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L'esempio di Falluja. La dinamica della strage è ormai chiara: alcuni guerriglieri hanno sparato dei
colpi di mortaio sulla folla di sciiti che si recava a rendere omaggio sulla tomba
dell'imam al-Khadim uccidendone sette. La folla di pellegrini, che occupava uno
dei ponti che collega le due sponde del fiume Tigri, spaventata dai colpi e dalle
voci incontrollate che parlavano della presenza di alcuni attentatori suicidi
tra la gente, ha cominciato ad accalcarsi e a comprimersi sul ponte. Alcuni si
sono gettati nelle acque del fiume, pur non sapendo nuotare. E' finita come tutti
sanno: quasi mille morti. La tragedia ha portato di nuovo alla ribalta, come era
già successo in passato, il rischio di una guerra civile tra sciiti e sunniti
(responsabili di atti di terrorismo contro gli sciiti in passato e coinvolti anche
nella strage del 31 agosto). Mentre cresce la tensione, un segnale importante
arriva a restituire una speranza di pace. Il Consiglio degli Ulema di Falluja,
massima autorità religiosa della cittadina sunnita, ha emesso un editto, poco
dopo la tragedia di Baghdad, nel quale invita perentoriamente la popolazione della
città a donare in massa il sangue per i feriti di Baghdad. A riportare la notizia
è il quotidiano iracheno al-Mashriq. L'imam della moschea al-Furkan di Falluja ha sottolineato come “la tragedia di Baghdad colpisce tutti gli iracheni,
di qualunque confessione religiosa. Esprimiamo tutta la nostra solidarietà ai
fratelli sciiti di Baghdad”. Qualcuno potrebbe pensare a un'abile mossa politica
per stemperare la tensione tra sunniti e sciiti, ma la risposta popolare è stata
massiccia e da due giorni tante ambulanze fanno la spola tra Baghdad e Falluja
con il loro prezioso carico di sangue. Il gesto è ancora più significativo se
si considera che Falluja, nel 2004, è stata teatro di un assedio straziante da
parte delle truppe della Coalizione che hanno ridotto allo stremo la popolazione
civile. I cittadini di Falluja non si sono assuefatti al dolore e, avendo pagato
in prima persona il loro pedaggio alla guerra, non hanno fatto mancare la loro
solidarietà agli sciiti di Baghdad.
Non basta mai. Come sempre c'è chi si è lasciato travolgere dall'emotività. Ieri, in serata,
uno scontro a fuoco aè costato la vita a una ragazzina di 12 anni e, anche se
mancano conferme ufficiali, pare che la ragazza sia rimasta vittima di uno scontro
a fuoco tra sciiti e sunniti a Baghdad.Ma la tragedia di Baghdad, se ancora se
ne avvertiva il bisogno, è stata anche l'occasione per sottolineare ancora una
volta la distanza tra il potere politico e le necessità e le sofferenze della
popolazione civile. Mentre l'Iraq piangeva la strage più grave dall'inizio della
guerra nel 2003, il governo iracheno eseguiva la prime condanne a morte dalla
caduta del regime. Le pene capitali e le torture erano il marchio di fabbrica
della dittatura di Saddam Hussein. Si sperava che l'invasione dell'Iraq, pur non
essendo riuscita a portare la pace per gli iracheni, avesse almeno allontanato
gli orrori del passato. Invece non è stato così e, dopo Abu Ghraib, è tornata
anche la pena di morte. Bayane Ahmad al-Jaf, tassista curdo di 30 anni, Udai Daud
al-Dulaimi, muratore sunnita di 25 anni, e Taher Jassem Abbas, macellaio sunnita
di 44 anni, sono stati impiccati il 1 settembre in esecuzione di una condanna
a morte per omicidio, sequestro e stupro. Un brutto segnale per il futuro dell'Iraq.
Come se non bastasse la guerra, la fame, la violazione dei diritti umani e civili
ecco anche tornare la bestialità della pena di morte. Un brutto biglietto da visita
per la democrazia, ma la lezione di Falluja insegna che, nonostante tutto, il
popolo iracheno non si è ancora assuefatto all'orrore. Christian Elia