale di Abu Ammar sarà tra la sua gente, ed il suo popolo farà di tutto per raggiungere la Muqata’”.
 
Beirut, Libano -  Un pezzo di storia, personale e politica, di Yasser Arafat, e di tutto il movimento per la liberazione della Palestina, passa da questa città, da questo Paese.
 
Afamia Kaddour, ricercatrice presso l’Università Americana di Beirut e attivista per i diritti civili, questa mattina descriveva una capitale assolutamente tranquilla.
 
“Questa città è molto cambiata, in questo momento mi trovo nella zona di Downtown - il distretto centrale distrutto dai bombardamenti durante la guerra civile ed ora ricostruito e “vetrina” della città, ndr – e qui tutto scorre tranquillo. Sembra davvero un giorno come un altro, per i libanesi.
Al momento anche nei campi profughi, sia qui a Beirut sia a Sidone e a Tiro, nel sud, la situazione sembra essere sotto controllo. Non si hanno notizie di cortei spontanei o di tensione. Ma le cose potrebbero cambiare nel giro di poche ore, anche se bisogna considerare che i palestinesi in Libano hanno purtroppo pochi, pochissimi margini di manovra e di protesta politica.”
 
 
Chatila, Libano - In Libano, insomma, si piange Arafat, ma i problemi, per gli stessi profughi palestinesi, sono ben altri.
Mohammad,  29 anni, è stato testimone giovanissimo dei massacri di Sabra e Chatila, ha testimoniato nel processo contro Sharon, una vita da profugo a Chatila.
“Sono dispiaciuto – ci spiega deciso. È  una parte fondamentale della storia del nostro popolo che se ne va, ed è da sempre nella mia vita.
Ma qui a Chatila, oggi come ieri, non c’è lavoro, ogni giorno molti di noi devono combatte per procurarsi da mangiare. Vedi un futuro, qui? Con o senza Arafat?
Da molto tempo, per noi, non c’è più vita. Sopravviviamo.”
 
 
Emilio Manfredi e Christian Elia
Categoria: Storia
Luogo: Israele - Palestina