05/09/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Vera Jarach, due volte perseguitata da dittature, fondatrice delle 'Madres de Plaza de Mayo'

 

scritto per noi
da Gianluca Ursini
 
Azucena Villaflor, fondatrice delle 'Madres', rapita nel 1977Vera Vigevani Jarach nacque nell’Italia Fascista, crebbe in un tranquillo quartiere milanese con il padre avvocato, la madre, volontaria sociale presso una sinagoga, e la sorella. A undici anni, dopo l’approvazione delle leggi razziali del 1938, i suoi genitori capirono che era ora di scappare da quel Paese percorso da rigurgiti di odio, e portarono la famiglia in Argentina. “Mio nonno disse che non era il caso di esagerare e volle restare. E’ morto in un campo nel 1943; ad Auschwitz”, ha raccontato in una intervista recente. La giovane Vera Vigevani si ambientò presto nella sua nuova nazione dall’altra parte del mondo, l’Argentina, anche se crebbe in un a scuola italiana, “dove la maggior parte dei bambini erano figli di fascisti, il che mi dava parecchio disagio”, ha dichiarato al sito argentino ‘Emigracion legal’.
Conobbe un altro ebreo italiano transfuga, l’ingegner Jorge Jarach, lo sposò e in seguito divenne per 40 anni giornalista dell’agenzia italiana ‘Ansa’.
Dal matrimonio è nata una sola figlia, Franca, molto attiva negli anni del liceo, anche politicamente, tanto che il 25 giugno del 1976, nel pieno della repressione della dittatura militare da poco insediata, una retata di studenti nel bar ‘La Exedra’ di Buenos Aires la fa scomparire, insieme con i suoi colleghi.
Solo quattro anni fa, Vera Jarach ha saputo da una compagnia di prigionia della figlia che Franca è stata quasi sicuramente gettata in pieno oceano in uno dei vuelos de la muerte (voli della morte) con i quali gli ufficiali di marina uccidevano i desaparecidos torturati.
Vera è una delle fondatrici dell’associazione Madres de Plaza de Mayo, che dal 1977 si riunisce ogni giovedì di fronte il palazzo presidenziale di Buenos Aires a chiedere notizie degli scomparsi, dalle quali si sono separate le 'Madres' della Asociaciòn, che cercano anche le colpe politiche della Guerra sporca.
Nel 2001 Vera Jarach ha incontrato il presidente italiano Carlo Azeglio Ciampi mentre era in Italia a presiedere a uno dei processi intentati per l’assassinio di desaparecidos di nazionalità italiana. PeaceReporter la ha sentita in occasione della ‘Giornata Internazionale del detenuto Desaparecido’ del 30 agosto.
 
 
Le due suore francesi sequestratePerché abbiamo bisogno di questa ricorrenza?
“Ha il senso di una commemorazione, non più solo argentina ma internazionale: purtroppo in altre parti del mondo ci sono tragedie analoghe. Per fortuna oggi c’è una buona notizia che coincide con la ricorrenza: ieri è stato ritrovato il corpo di una ‘desaparacida’, una delle due suore francesi per cui si è già tenuto un processo in Francia – la suora Léonie Duquet era stata sequestrata il 10 dicembre 1977 insieme con Annie Domon e portata al campo di prigionia ‘Selenio’ della Esma, dove fu torturata e uccisa.
Per quell’omicidio è stato condannato in contumacia in Francia all’ergastolo nel 1990 Alfredo Astiz, ufficiale di Marina. Il suo cadavere, gettato in mare e riemerso nel paesino costiero di General Lavalle, fu sepolto in una fossa comune con altre desaparecidas, ed è stato riconosciuto da un medico legale il 29 agosto, ndr – questo non succede per pura coincidenza: c’è certo l’imporatante lavoro degli scienziati forensi, ma si deve soprattutto alla nostra tenacia e persistenza di anni. Nel luglio abbiamo anche riconosciuto grazie ai medici legali, prese dalla stessa fossa comune, tre ‘Madres de Plaza de mayo’ scomparse nel 1977 mentre protestavano sotto la Casa Rosada, il palazzo presidenziale; si tratta di Azucena Villaflor, una delle fondatrici, sequestrata con due sue compagne, tutte sepolte con la sigla ‘NN’.
 “Il lavoro della Memoria è stato molto importante per le famiglie: per chiudere questa agonia di non sapere, non avere la possibilità di dare un saluto alle salme, di officiare un rito funebre, che da quando mondo è mondo si è sempre fatto. Dare una lapide ai morti non ha senso solo per l’umanità e la dignità delle salme, ma anche perché sulle ossa dei cadaveri ritrovate di recente c’erano i segni che ci danno le prove delle torture sui desaparecidos”.
 
Vera JarachIn Argentina c’è voglia di dimenticare quel periodo?
“Negli ultimi anni s’è sentita la necessità di riparlare di quegli anni; anche in questo Paese molti desaparecidos cercano di ripetere l’esercizio della memoria nei luoghi in cui s’è perpetrato l’orrore, come si è deciso di fare per le vittime della Shoà’. Io ho raccolto molte testimonianze su questo sentimento. In un libro intitolato “Los chicos del exilio” ho sentito coloro che avevano scelto di andare via. In parecchi avevano sensi di colpa per aver lasciato i compagni  a morire. Comunque l’importante di questa manifestazione è che poco alla volta si infrange il silenzio: la memoria farà sì che questo orrore non si ripeta. La prova del gran cambiamento è l’annullamento delle due leggi di amnistia, Punto Final e Obediencia debida – promulgate nel 1987 dal governo Alfonsìn, erano state revocate nel 2003 dal Parlamento, e il 15 giugno scorso la Corte suprema argentina le ha riconosciute incostituzionali, ndr -  c’è voglia di fare giustizia e procedendo passo a passo, ci stiamo riuscendo: manca ancora un annullamento di legge, un indulto approvato durante la presidenza di Carlos Ménem”. 
 
 
Una delle prime manifestazioni in Plaza de MayoL’incontro con le ‘Madres’. Jarach ha esigenze di condividere queste esperienze, ma parla piano: sarà stata abituata a spiegarlo a chi non aveva nessuna idea dell’orrore. “Anche per la scoperta di molti figli di desaparecidos che erano stati apropriados da militari repressori, s’è fatto molto grazie alle abuelas, (nonne) che hanno voluto ritrovare i loro nipoti scomparsi; sono state tante Sherlock Holmes che non ne hanno fatto un lavoro, bensì perchè animate dal desiderio di ridare una famiglia ai loro nipoti”.
Questa ostinata, piccola grande donna ripercorre anche con piacere l’inizio della sua esperienza di madre de la Plaza de Mayo
“A noi familiari di scomparsi veniva permesso di andare una volta al mese in ufficio di polizia a chiedere di conoscere il luogo di detenzione dei nostri figli. Una volta c’era seduta accanto a me una signora –Haydé Garcìa – dopo che un ufficiale ha detto in ostri nomi e ci ha ingiunto di spettare lì, sedute, abbiamo visto che eravamo lì per los tesso motivo e abbiamo iniziato a parlare. Abbiamo scoperto che le nostre figlie avevano studiato nello stesso Colegio Nacional de Buenos Aires e ci siamo dette  'Prendiamoci un caffè quando usciamo di qui...' così è cominciato che io andassi tutti i giovedì davanti il Palazzo della presidenza.
In quei tempi cosi terribili era fondamentale avere qualcuno vicino, stare tra di noi unite, quando sentivamo il terrore di conoscere cosa era successo ai nostri piccoli. Ci siamo fatte forza a vicenda, per provare a ottenere informazioni sulla loro detenzione”.

A costo di brutali repressioni di polizia…
“Certo che ce ne sono state, parecchie, parecchi arresti nei momenti di scontro in piazza…forse il fatto di essere donne, di essere madri, ci ha protetto dalla brutalità dei militari…”
Hanno forse avuto pudore a maltrattare delle madri?”
“Dire che hanno avuto pudore non è il termine corretto, ma soprattutto la maternità ci ha dato la forza di tirare avanti. Sui militari no, non direi che si son fatti problemi...”
 
julio Velasco, ex allenatore nazionale italiana pallavoloInfrangere il silenzio. Vera Jarach arriverà in Italia ad ottobre per presentare il suo ultimo libro, “Il silenzio infranto”, in cui raccoglie le testimonianze delle persone più svariate che hanno subito le prepotenze di quegli anni terribili: familiari di vittime, le voci di due sobrevivientes, due sopravvissuti: anche due cineasti che hanno parlato di quel periodo nelle loro opere, come pure religiosi o sportivi: per esempio Julio Velasco, ex allenatore della nazionale italiana pallavolo, che ha avuto un fratello sequestrato e poi salvatosi, ora rifugiato in Italia. “Il ruolo degli italiani nella Guerra sucia va ancora studiato – ammonisce – perché visto il gran numero di connazionali in Argentina, è vero che parecchi hanno subito la repressione, ma è anche vero che gli italiani erano numerosissimi tra i represores. Un altro ruolo che cerco di analizzare nel libro è quello della Chiesa cattolica, in cui non si riesce a definire fino a che punto i preti fossero compromessi col regime o fino a che punto si rifiutarono di collaborare: come in tutte le cose umane, sono convissuti i due aspetti: le meschinità dell’animo umano e i gesti eroici. 
Categoria: Diritti, Tortura, Storia
Luogo: Argentina
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