Vera Jarach, due volte perseguitata da dittature, fondatrice delle 'Madres de Plaza de Mayo'
scritto per noi
da Gianluca Ursini

Vera Vigevani Jarach nacque nell’Italia Fascista, crebbe in un tranquillo quartiere
milanese con il padre avvocato, la madre, volontaria sociale presso una sinagoga,
e la sorella. A undici anni, dopo l’approvazione delle leggi razziali del 1938,
i suoi genitori capirono che era ora di scappare da quel Paese percorso da rigurgiti
di odio, e portarono la famiglia in Argentina. “Mio nonno disse che non era il
caso di esagerare e volle restare. E’ morto in un campo nel 1943; ad Auschwitz”,
ha raccontato in una intervista recente. La giovane Vera Vigevani si ambientò
presto nella sua nuova nazione dall’altra parte del mondo, l’Argentina, anche
se crebbe in un a scuola italiana, “dove la maggior parte dei bambini erano figli
di fascisti, il che mi dava parecchio disagio”, ha dichiarato al sito argentino
‘Emigracion legal’.
Conobbe un altro ebreo italiano transfuga, l’ingegner Jorge Jarach, lo sposò
e in seguito divenne per 40 anni giornalista dell’agenzia italiana ‘Ansa’.
Dal matrimonio è nata una sola figlia, Franca, molto attiva negli anni del liceo,
anche politicamente, tanto che il 25 giugno del 1976, nel pieno della repressione
della dittatura militare da poco insediata, una retata di studenti nel bar ‘La
Exedra’ di Buenos Aires la fa scomparire, insieme con i suoi colleghi.
Solo quattro anni fa, Vera Jarach ha saputo da una compagnia di prigionia della
figlia che Franca è stata quasi sicuramente gettata in pieno oceano in uno dei
vuelos de la muerte (voli della morte) con i quali gli ufficiali di marina uccidevano i desaparecidos
torturati.
Vera è una delle fondatrici dell’associazione
Madres de Plaza de Mayo, che dal 1977 si riunisce ogni giovedì di fronte il palazzo presidenziale di
Buenos Aires a chiedere notizie degli scomparsi, dalle quali si sono separate
le '
Madres' della
Asociaciòn, che cercano anche le colpe
politiche della Guerra sporca
.
Nel 2001 Vera Jarach ha incontrato il presidente italiano Carlo Azeglio Ciampi
mentre era in Italia a presiedere a uno dei processi intentati per l’assassinio
di
desaparecidos di nazionalità italiana.
PeaceReporter la ha sentita in occasione della ‘Giornata Internazionale del detenuto
Desaparecido’ del 30 agosto.
Perché abbiamo bisogno di questa ricorrenza?
“Ha il senso di una commemorazione, non più solo argentina ma internazionale:
purtroppo in altre parti del mondo ci sono tragedie analoghe. Per fortuna oggi
c’è una buona notizia che coincide con la ricorrenza: ieri è stato ritrovato il
corpo di una ‘desaparacida’, una delle due suore francesi per cui si è già tenuto
un processo in Francia – la suora Léonie Duquet era stata sequestrata il 10 dicembre
1977 insieme con Annie Domon e portata al campo di prigionia ‘Selenio’ della Esma,
dove fu torturata e uccisa.
Per quell’omicidio è stato condannato in contumacia in Francia all’ergastolo
nel 1990 Alfredo Astiz, ufficiale di Marina. Il suo cadavere, gettato in mare
e riemerso nel paesino costiero di General Lavalle, fu sepolto in una fossa comune
con altre desaparecidas, ed è stato riconosciuto da un medico legale il 29 agosto,
ndr – questo non succede per pura coincidenza: c’è certo l’imporatante lavoro
degli scienziati forensi, ma si deve soprattutto alla nostra tenacia e persistenza
di anni. Nel luglio abbiamo anche riconosciuto grazie ai medici legali, prese
dalla stessa fossa comune, tre ‘Madres de Plaza de mayo’ scomparse nel 1977 mentre
protestavano sotto la Casa Rosada, il palazzo presidenziale; si tratta di Azucena
Villaflor, una delle fondatrici, sequestrata con due sue compagne, tutte sepolte
con la sigla ‘NN’.
“Il lavoro della Memoria è stato molto importante per le famiglie: per chiudere
questa agonia di non sapere, non avere la possibilità di dare un saluto alle salme,
di officiare un rito funebre, che da quando mondo è mondo si è sempre fatto. Dare
una lapide ai morti non ha senso solo per l’umanità e la dignità delle salme,
ma anche perché sulle ossa dei cadaveri ritrovate di recente c’erano i segni che
ci danno le prove delle torture sui desaparecidos”.
In Argentina c’è voglia di dimenticare quel periodo?
“Negli ultimi anni s’è sentita la necessità di riparlare di quegli anni; anche
in questo Paese molti desaparecidos cercano di ripetere l’esercizio della memoria nei luoghi in cui s’è perpetrato
l’orrore, come si è deciso di fare per le vittime della Shoà’. Io ho raccolto
molte testimonianze su questo sentimento. In un libro intitolato “Los chicos del exilio” ho sentito coloro che avevano scelto di andare via. In parecchi avevano sensi
di colpa per aver lasciato i compagni a morire. Comunque l’importante di questa
manifestazione è che poco alla volta si infrange il silenzio: la memoria farà
sì che questo orrore non si ripeta. La prova del gran cambiamento è l’annullamento
delle due leggi di amnistia, Punto Final e Obediencia debida – promulgate nel 1987 dal governo Alfonsìn, erano state revocate nel 2003 dal
Parlamento, e il 15 giugno scorso la Corte suprema argentina le ha riconosciute
incostituzionali, ndr - c’è voglia di fare giustizia e procedendo passo a passo,
ci stiamo riuscendo: manca ancora un annullamento di legge, un indulto approvato
durante la presidenza di Carlos Ménem”.
L’incontro con le ‘Madres’. Jarach ha esigenze di condividere queste esperienze, ma parla piano: sarà stata
abituata a spiegarlo a chi non aveva nessuna idea dell’orrore. “Anche per la scoperta
di molti figli di
desaparecidos che erano stati
apropriados da militari repressori, s’è fatto molto grazie alle
abuelas, (nonne) che hanno voluto ritrovare i loro nipoti scomparsi; sono state tante
Sherlock Holmes che non ne hanno fatto un lavoro, bensì perchè animate dal desiderio
di ridare una famiglia ai loro nipoti”.
Questa ostinata, piccola grande donna ripercorre anche con piacere l’inizio della
sua esperienza di madre de la Plaza de Mayo.
“A noi familiari di scomparsi veniva permesso di andare una volta al mese in
ufficio di polizia a chiedere di conoscere il luogo di detenzione dei nostri figli.
Una volta c’era seduta accanto a me una signora –Haydé Garcìa – dopo che un ufficiale
ha detto in ostri nomi e ci ha ingiunto di spettare lì, sedute, abbiamo visto
che eravamo lì per los tesso motivo e abbiamo iniziato a parlare. Abbiamo scoperto
che le nostre figlie avevano studiato nello stesso Colegio Nacional de Buenos Aires e ci siamo dette 'Prendiamoci un caffè quando usciamo di qui...' così è cominciato
che io andassi tutti i giovedì davanti il Palazzo della presidenza.
In quei tempi cosi terribili era fondamentale avere qualcuno vicino, stare tra
di noi unite, quando sentivamo il terrore di conoscere cosa era successo ai nostri
piccoli. Ci siamo fatte forza a vicenda, per provare a ottenere informazioni sulla
loro detenzione”.
A costo di brutali repressioni di polizia…
“Certo che ce ne sono state, parecchie, parecchi arresti nei momenti di scontro
in piazza…forse il fatto di essere donne, di essere madri, ci ha protetto dalla
brutalità dei militari…”
“Hanno forse avuto pudore a maltrattare delle madri?”
“Dire che hanno avuto pudore non è il termine corretto, ma soprattutto la maternità
ci ha dato la forza di tirare avanti. Sui militari no, non direi che si son fatti
problemi...”
Infrangere il silenzio. Vera Jarach arriverà in Italia ad ottobre per presentare il suo ultimo libro,
“Il silenzio infranto”, in cui raccoglie le testimonianze delle persone più svariate
che hanno subito le prepotenze di quegli anni terribili: familiari di vittime,
le voci di due
sobrevivientes, due sopravvissuti: anche due cineasti che hanno parlato di quel periodo nelle
loro opere, come pure religiosi o sportivi: per esempio Julio Velasco, ex allenatore
della nazionale italiana pallavolo, che ha avuto un fratello sequestrato e poi
salvatosi, ora rifugiato in Italia. “Il ruolo degli italiani nella
Guerra sucia va ancora studiato – ammonisce – perché visto il gran numero di connazionali
in Argentina, è vero che parecchi hanno subito la repressione, ma è anche vero
che gli italiani erano numerosissimi tra i
represores. Un altro ruolo che cerco di analizzare nel libro è quello della Chiesa cattolica,
in cui non si riesce a definire fino a che punto i preti fossero compromessi col
regime o fino a che punto si rifiutarono di collaborare: come in tutte le cose
umane, sono convissuti i due aspetti: le meschinità dell’animo umano e i gesti
eroici.