20/11/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Rigoberta Manchù parla dei popoli indigeni dell’America latina. Un atto d’accusa e la difesa di una civiltà millenaria
Rigoberta Manchù“Da 500 anni il mio popolo lotta contro il colonialismo. Oggi sono una donna famosa perché nel 1992 ho vinto il Nobel per la Pace. Eppure il mondo mi conosce non perché rappresento qualcuno o qualcosa, ma solo per la premiazione di Stoccolma. Noi precolombiani oggi, dopo cinque secoli, non vogliamo elemosine, ma solo rispetto”.
 
Rigoberta Manchù è una donna guatemalteca dal sorriso ironico e dagli occhi lucenti. Nata nel 1952 nel dipartimento di Quichè, nel Nord ovest, il 31 gennaio dell’80 vide suo padre Vincente e il figlio morire nel rogo dell’ambasciata spagnola di Città del Guatemala, mentre insieme ad altri compagni di lotta occupavano in modo pacifico la sede diplomatica di Madrid per contestare la confisca della terra di proprietà degli indigeni da parte del governo del suo Paese.
 
A Roma, la grande sala della Protomoteca ospita il quinto Summit mondiale dei Nobel per la pace. Il meeting, organizzato dall’amministrazione capitolina e dalla Fondazione Gorbaciov rappresenta uno degli appuntamenti mondiali più importanti per l’elaborazione di proposte nell’ambito della risoluzione pacifica dei conflitti e sui temi più rilevanti della politica internazionale. 
  
Mikail Gorbaciov, Kim Dae-jung, Lech Walesa, Mairead Corrigan Maguire, Jose Ramos-Horta, Betty Williams e numerosi rappresentanti politici o dirigenti di organismi internazionali sono arrivati da tutto il mondo per partecipare alla sessione
 
manifestazione di indigeniRigoberta, uno degli ospiti più ricercati, continua: “Abbiamo fatto una lunga strada, ma abbiamo ancora molto da combattere contro razzismo e indifferenza. Non sono pochi i popoli che si ritrovano soli mentre cercano di vincere la fame, la malnutrizione, l’impossibilità ad accedere alle tecnologie. La Terra è la nostra madre. È vita, memoria e storia. È il luogo sacro dei nostri antenati, il futuro e i nostri sogni. Per difendere i nostri diritti in Guatemala abbiamo subìto violenze inumane. Abbiamo trovato oltre tremila fosse comuni. Migliaia sono stati i morti. Oggi vogliamo riesumare quei poveri corpi, ma non perché cerchiamo vendetta. Vogliamo che la terra possa risposare in pace. La madre terra sta proteggendo i martiri, ma noi vogliamo liberarla da questa responsabilità e dare ai nostri compagni una sepoltura dignitosa”.
 
antiche rovine MayaLa Manchù è appassionata nel parlare, ma anche serena. Non è alta di statura, il volto largo e rotondo, indossa i vestiti tradizionali della sua gente. Continua: “Ogni comunità indigena vive vicino ad un bosco. Gli alberi producono nuvole, fiumi, bellezze e ricchezze. La nostra cultura è antichissima, era viva prima dell’arrivo dei colonizzatori. Per noi il centro dell’esistenza è l’equilibrio. Questo oggi vuol dire eliminare il divario tra ricchezza e povertà, dimenticare la superbia. Quando si parla di indigeni si pensa alla Bosnia, al Kossovo e si fanno grandi promesse di aiuto e solidarietà. Ma se si parla di indios allora il tono cambia e si suggerisce di fare attenzione, perché noi potremmo dividere intere nazioni. Da anni lavoriamo perché l’Onu possa elaborare una carta dei diritti dei popoli autoctoni. Ma il progetto è bloccato. Perché? Noi mettiamo in crisi un modello, noi siamo i testimoni del genocidio che abbiamo subito e siamo le vittime di un terrorismo aggressivo e spietato, il terrorismo di stato. La violenza cui ci hanno sottoposto dev’esser chiamata così. Non si vuole, però,la nostra esperienza sia raccontata. Anzi, si arriva a criminalizzare chi si oppone, chi protesta. Io, invece, penso che il fulcro dell’esistenza sia il rispetto e noi, popoli indigeni, dobbiamo collaborare per sconfiggere la peggiore delle globalizzazioni, la povertà. Oggi sotto il cappello della lotta al terrorismo si nascondono tendenze al controllo, minacce, si arriva a far ricorso alla tortura, si restringono le libertà civili. Noi invece crediamo nel rispetto delle diversità, perché è la sola strada per essere davvero tutti eguali”.
 

indigeni amazzoniciIl premio Nobel 1992 si identifica senza riserve nella storia del popolo Maya, degli indios, dei Mapuches della Patagonia, in tutte le civiltà represse e derubate dopo la scoperta dell’America da parte dell'Europa. Dalla forza della sua voce si comprende come abbia potuto sopportare le tante persecuzioni, l’esilio, le minacce dei nemici.

 
Il futuro, per lei, è un percorso ben delineato: “Io non cerco soluzioni, ma idee. Oggi dobbiamo lottare contro il razzismo. Prima ci ignoravano, oggi ci discriminano. In molti Paesi dell’America latina i Maya sono emarginati. La nostra è una spiritualità millenaria, è il senso delle nostre radici. Sapremo trovare le soluzioni. Dobbiamo cercare adesso alleati che comprendano la grandezza della nostra storia e delle nostre origini”.
 

Il cammino dei popoli autoctoni nel mondo è ancora lungo e l’Occidente non sembra voler rinunciare agli antichi poteri coloniali. Questa donna, che venti anni fa, prima di rifugiarsi in Messico per sfuggire alle persecuzioni del governo militare guatemalteco, neppure parlava lo spagnolo riesce a trasmettere una indicibile carica vitale. Con un lampo di sicurezza conclude: “La terra è il nostro oro nero e se non si trova qualcosa che ci vincola alla lotta si smette di combattere. Noi quel qualcosa l’abbiamo”.

 

Categoria: Diritti, Pace, Popoli
Luogo: americhe
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