scritto per noi da
Abdullah Gulemi*
Ai Curdi fu negato uno stato proprio quando la Gran Bretagna redasse la attuale
mappa del Medio Oriente oltre 80 anni fa; decine di milioni di persone furono
inglobate nell’Iraq, nell’Iran, in Turchia e in Siria dove da anni vivono come
minoranze spesso oppresse. Durante il brutale regime di Saddam, migliaia di Curdi
furono massacrati in Iraq e decine di migliaia furono obbligati a lasciare le
loro case.

I vicini dell’Iraq, vale a dire la Siria, la Turchia e l’Iran, che ospitano una
parte notevole di popolazione curda “non possono prevenire la nascita di uno stato
curdo dalle rovine dell’Iraq che possa essere riconosciuto dalle Nazioni Unite
e dalla comunità internazionale”. Tuttavia, i leader curdi negli ultimi mesi hanno
continuamente promesso che non intendono separarsi dall’Iraq se i loro diritti
verranno rispettati e sarà loro concesso di godere del grado di autonomia che
hanno da più di dieci anni.
Nonostante ciò, lo scorso gennaio 2 milioni di curdi hanno tenuto un referendum
non ufficiale sull’indipendenza ed il 98% ha votato a favore. Coloro che stanno
conducendo i negoziati a nome dei curdi sulla futura costituzione irachena hanno
affermato di essere pronti a mostrarsi flessibili sulle loro richieste di autonomia
qualora questo aspetto si rivelasse un ostacolo importante al processo.
Stanno negoziando in buona fede anche perché la nuova costituzione, che permetterebbe
di ricominciare da zero, è sicuramente nell’interesse del popolo curdo.
I cittadini iracheni hanno ricevuto una bozza di costituzione che
dovranno approvare o rifiutare mediante referendum popolare il 15
ottobre prossimo. Da anni si predica che il nuovo Iraq debba essere uno
stato rispettoso dei diritti di tutti i cittadini dove nessuno sia
discriminato sulla base della propria etnia, religione o sesso.
Stranamente però sono stati proprio i rappresentanti curdi ad essere
accusati di sollevare problemi nel corso dei negoziati. Gli è stato
rinfacciato di ignorare i principi dell’Islam ed addirittura di
fomentare la guerra civile. Nulla di più lontano dalla verità. I curdi
intendono far parte di un governo laico che rispetti i diritti dei
cittadini e le diverse religioni dello stato. Ciò a cui dovrebbero
rinunciare è l’idea di una teocrazia che opprime le donne e le
minoranze. Ai curdi viene anche rinfacciato di voler fomentare una
ribellione contro il nuovo governo richiedendo la costituzione di un
governo federalista; il potere così non sarebbe centralizzato ma
risiederebbe nelle mani di rappresentanti eletti su base
regionale. Non è un’idea nuova e non dovrebbe sorprendere
nessuno. Fin dai primi incontri dell’opposizione irachena nel 1992, il
federalismo era il principio basilare per il sistema di governo del
nuovo Iraq.
Durante il regime di Saddam nessuno ha sofferto più del popolo curdo. Tuttavia,
benché le loro donne e bambini furono sterminati col gas ed i loro uomini torturati,
i curdi non hanno rinunciato ai loro ideali. E poiché insistono nel voler essere
inclusi nella nuova costituzione irachena, vengono demonizzati come cocciuti e
poco disponibili. Non sono poco disponibili ma sicuramente sono cocciuti. E sono
pronti a rifiutare qualsiasi costituzione che discrimini il popolo curdo e che
tenti di spazzar via le libertà che hanno guadagnato a caro prezzo.
I componenti sunniti del comitato di redazione della nuova costituzione hanno
già criticato diverse parti del documento causando così un certo ritardo quando
è stato sottoposto all’esame del parlamento. Le loro obiezioni riguardano il federalismo,
i riferimenti al partito Baath di Saddam Hussein guidato dai Sanniti e la definizione
dell’Iraq come stato Islamico, e non arabo.
Il leader del maggior partito sciita ha richiesto una regione federale nelle
aree a maggioranza sciita dell’Iraq centrale e merdionale. I componenti sunniti
del comitato di redazione si oppongono decisamente all’idea del federalismo in
quanto potrebbe dare agli Sciiti ed ai Kurdi il controllo di alcune risorse petrolifere
nel nord e sud del paese. Stanno spingendo per la creazione di un forte governo
centrale che eserciti uno stretto controllo sulle risorse naturali di quelle zone.