stampa
invia
Dopo l’incredulità delle prime ore, davanti alla distruzione provocata dall’uragano
Katrina a New Orleans e nell’area costiera del Mississippi, negli Stati Uniti
infuriano le polemiche sulle responsabilità. C’è la questione del taglio dei finanziamenti
per il sistema di pompe che proteggeva New Orleans dalle acque del lago Pontchartrain,
del Golfo del Messico e del fiume Mississippi, un taglio deciso dall’amministrazione
Bush ma che probabilmente non ha avuto effetto sul disastro attuale: i lavori
di ammodernamento abortiti sarebbero comunque stati ultimati solo entro il 2008.
Sotto accusa, inoltre, è il ritardo dei soccorsi: solo dopo cinque giorni dal
passaggio di Katrina sono arrivati i convogli dell'esercito con i viveri, e lo
stesso discorso va fatto per la scarsa presenza delle forze dell'ordine, che ha favorito
lo scatenarsi dell'anarchia. Critiche anche verso la scala sballata delle priorità:
la Bbc ha mostrato le riprese di una strada con decine di profughi disperati lasciati
soli, mentre a qualche decina di metri almeno cinque poliziotti tenevano sotto
controllo un supermercato già semivuoto. Soprattutto, però, è l’assenza di un
piano di evacuazione dalla città, nonostante il disastro fosse considerato probabile
da anni, ad aver scatenato le polemiche. Una mancanza che ora pagano soprattutto
i più poveri e i più deboli. Quelli che non avevano nessun modo per scappare in
tempo.
Un girone infernale. Così, mentre nel Mississippi l’uragano ha spazzato via le case costiere della
popolazione relativamente benestante, a New Orleans sono rimasti i più svantaggiati,
che devono pensare prima di tutto a sopravvivere. La furia dei saccheggi, un problema
che la polizia non riesce a tenere sotto controllo (ora sono arrivati anche i
rinforzi della Guardia Nazionale, con licenza di sparare a vista), si spiega anche
così: le foto hanno mostrato gente con l’acqua fino al petto con borse piene non
solo di beni di valore, ma anche di pane, bibite, scarpe per camminare nell’acqua
torbida e piena di detriti. “Sono rimasti indietro i malati, i vecchi, i poveri,
i più giovani, i disabili”, denuncia Bill Quigley, un volontario in uno dei principali
ospedali di New Orleans. “E gli ospedali – continua – non possono accogliere tutti
perché c’è mezzo metro d’acqua anche qui, manca da mangiare e da bere, non c’è
l’aria condizionata e si soffoca”.
Il quartiere degli afro-americani. Una delle zone più colpite dal riversamento delle acque del lago Pontchartrain
è il Lower Ninth Ward, nella parte orientale della città. Un quartiere povero,
popolato in prevalenza da afro-americani, che è stato sommerso da sei metri d’acqua.
Secondo il censimento del 2000, qui il 36,4 per cento della popolazione vive sotto
il livello di povertà. Un quarto delle famiglie vive con meno di 10mila dollari
all’anno, metà con meno di 20mila.. Più del 50 per cento dei residenti è inserito
nella categoria “fuori dalla forza lavoro”, spesso perché ha rinunciato a cercare
un impiego dopo tanti sforzi. Il Lower Ninth Ward era fatto già prima da case
basse e malridotte: è qui che vivevano molte delle persone riprese dagli elicotteri
mentre aspettavano i soccorsi sui tetti. Saranno ben pochi quelli con una casa
assicurata contro gli allagamenti. Ancora più che in altre zone di New Orleans,
quindi, chi viveva qui ha davvero perso tutto. Delle circa 100mila persone che
si calcola siano rimaste bloccate in città, molte vivevano in questa zona. E sono
loro ad essere affluiti in massa verso lo stadio Superdome, diventato invivibile
per le inesistenti condizioni igieniche e ora evacuato.
Uno scenario previsto. Senza macchine, senza nessun piano per uscire dalla città. Una condanna: perché
a New Orleans, come in molte città americane medio-grandi, i trasporti pubblici
sono precari. Il quotidiano locale Times-Picayune aveva già previsto lo scenario
da incubo tre anni fa, quando pubblicò una serie di articoli intitolata Washed Away (“spazzati via”), ponendo il problema di cosa sarebbe successo in caso di un
potente uragano. “In particolare, centomila persone senza modo di spostarsi sarebbero
minacciate – scriveva il giornale –. Una grande fetta della popolazione a basso
reddito non possiede automobili e sarebbe costretta a dipendere da un sistema
di trasporti pubblici di emergenza per evacuarli, che però non è mai stato testato”.
Un sistema che si è rivelato inesistente. Lasciando in balia dell’acqua centinaia
di migliaia di persone che ora sono profughi e lo rimarranno per chissà quanti
mesi, nel Paese più ricco del mondo. Secondo gli esperti, potrebbero volerci fino
a 80 giorni per asciugare New Orleans con le pompe. Poi si tratterà di ricostruire,
anche se c'è già chi propone di "spostare" la città perché rifarla daccapo due
metri sotto il livello del mare sarebbe una follia.Alessandro Ursic