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“Da 500 anni il mio popolo lotta contro il colonialismo. Oggi sono una donna
famosa perché nel 1992 ho vinto il Nobel per la Pace. Eppure il mondo mi conosce
non perché rappresento qualcuno o qualcosa, ma solo per la premiazione di Stoccolma.
Noi precolombiani oggi, dopo cinque secoli, non vogliamo elemosine, ma solo rispetto”.
Rigoberta, uno degli ospiti più ricercati, continua: “Abbiamo fatto una lunga strada,
ma abbiamo ancora molto da combattere contro razzismo e indifferenza. Non sono
pochi i popoli che si ritrovano soli mentre cercano di vincere la fame, la malnutrizione,
l’impossibilità ad accedere alle tecnologie. La Terra è la nostra madre. È vita,
memoria e storia. È il luogo sacro dei nostri antenati, il futuro e i nostri sogni.
Per difendere i nostri diritti in Guatemala abbiamo subìto violenze inumane. Abbiamo
trovato oltre tremila fosse comuni. Migliaia sono stati i morti. Oggi vogliamo
riesumare quei poveri corpi, ma non perché cerchiamo vendetta. Vogliamo che la
terra possa risposare in pace. La madre terra sta proteggendo i martiri, ma noi
vogliamo liberarla da questa responsabilità e dare ai nostri compagni una sepoltura
dignitosa”.
La Manchù è appassionata nel parlare, ma anche serena. Non è alta di statura,
il volto largo e rotondo, indossa i vestiti tradizionali della sua gente. Continua:
“Ogni comunità indigena vive vicino ad un bosco. Gli alberi producono nuvole,
fiumi, bellezze e ricchezze. La nostra cultura è antichissima, era viva prima
dell’arrivo dei colonizzatori. Per noi il centro dell’esistenza è l’equilibrio.
Questo oggi vuol dire eliminare il divario tra ricchezza e povertà, dimenticare
la superbia. Quando si parla di indigeni si pensa alla Bosnia, al Kossovo e si
fanno grandi promesse di aiuto e solidarietà. Ma se si parla di indios allora
il tono cambia e si suggerisce di fare attenzione, perché noi potremmo dividere
intere nazioni. Da anni lavoriamo perché l’Onu possa elaborare una carta dei diritti
dei popoli autoctoni. Ma il progetto è bloccato. Perché? Noi mettiamo in crisi
un modello, noi siamo i testimoni del genocidio che abbiamo subito e siamo le
vittime di un terrorismo aggressivo e spietato, il terrorismo di stato. La violenza
cui ci hanno sottoposto dev’esser chiamata così. Non si vuole, però,la nostra
esperienza sia raccontata. Anzi, si arriva a criminalizzare chi si oppone, chi
protesta. Io, invece, penso che il fulcro dell’esistenza sia il rispetto e noi,
popoli indigeni, dobbiamo collaborare per sconfiggere la peggiore delle globalizzazioni,
la povertà. Oggi sotto il cappello della lotta al terrorismo si nascondono tendenze
al controllo, minacce, si arriva a far ricorso alla tortura, si restringono le
libertà civili. Noi invece crediamo nel rispetto delle diversità, perché è la
sola strada per essere davvero tutti eguali”.
Il premio Nobel 1992 si identifica senza riserve nella storia del popolo Maya,
degli indios, dei Mapuches della Patagonia, in tutte le civiltà represse e derubate dopo la scoperta
dell’America da parte dell'Europa. Dalla forza della sua voce si comprende come
abbia potuto sopportare le tante persecuzioni, l’esilio, le minacce dei nemici.
Il cammino dei popoli autoctoni nel mondo è ancora lungo e l’Occidente non sembra voler rinunciare agli antichi poteri coloniali. Questa donna, che venti anni fa, prima di rifugiarsi in Messico per sfuggire alle persecuzioni del governo militare guatemalteco, neppure parlava lo spagnolo riesce a trasmettere una indicibile carica vitale. Con un lampo di sicurezza conclude: “La terra è il nostro oro nero e se non si trova qualcosa che ci vincola alla lotta si smette di combattere. Noi quel qualcosa l’abbiamo”.